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Immagini nello spazio: Nataly Maier alla Fondazion...

Immagini nello spazio: Nataly Maier alla Fondazione Sabe per l’arte

L’ingannevole equivalenza visiva tra un’immagine fotografica e il frammento di realtà in essa immortalato si fonda su una serie di riduzioni successive: il volume degli oggetti collassa sulla superficie del negativo, la materia si dissolve in traccia ottica e la profondità spaziale si traduce in graduazioni di luce e ombra. Nataly Maier (Monaco di Baviera, 1957) inizia alla fine degli anni Ottanta a interrogarsi su cosa accade a livello visivo e concettuale quando si tenta di restituire alla fotografia quella consistenza fisica e volumetrica che essa può soltanto suggerire attraverso codici rappresentativi. Alla Fondazione Sabe per l’arte di Ravenna la mostra Immagini nello spazio si concentra su un nucleo di opere da lei realizzate tra il 1989 e il 1995 (prima di dedicarsi del tutto alla pittura) in cui la tensione tra il regime dell’immagine e quello dell’oggetto alimenta una procedura creativa che travalica i confini disciplinari per situarsi in una zona di indeterminazione in cui fotografia e scultura si contaminano senza risolversi in sintesi.

Nataly Maier, “Immagini nello spazio”, installation view at Fondazione Sabe per l’arte, Ravenna, ph. Daniele Casadio, courtesy Fondazione Sabe per l’arte

Nataly Maier, “Immagini nello spazio”, installation view at Fondazione Sabe per l’arte, Ravenna, ph. Daniele Casadio, courtesy Fondazione Sabe per l’arte

Le fotosculture convocate nello spazio espositivo materializzano un’intuizione in apparenza semplice: se la fotografia comprime la profondità del mondo su una superficie bidimensionale, per restituire volume all’immagine stampata occorre costruire fisicamente lo spazio che l’oggetto rappresentato avrebbe occupato. Questa operazione comporta un cortocircuito tautologico in base al quale se da un lato la fotografia del limone diventa il limone stesso attraverso l’incorporazione della forma del frutto, dall’altro la sovrapposizione tra immagine e oggetto non si risolve mai in identità, poiché lo sdoppiamento tra superficie fotografica e volume materico mantiene visibile la distanza che separa la rappresentazione dalla cosa. La coincidenza viene affermata e negata allo stesso tempo: il limone fotografato è il limone reale nella misura in cui ne occupa esattamente lo spazio, ma rimane irriducibilmente altro. In Arancio, Limone (1992) i due frutti (ingigantiti ma verosimili nelle reciproche relazioni dimensionali) giacciono a terra al centro della sala tagliati a metà come un brano di natura morta contemporanea, da cui si discostano perché la sezione interna che dovrebbe rivelare la polpa appare fotografata in bianco e nero, mentre gli emisferi esterni mantengono l’arancione e il giallo delle bucce naturali. I due oggetti si sdoppiano lungo il piano di taglio: da una parte la presenza cromatica e tattile della superficie esterna, dall’altra la traccia fotografica dell’interno organico. Qui la fotografia, aderendo all’oggetto come una membrana, innesca una trasformazione bilaterale in cui né la fotografia rimane pura immagine né l’oggetto resta pura materia.

Nataly Maier, “Immagini nello spazio”, installation view at Fondazione Sabe per l’arte, Ravenna, ph. Daniele Casadio, courtesy Fondazione Sabe per l’arte

Nataly Maier, “Immagini nello spazio”, installation view at Fondazione Sabe per l’arte, Ravenna, ph. Daniele Casadio, courtesy Fondazione Sabe per l’arte

Il principio di sdoppiamento e scissione, fondamentale leitmotiv della ricerca di Maier, si declina in una varietà di configurazioni in cui gli oggetti sembrano divisi tra presenza fisica e rappresentazione fotografica, come se ogni cosa contenesse simultaneamente la propria materialità e la propria immagine senza che le due dimensioni possano mai coincidere appieno. In Albero girevole (1991) un vero tronco in verticale sostiene una coppia di dischi fotografici intersecati lungo il diametro verticale su cui appare l’immagine della chioma di foglie, come se la parte superiore dell’albero fosse stata sezionata e sostituita dalla proiezione bidimensionale di una sua porzione visiva. Si potrebbe definire quest’ultima operazione come una sorta di slittamento metonimico, artificio retorico che l’artista sperimenta anche per trasformare un intero paesaggio in oggetto domestico e trasportabile. In Mare in scatola (1994), ad esempio, tre contenitori metallici affiancati a terra riempiti da sardine fotografate, inscatolando il mare attraverso i suoi abitanti, evocano per contiguità l’elemento marino da cui essi provengono, ma al tempo stesso trasformano l’immensità del paesaggio naturale nella concretezza di una merce confezionata.

Nataly Maier, “Immagini nello spazio”, installation view at Fondazione Sabe per l’arte, Ravenna, ph. Daniele Casadio, courtesy Fondazione Sabe per l’arte

Nataly Maier, “Immagini nello spazio”, installation view at Fondazione Sabe per l’arte, Ravenna, ph. Daniele Casadio, courtesy Fondazione Sabe per l’arte

A controparte urbana dell’Albero girevole, in San pietrini (1995) una torre di dadi ricoperti di fotografie dei cubetti di porfido evocati dal titolo si innalza come costruzione astratta in cui la documentazione del materiale urbano diventa texture decorativa applicata a volumi costruttivisti. I sampietrini fotografati acquistano una presenza tattile illusoria che contrasta con la rigidità geometrica dei cubi, generando un’ambiguità percettiva in cui la materialità del soggetto rappresentato e l’astrazione della composizione scultorea coesistono senza risolversi. La fotografia riveste la forma come una pelle che trasporta l’immagine del mondo su architetture di matrice teorica, e questa giustapposizione evidenzia la distanza che separa i due regimi dimensionali anche quando sembrano convergere. Altri lavori, come Fotoscultura con salice (1994), insistono sula soglia critica in cui la fotografia cede il posto alla presenza fisica dell’oggetto. Qui, un pannello a parete rivestito da una texture fotografica di rami di salice si interrompe nel punto in cui rami vegetali veri iniziano a proiettarsi nello spazio superiore, come se la rappresentazione fosse costretta a cedere alla cosa per l’impossibilità dell’immagine di contenere il volume richiesto dall’oggetto. Questa impossibile continuità sottolinea il limite costitutivo della fotografia: l’immagine può documentare la forma ma non può restituire lo spazio che la forma occupa, e quando questo spazio diventa necessario la rappresentazione deve trasformarsi in presenza o ammettere la propria insufficienza.

Nataly Maier, “Immagini nello spazio”, installation view at Fondazione Sabe per l’arte, Ravenna, ph. Daniele Casadio, courtesy Fondazione Sabe per l’arte

Nataly Maier, “Immagini nello spazio”, installation view at Fondazione Sabe per l’arte, Ravenna, ph. Daniele Casadio, courtesy Fondazione Sabe per l’arte

In parallelo alle fotosculture, Maier sviluppa una seconda linea di ricerca attraverso dittici in cui fotografie in bianco e nero di elementi naturali vengono accostate a campiture pittoriche monocromatiche. Nel trittico Primitivi (2001), ad esempio, l’immagine fotografica in bianco e nero (in negativo, poiché i pieni sono bianchi e i vuoti neri) di un ciuffo di erbe selvatiche si affianca a un rettangolo arancione e a uno giallo, come se il colore che la fotografia tradizionale comprime nella scala dei grigi venisse estratto e materializzato sulla superficie pittorica adiacente. A questo modo l’artista divide l’immagine dal suo colore seguendo una logica analoga a quella che separa l’oggetto dalla sua forma: se la fotoscultura restituisce volume all’immagine piatta, il dittico restituisce cromaticità alla fotografia attraverso la mediazione della pittura. Il colore, collocato accanto alla fotografia come elemento autonomo, mantiene con quest’ultima una relazione di complementarità senza fusione. Questa sistematica strategia di separazione e ricomposizione rivela la metodicità dell’artista nell’analisi delle componenti costitutive della rappresentazione. Maier procede per sottrazione e ri-assemblaggio: toglie alla fotografia la sua bidimensionalità per darle volume, le sottrae il colore per materializzarlo altrove, separa l’immagine dall’oggetto per poi riconnetterli attraverso configurazioni ibride in cui né l’uno né l’altra mantengono il proprio statuto originario. Tale processo analitico non persegue la sintesi armoniosa dei media, ma mantiene visibile la frattura che li separa, lasciando coesistere rappresentazione e presenza in uno stato di tensione irrisolta.

Nataly Maier, “Immagini nello spazio”, installation view at Fondazione Sabe per l’arte, Ravenna, ph. Daniele Casadio, courtesy Fondazione Sabe per l’arte

Nataly Maier, “Immagini nello spazio”, installation view at Fondazione Sabe per l’arte, Ravenna, ph. Daniele Casadio, courtesy Fondazione Sabe per l’arte

La precisione concettuale di questa ricerca non si traduce nella freddezza analitica caratteristica di molta arte degli anni Settanta, ma mantiene una qualità affettiva che trapela dalla scelta dei soggetti e dal modo in cui vengono trattati. Gli agrumi, l’albero, le sardine, i sampietrini appartengono al repertorio delle cose ordinarie che popolano l’esperienza quotidiana, e questa familiarità non serve soltanto a facilitare l’accesso percettivo nell’opera, ma rivela un atteggiamento di curiosità quasi infantile nei confronti del mondo visibile. Lo stupore che accompagna la scoperta di come le cose sono fatte, la meraviglia di fronte alla struttura interna di un limone o alla texture della superficie lunare, costituiscono la componente emotiva che permea il rigore metodologico dell’indagine. La piacevolezza visiva di questi lavori non deriva dunque da superficiali strategie comunicative, ma dalla convinzione che anche l’indagine teorica più rigorosa possa mantenere un legame vitale con l’esperienza emotiva della visione. La mostra ravennate permette di cogliere la coerenza di un percorso che attraverso strumenti differenti mantiene fermo uno sfaccettato interrogativo sulla natura dell’immagine e sul suo rapporto con la realtà che pretende di rappresentare. L’immagine che acquista volume e l’oggetto che si sdoppia in rappresentazione costituiscono le due facce di un’operazione che interroga la possibilità di restituire il reale attraverso mezzi di rappresentazione che per loro natura introducono sempre una distanza, una riduzione e una trasformazione che nessuna strategia formale può completamente annullare.

Info:

Nataly Maier. Immagini nello spazio
a cura di Cristina Casero
24/01/2026 – 12/04/2026
Fondazione Sabe per l’arte
Via Giovanni Pascoli 31, Ravenna
www.sabeperlarte.org


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