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In dialogo con la storia dell’arte. A Palazzo Fava in mostra gli “Sfregi” di Nicola Samorì

Il forlivese Nicola Samorì ritorna nella sua città di formazione con una mostra personale a Palazzo Fava, un’antologica di circa 80 opere tra pittura e scultura, a cura di Alberto Zanchetta e Chiara Stefani. Il percorso espositivo è stato concepito in stretto dialogo con le sale di Palazzo Fava: l’artista si è posto in ascolto dei “fregi” presenti sui soffitti, dipinti da grandi artisti del passato, come i Carracci e di alcune opere della fondazione Carisbo, come la Maddalena Penitente del Canova e il suo stesso “Giardino Anatomico”. È il senso stesso della vita, il misterioso legame tra vita e morte, tra il creare e il disfare, che emerge dall’opera di Samorì; un silenzioso meditare sull’arte, sul colore, sulla materia da cui si sprigiona una potente forza espressiva, una necessità di dialogo, di confronto, di continuazione e innovazione della tradizione pittorica e artistica, con la quale egli è sempre in contatto.

È proprio partendo dal confronto con la statua di Apollo presente in una sala del palazzo, che Samorì inizia il suo percorso, ponendo all’attenzione il mito di Marsia, che aveva tentato di sfidare Apollo. La scultura lignea proposta dall’artista si erge verso l’alto, trasmettendo il dolore e la sofferenza del supplizio vissuto, come le opere incentrate sul tema del corpo spellato, di cui i maggiori protagonisti sono santi Cristiani, a cui l’artista aggiunge un ulteriore martirio rispetto a quello riportato dalla tradizione agiografica. La pelle scuoiata si trasforma in filamenti che, staccandosi dal dipinto, restano parte integrante dell’opera: la tecnica di Samorì prevede infatti che egli, che dopo aver creato perfettamente l’opera, la sfregi, attribuendole un senso nuovo, un significato artistico e vitale, misterioso e indecifrabile.

Come afferma l’artista in una sua intervista: “fustigo la pittura per vederla sanguinare, perché la considero alla stregua di un corpo che viene trattato come un organismo ormai anemico, mentre non lo è per nulla. Le immagini e la loro narrazione sono funzionali a questa messa in scena che ha bisogno della metafora della carne per farsi inequivocabile[1]”. Ciò viene espresso attraverso duplici richiami alla storia dell’arte in chiave antica e contemporanea: alla pittura barocca, da un lato, in particolar modo a quella spagnola e all’incontro con Crespi, che forniscono il mezzo pittorico espressivo, l’utilizzo delle scure cromie, lo studio profondo della luce, dei corpi, delle carni, all’informale dall’altro, che rivive attraverso un uso materico della pittura, che sfregia l’opera tramite il sovrapporsi degli strati di differenti materiali.

L’arte, dunque, resta ed è immortale, continua a vivere oltre il tempo, oltre l’artista, oltre lo sfregio. Ma il dialogo continua e nella Sala delle Grottesche troviamo il monumentale affresco “Malafonte”, che sembra predestinato per quella collocazione, incastonandosi nella struttura portante di Palazzo Fava. Rappresentati i miracoli durante l’esodo dall’Egitto attraverso una contrapposizione figurativa, che enfatizza il rapporto tra il bene e il male. Un percorso di “affinità elettiva” che raggiunge l’apice del pathos nella sala in cui è presente il colloquio tra i fregi del Carracci, le opere di Samorì e la Maddalena Penitente del Canova, che posta al centro della sala, richiama dall’alto verso il basso lo sguardo dello spettatore, condotto, poi, alla vista del grande trittico posto frontalmente alla scultura, intriso di riferimenti al “Giudizio Universale” di Luca da Leida.

Al secondo piano sono presenti opere di differente formato e tecniche artistiche, come ad esempio la pittura su pietra e i ritratti dagli occhi accecati, in dialogo con le donne cieche di Annibale Carracci. Il “San Rocco” ricorda la pittura di Jusepe de Ribera, dove, come sostenuto dai curatori, la materia informale preformata rifà il soggetto iconografico. Nella pittura, l’eliminazione di particolari fisici, come ad esempio nel “San Sebastiano” e nella scultura, la sottrazione della pietra, rappresentano l’assenza della carne; le opere si cannibalizzano, nutrendosi di loro stesse. La sacralità che emana dal “Cristo deposto”, rimanda alla tradizione cattolica, religiosa. Partendo da concetti noti e conosciuti a molti, l’artista enfatizza il senso di mistero, di immortalità e continuità dell’arte, in comunicazione con la tradizione artistica e la contemporaneità dell’oggi.

Bruna Giordano

[1] https://www.juliet-artmagazine.com/nicola-samori-tutto-e-grazia/

Info:

Nicola Samorì. Sfregi
a cura di Alberto Zanchetta e Chiara Stefani
fino al 25 luglio 2021
Palazzo Fava
via Manzoni 2, Bologna
Promotore: Genus Bononiae. Musei nella Città

For all the images: Nicola Samorì, Sfregi, veduta dell’allestimento, Palazzo Fava, foto Paolo Righi, courtesy Genus Bononiae. Musei nella Città.


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