In conversazione con Edoardo Tresoldi

Da poco inaugurata, “Opera” è la seconda installazione permanente di Edoardo Tresoldi (Cambiago, 1987) nel Sud Italia. Confrontarsi con lo Stretto di Messina è la nuova sfida del giovane artista lombardo che sceglie ancora una volta la Calabria dopo “Il collezionista di Venti”, suo primo lavoro in uno spazio pubblico.

Che cosa ha significato inaugurare Opera in questo momento di ripartenza nonostante la pandemia?
L’inaugurazione era programmata per la primavera; poi è stata rinviata a causa dell’epidemia. Credo sia fondamentale, in un momento storico come questo, che le persone possano prendersi del tempo anche solo per mettersi a osservare, ascoltare e contemplare qualcosa di nuovo.

Hai ricevuto due anni fa l’incarico di realizzare un monumento per il lungomare di Reggio Calabria…
Ho voluto dare vita a un monumento che celebrasse il quotidiano delle persone che vivono la città. Le mie colonne celebrano le vicende quotidiane sul lungomare di Reggio, e si relazionano fortemente con gli elementi naturali dello Stretto: l’Etna, la Sicilia e i fenomeni naturali che interagiscono con lo spazio.

Rappresenta una grande responsabilità confrontarsi con la magnifica vista sullo Stretto. Come hai affrontato e risolto questo aspetto nella fase di progettazione e di realizzazione?
Quando si tratta di modificare uno spazio pubblico c’è sempre una grande responsabilità. Lo spazio in cui si inizia a lavorare appartiene ai cittadini. Viene poi contaminato e trasformato  agendo su un patrimonio culturale di tutti.

La caratteristica nei tuoi lavori, e in questo più che mai, è rappresentata dai contorni dell’opera che perdono definizione per fondersi con il contesto quasi che si trattasse ancora della visualizzazione di un progetto più che di un intervento architettonico concreto, del tutto compiuto. Qual è il senso racchiuso in queste architetture trasparenti e aperte che crei?
Con la trasparenza della rete mi è permesso esprimere forme attraverso le quali lascio che sia il contesto a parlare. Il linguaggio della rete metallica parla a bassa voce e sa accogliere quello che vi è intorno permettendo un’attiva fusione dell’opera con il luogo in cui è inserita.   Il linguaggio classico invece è un codice che celebra l’esperienza e la sacralità dei luoghi.

Cos’è il Genius Loci per te? Perché è importante ascoltare i luoghi?
Il Genius Loci è un concetto diverso dalla storia di un luogo. In Opera non vi è un richiamo al passato di Reggio Calabria bensì una celebrazione di qualcosa che appartiene alla vita contemporanea della città. Esiste così una connessione con tutte le civiltà che hanno creato un rapporto con lo stretto non storicamente ma in purezza.

La parte giocata dal tempo e dal luogo è ben intuibile in Opera. Quale fra i due è più importante?
Opera vive mutando nel tempo e con il luogo in cui si trova. Trattandosi di un’installazione permanente costruisce un lungo rapporto con le persone che vivono nel territorio: il succedersi delle stagioni, le navi che attraversano lo stretto, chi arriva per le festività e chi riparte, chi resta anche durante l’inverno, i cambiamenti della città, le generazioni che passano. Opera è ricordo, ma anche cambiamento per le persone che la vivono.

Qual è il ruolo dello spettatore di fronte ad Opera e in generale alle tue installazioni ambientali?
Il fruitore delle mie opere è generalmente posto nella circostanza di ricercare delle poetiche visive; è un fruitore in movimento. Nel caso di Opera, il colonnato realizza molteplici corridoi prospettici e permette all’installazione di divenire mutevole in base a come la si vive, in che modo la si attraversa e da che punto la si osserva.

Hai realizzato diversi interventi in Calabria e nel Sud Italia: Collezionista di venti, Thinking, Locus, l’eccezionale basilica di rete metallica a Siponto e ora un secondo progetto permanente come Opera. C’è un motivo particolare?
Con il Sud sento una connessione molto particolare e ogni volta che ci torno mi sento a casa.

Non è la prima volta che le tue installazioni ospitano performance musicali o esibizioni poetiche. In questa occasione Brunori Sas, Franco Armino, Teho Teardo hanno animato Opera per l’opening. Tutto ciò è qualcosa che proviene dai tuoi inizi nel campo della scenografia?
Da sempre credo che l’arte visiva abbracci più discipline: dalla poesia alla musica. Opera è stata arricchita da artisti che stimo moltissimo, si tratta di un racconto a più voci. Sicuramente la scenografia mi ha insegnato a lavorare in ambiti artistici diversi, attraverso cui ho imparato a credere in un’arte molteplice, alla costante ricerca di ispirazioni e influenze.

Ci sono degli autori che hanno influenzato la tua poetica?
Per molti aspetti, uno dei miei punti di riferimento è Christo, sia a livello concettuale sia per l’approccio rispettoso nel relazionarsi con i luoghi. Inoltre lo stimo perché ha raggiunto obiettivi che sembravano impossibili da realizzare. Un altro artista che stimola la mia immaginazione è Theo Jansen, il quale riesce a unire alla perfezione metodi ingegneristici e processi artistici.

Non sono mancate critiche e polemiche attorno ad Opera. Come hai vissuto tutto questo?
Ci sono state delle critiche inerenti alla sfera politica e a dinamiche sociali del territorio che posso comprendere. Tutto questo però non appartiene alla sfera artistica e mi tocca relativamente.

Per tutte le foto: Edoardo Tresoldi “Opera”. Ph © Roberto Conte, courtesy Città di Reggio Calabria


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