In occasione della tappa genovese della compagnia Nanou, abbiamo incontrato Marco Valerio Amico negli spazi del Teatro Akropolis, poche ore prima che Arsura e Specie di spazi andassero in scena nell’ambito della rassegna Testimonianze Ricerca Azioni. Il cofondatore del Gruppo Nanou ha condiviso visioni, processi e motivazioni che attraversano il lavoro della compagnia e ne definiscono l’identità. Anche in Arsura si ritrovano gli snodi principali da cui transita la poetica dei Nanou. Una poetica che evoca, piuttosto che rappresentare, mondi interiori e sensoriali, usando corpo, spazio, suono e astrazione per creare un’esperienza che sfugge a schemi definiti e apre nuove visioni. Il corpo per loro è materia viva, sintesi di suono, spazio, gesto in dialogo con una scena in cui presenza, suono e immagine sono ugualmente importanti. I loro lavori procedono per tracce narrative non lineari, lo spettatore è invitato a ricostruire sensi, sequenze, emozioni da illuminazioni, frammenti dentro un flusso continuo. Lo spazio scenico, composto da architettura, luce, suono, oggetti è una atmosfera, è un paesaggio percettivo più che reale, aperto all’indefinito, all’indeterminato in cui ciò che accade oscilla tra sogno, memoria, trasformazione.

Nanou, “Arsura”, nell’ambito di “Fèsta”, Ravenna 2024, ph. Lorenzo Pasini, courtesy Gruppo Nanou
Simone Azzoni: Ciò che avviene in scena in Arsura ha a che fare con la presenza e la dissolvenza, con il resistere e il persistere dell’immagine. Cosa rimane allo spettatore dopo l’esperienza di un vostro spettacolo?
Marco Valerio Amico: Lo spettacolo è iniziato, e si sta già compiendo, nel momento in cui voi avete deciso di venire in teatro e sedervi ai vostri posti, qui davanti a noi. Infatti, mi piace sempre più erodere i bordi, i limiti, le differenze tra una chiacchierata e un’immagine, tra una danza, un suono e un conoscere persone nuove, cercando di passare il più agilmente possibile da una cosa all’altra, di smussare gli angoli tra le discipline e i formati. L’ambizione con cui noi facciamo spettacolo è proprio quella di cercare di lasciare un residuo, una piccola memoria che fra giorni, anni o mesi, possa riaffiorare in ognuno di voi.

Nanou, “Arsura”, nell’ambito di “Fèsta”, Ravenna 2024, ph. Lorenzo Pasini, courtesy Gruppo Nanou
In Arsura c’è una simultaneità di segni, corpo, luce, spazio. Nel processo creativo questi segni rimangono distinti? Lavori simultaneamente con questi segni dissolvendo le gerarchie oppure hai un ordine?
Il processo creativo cambia ogni volta a seconda del progetto. Alle volte cambia per un paradigma progettuale, alle volte per un ordine di idee, di intuizioni. In un caso partimmo da una scrittura. Un’altra volta partimmo da una luce. Oppure da una scena. In Arsura siamo partiti dalla relazione artistica e linguistica molto forte tra me e Rhuena Bracci. Siamo due dei tre fondatori della compagnia e ci siamo chiesti di fermare un po’ tutto quello che avevamo frequentato e costruito per affondare il nostro linguaggio. Io mi sono preso le luci e lei ha creato un altro modo di stare in scena. In Arsura c’è un dialogo leggermente instabile tra me e lei in cui si sviluppa una scelta continua, reciproca. C’è una strada che è tracciata ma il come, il quando, il perché è del tutto e di continuo ri-negoziato. La questione delle gerarchie tra i diversi linguaggi, tra i diversi strumenti ogni tanto riaffiora e, durante i processi, viene ripristinata quando è necessario mettere a fuoco un corpo, una luce. È il tentativo di trovare, in una complessità orchestrale, dei temporanei assoli degli strumenti per poi riposizionarli nella complessità, senza perdere mai l’idea che sia sempre un ensemble che collabora per una costruzione collettiva.

Nanou, “Arsura”, nell’ambito di “Fèsta”, Ravenna 2024, ph. Lorenzo Pasini, courtesy Gruppo Nanou
Ascolto, decisione, reazione. Al di là di alcune situazioni di frontalità funzionale, dove si colloca lo spettatore nella tensione tra te che sei il regista o tecnico luci e il performer?
Quando penso allo spettatore, lo penso sempre come un insieme di persone che sono state invitate a cena da me. Tutto è apparecchiato perché ci sia l’ospitalità, anche disagiata (sorriso). È possibile che a qualcuno non piaccia come e cosa ho preparato. È sempre quando ci si avvicina alla tavola che si realizza una piccola libertà, una piccola scelta, magari partendo dalla scelta di dove si desidera sedersi.
Nei vostri lavori la coreografia non racconta, ma trasfigura il visibile. Lo spazio entra nel corpo come la tapparella nel busto della donna del film Le retour à la raison di Man Ray del 1923. Come riesce lo spettatore a distinguere lo spazio dal corpo?
Negli ultimi anni abbiamo iniziato a pensare per livelli di composizione. Ci siamo detti che ogni livello dovrebbe poter essere sufficiente a sé stesso. L’allestimento spaziale dovrebbe essere sufficiente a sé stesso e essere guardato per quello che è, così come l’andamento luminoso senza i corpi, e poi il corpo senza la luce e senza il suono, eccetera. Poi è necessario che ci sia lo spazio per far dialogare questi elementi. In quello spazio si realizza anche il tempo dello sguardo che coglie tutto quanto vi accade. Uno spazio transitivo, che permette una continua osmosi tra i diversi elementi compositivi. Poi c’è uno spazio virtuale, una sorta di retina all’interno dell’occhio in cui quell’immagine magari rimane come un fantasma per qualche secondo in più rispetto al buio che, si è generato. E, infine, c’è lo spazio “stanza”: il punto di vista in cui scegliete di mettervi per guardare e partecipare alla ritualità laica e contemplativa che è lo spettacolo.

Nanou, “Arsura”, nell’ambito di “Fèsta”, Ravenna 2024, ph. Lorenzo Pasini, courtesy Gruppo Nanou
Il suono nella piéce non è didascalia ma ha addirittura la forza di rovesciare il senso drammaturgico di ciò che sta accadendo.
Alcuni suoni sono bellissimi da ascoltare ma sono, a mio avviso, impraticabili per il corpo, cioè non hanno uno spazio per potervi entrare; altri, invece, lasciano la possibilità di comporre insieme. Ci sono suoni che svaniscono negli spazi, altri che permettono al corpo di comporre, di essere un ulteriore strumento rispetto al suono. Capita che il corpo disattenda l’andamento della musica, ma possa essere un contrappunto ulteriore in termini di volume, velocità, energia, massa muscolare. Il corpo può collaborare ad amplificare un andamento, un climax, un crescendo, ma anche decomporre, scomporre, spostare l’andamento del suono un pochino di lato. Per esempio, quando un movimento avviene su un tempo che non corrisponde, il tempo di quell’azione si spezza e quel movimento rende la composizione più complessa.
Le parole che adoperiamo in qualità di critici per analizzare il vostro lavoro spesso sono vuote. A volte ne inventate voi per parlare del vostro percorso.
Ci sono talmente tante difficoltà da affrontare quotidianamente che, per analizzare oggi ciò che stiamo facendo, dobbiamo partire da una condizione di leggerezza. Occorre un po’ di leggerezza e di stupidità (cit.) nelle cose. Agli inizi eravamo più “pesanti”, più “seri”, forse troppo seri (sorride N.d.A.). Oggi è tutto un po’ più semplice, un po’ più giocoso. La leggerezza di cui parlo è la consapevolezza che non c’è nulla di grave in tutto ciò che avviene. Tutto può andare e venire. L’errore non è così devastante ma anzi può essere arricchente e può divenire proprio quell’intuizione che si rivela in istante e dici: “Oh”.
Info:
Prossimamente in scena:
Sport e Camera 2046: 23 e 24 gennaio 2026 – Teatro delle Moline, ERT, Bologna
Redrum: 31 gennaio e 1 febbraio 2026 – Centro Coreografico Körper, Napoli

È critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine presso l’Istituto di Design Palladio di Verona e Arte contemporanea presso il Master di Editoria dell’Università degli Studi di Verona. Ha curato numerose mostre di arte contemporanea in luoghi non convenzionali. È direttore artistico del festival di Fotografia Grenze. È critico teatrale per riviste e quotidiani nazionali. Organizza rassegne teatrali di ricerca e sperimentazione. Tra le pubblicazioni recenti Frame – Videoarte e dintorni per Libreria Universitaria, Lo Sguardo della Gallina per Lazy Dog Edizioni e per Mimemsis Smagliature nel 2018 e nel 2021 per la stessa casa editrice, Teatro e fotografia.



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