Italo Zuffi. Fronte e retro

Dopo alcuni mesi in cui le incertezze legate alla gestione della pandemia hanno costretto il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna a rimodulare la sua programmazione, la sala delle Ciminiere riapre al pubblico per una nuova grande mostra istituzionale curata da Lorenzo Balbi e Davide Ferri. Fronte e retro è una retrospettiva dedicata a Italo Zuffi (Imola, 1969) che riunisce un corpus di opere la cui datazione va dagli esordi alla metà degli anni Novanta fino al 2020 e che proseguirà in concomitanza di Arte Fiera con una personale dello stesso artista, questa volta incentrata su una serie di nuove produzioni, a Palazzo De’ Toschi, sede delle iniziative dedicate all’arte contemporanea di Banca di Bologna. Il progetto espositivo si inserisce nella linea di ricerca su cui da qualche anno si concentra il MAMbo riallacciandosi all’approccio alla promozione del contemporaneo portato avanti storicamente dalla GAM, ovvero l’indagine sugli artisti italiani di una generazione nata tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, selezionati perché rappresentativi di un’attitudine profondamente recettiva rispetto alle tendenze artistiche internazionali, a cui ciascuno di essi ha contribuito con la propria interpretazione. Dopo Aldo Giannotti. Safe and Sound (5 maggio – 5 settembre 2021), anche questo allestimento concepisce la mostra come un organismo vivente destinato a cambiare nel corso della sua durata tramite azioni richieste al pubblico, performance di professionisti e una costitutiva instabilità di alcune opere esposte, programmaticamente aperte a dinamiche non completamente prevedibili.

Il percorso espositivo ruota attorno ad alcuni nuclei tematici individuati dall’artista, come il concetto di potere applicato nella sua accezione negativa e positiva (con particolare riferimento alle sue declinazioni all’interno del sistema dell’arte) e un’idea di scultura che, opponendosi all’idea di costruzione, si identifica nell’esito dell’applicazione di forze contrastanti ai materiali o allo spazio in cui vive l’intuizione plastica dell’artista. Un filo conduttore che lega i lavori nel corso degli anni (l’allestimento non segue un andamento strettamente cronologico o tematico proprio per offrire al pubblico la possibilità di attivare le opere esplorandone autonomamente le associazioni possibili) è la replica talvolta ossessiva di un gesto o di una fatalità che sparge a terra ciò che l’artista ha costruito individuando così altre traiettorie che riescono a trovare un nuovo misterioso equilibrio nelle loro reciproche relazioni spaziali e concettuali. Italo Zuffi si avvale di un articolato uso di linguaggi differenti (come azioni performative, fotografie, suoni, installazioni e sculture), le cui specificità nelle sue mani sembrano quasi confondersi, per creare oggetti (reali o mentali) solo parzialmente configurati come opere e in attesa di completarsi attraverso un’azione o che implicano un’idea di performatività.

Molto esemplificativo in tal senso è osservare come le grandi sculture della serie Scomposizione che occupano il lungo spazio centrale della Sala delle Ciminiere (realizzate negli anni 2000 quando l’artista era rappresentato dalla Galleria Continua) siano concepite come paradossali abbattimenti di edifici preesistenti i cui frammenti disarticolati e dispersi per effetto della caduta generano una sorta di prospetto di montaggio tridimensionale avulso da qualsiasi intento funzionale. Ciò che colpisce, se si cerca di riassemblarne mentalmente i pezzi nel tentativo di comprendere la struttura iniziale, è il fatto che, nonostante i moduli considerati singolarmente richiamino il rigore razionale del design postmoderno, il loro montaggio non conduce ad alcuna architettura plausibile, come se la distruzione non avesse fatto altro che rilevare la costitutiva inefficienza di una progettazione abituata a mascherare con il formalismo le proprie interne aporie. La stessa volontà di dominare lo spazio con un’azione scultorea eterodossa si ritrova nelle fotografie della serie Throwing (1997), in cui rispettivamente l’artista immortala il lancio in aria ripetuto di un cuscino in una stanza disadorna del Central St Martins College da parte di un agente invisibile, e Dizionario Base (2002), documentazione di una performance in cui gli interpreti erano stati invitati dall’artista a scaraventare liberamente una sedia nel vuoto. Anche qui le immagini congelano uno stato provvisorio di equilibrio tra masse e forze destinate a disperdersi, il cui fortuito incontro individua nuove e stringenti ipotesi di struttura, all’interno delle quali gli elementi dotati di fisicità hanno la stessa rilevanza di quelli immateriali.

Le medesime suggestioni si possono rintracciare anche nel video The Reminder (1997) e nell’animazione digitale Shaking doors II (2001): il primo è un montaggio di brevi sessioni performative in cui l’artista, posizionandosi in maniera scomoda e precaria tra le pareti e gli oggetti di una stanza anonima utilizza il proprio corpo come materiale scultoreo sottoponendolo a sforzi che rilevano le linee direzionali e le tensioni dello spazio, mente la seconda mostra delle porte chiuse che, inizialmente scosse da un’interna irrequietezza, si aprono e poi si destrutturano liberando le proprie componenti in uno spazio dinamico e astratto. Assieme all’installazione Giorno di vento (2005), posizionata dietro alla biglietteria del museo e composta dalla replica di quattro casse in legno da mercato ortofrutticolo sbattute a terra da un’ipotetica raffica d’aria, questi lavori sono altamente esemplificativi dell’attitudine di Italo Zuffi a percepire la realtà come un susseguirsi di potenziali micro-eventi scultorei, osservati e congelati in immagine con dedizione e ironia.

L’altro importante filone tematico che innerva la mostra è quello del posizionamento dell’artista nel sistema dell’arte e del suo rapporto con i personaggi che ne detengono il potere, anch’esso caratterizzato da una distruzione da cui scaturisce l’elaborazione dell’opera. Alcuni lavori raccontano il distacco dalla Galleria Continua, come la performance Zuffi per Bonami (2010) in cui l’artista fa indossare agli interpreti dei foulard (qui esposti come se fossero stendardi) che riportano la frase del titolo, breve annotazione da lui trovata sulla copertina di un cd di documentazione sul suo lavoro speditogli dalla galleria al termine della loro collaborazione assieme a opere rimaste in magazzino e altri materiali di archivio, indizio, secondo Zuffi, che il cd non fosse mai stato sottoposto all’attenzione del potente critico d’arte. La separazione dalla galleria ha permesso all’artista di lavorare in modo più libero e di approfondire i risvolti più residuali della sua poetica, come avviene ad esempio nelle piccole installazioni con rametti di legno in precario equilibrio su contenitori per rullini fotografici o nei raggruppamenti di tappi che seguono il battiscopa di alcune sale della mostra. Allo stesso tempo, l’interruzione del rapporto con una galleria potente ha segnato per l’artista un periodo difficile, causando il deprezzamento delle sue opere, a cui ha cercato sarcasticamente di reagire con la serie di monocromi su tela intitolata Incentivi (2015) che promettono in omaggio gli oggetti più improbabili a fronte dell’acquisto di un’opera, ironizzando sullo (scarso) valore del suo nome. Nonostante la beffarda rivendicazione di visibilità e l’estetica asettica e minimalista che ripete gli stilemi del concettuale più crudo, da quelle forme precise traspare una fragilità profondamente umana, la stessa che, a ben vedere, si può percepire sottotraccia anche nei lavori scultorei, sempre animati da una curiosità ludica verso il mondo che stempera l’integrità del suo discorso sulla scultura prima che diventi didascalico.

Info:

Italo Zuffi. Fronte e retro
A cura di Lorenzo Balbi e Davide Ferri
Istituzione Bologna Musei | MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
20/01/2022 – 1/05/2022

Italo Zuffi. Fronte e retro veduta della mostra al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna Foto: Ornella De Carlo Courtesy Istituzione Bologna Musei

Per tutte le immagini: Italo Zuffi. Fronte e retro, veduta della mostra al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna. Foto: Ornella De Carlo, courtesy Istituzione Bologna Musei


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