A sud di Copenaghen, tra case gialle, selciati e vento salmastro, Dragør conserva un silenzio che sembra antico. In questa quiete, sospesa tra porto e leggenda, si trova la Kyst Gallery, piccolo spazio dedicato all’arte contemporanea, eppure già capace di creare una propria geografia emotiva. È qui, in questa cornice essenziale, che Lilith Black Bee presenta la sua prima personale in assoluto, un evento che sorprende non tanto per l’esordio in sé, quanto per il fatto che un lavoro così rigoroso, meditativo e visionario abbia scelto proprio questo luogo per rivelarsi nella sua interezza. La mostra si intitola Klokken er mange, un’espressione danese che significa “è tardi”, ma che contiene in sé una qualità poetica: non segna l’orario, ma nomina una condizione. E infatti, attraversando queste opere, si ha la sensazione che il tempo non venga misurato, ma abitato.

“Klokken er mange: A Note on Time in the Art of Lilith Black Bee”, installation view at Kyst Gallery, ph. credits Maria Rand, courtesy Kyst Gallery Dragør, Danimarca
C’è un momento, prima di accorgersi che è tardi, in cui il tempo non ha ancora nome. È il momento in cui lo sguardo si posa, e resta, su un’opera come Pieces of Self 2. Un reticolo di quadrati gialli e bruni, disegnati a mano con inchiostro e acquerello, che non grida ma sussurra. Ogni cella è uguale, eppure diversa, ogni tratto è misurato, ma non sterile. È il tempo stesso a prendere forma, non in modo lineare, ma come un battito respirato, una conta silenziosa, una durata che si fa visibile. Lilith costruisce una liturgia della presenza attraverso opere metodiche, che non cercano lo spettacolo ma l’ascolto. I suoi gesti, minimi, ripetuti, pazienti, ricordano i numeri dipinti per tutta la vita da Roman Opałka, o le date silenziose di On Kawara. Ma se in loro c’era l’urgenza di archiviare l’esistenza, in Lilith c’è l’intenzione di abitarla. L’artista, romena di nascita e ora residente a Lione, disegna il tempo come se potesse contenerlo: 31.556.926 secondi in un anno, scritti uno a uno, su migliaia di fogli. Un progetto che forse non finirà mai, ma che non ha bisogno di fine, perché qui il tempo non è un percorso, è una soglia.

Lilith Black Bee, “Now Day 2_65”, 2025, graphite pencil, acrylic ink and oil based gold marker on paper; “Now Day 2_66”, 2025, graphite pencil, acrylic ink and oil based gold marker on paper, courtesy of Kyst Gallery and the artist
I suoi lavori — Now, Pieces of Self, Peace of Mind, Wilderness — oscillano tra ordine e dispersione, tra controllo e smarrimento. In Now Day 1 i numeri si allineano come grani di un rosario laico, in un esercizio che ha qualcosa del mantra e del metronomo, il gesto si ripete ma non si automatizza, ogni cifra è un respiro inciso, un atto di presenza, è quasi come se nel contare Lilith riuscisse a rimanere ferma per un attimo nel “qui” senza scivolare nel dopo o nell’ieri. «Sono nel presente quando conto i secondi», confessa. Ed è proprio qui che la sua arte si fa radicale: nel cercare, con ostinazione, una forma di durata che resista alla velocità, che opponga alla distrazione un’attenzione devota, fatta di inchiostro e silenzio. Osservando le sue griglie, il pensiero va a Gaston Bachelard e alla sua riflessione sul tempo, formulata in L’Intuition de l’instant (1932): non si può davvero amare il tempo senza anche perderlo. Ma Lilith non lo perde. Lo attraversa, lo raccoglie, lo trascrive, e nel farlo, lo riempie di senso. Le sue opere sono mappe intime, cronologie senza evento, geografie emozionali in cui il colore diventa temperatura affettiva, la linea una soglia, la ripetizione una cura.

Lilith Black Bee, “Peace of Mind 26”, 2025, pigment gel pen, graphite pencil and India ink on paper; “Peace of Mind 26 (detail)”, 2025, pigment gel pen, graphite pencil and India ink on paper, courtesy of Kyst Gallery and the artist
Camminando tra le stanze della Kyst Gallery, si ha l’impressione di entrare in una forma temporale diversa. Non è l’atemporalità fredda del bianco museale, ma qualcosa di più caldo, poroso, vulnerabile. La galleria, nascosta tra le case e il mare, accoglie la mostra con la misura di un respiro trattenuto. In Peace of Mind, la ripetizione si organizza come una preghiera a bassa voce; le superfici sono abitate da segni minimi, quasi timidi, che però costruiscono interi mondi interiori. È una calligrafia dell’equilibrio: non si cerca la perfezione, ma la coerenza interna, il ritmo giusto per restare. Guardando queste opere, si è invitati a inspirare, espirare, attendere. Non succede “nulla”, ma tutto accade. Quella che potrebbe sembrare una pratica quasi ossessiva si rivela invece un rituale di centratura, una forma di resistenza silenziosa. Non c’è automatismo, ma ascolto. Ogni foglio è un diario senza parole, un esercizio di consapevolezza dove la linea diventa confine, l’intervallo spazio vitale.

Lilith Black Bee, “Pieces of Self 2”, 2025, mixed media painting on hot pressed watercolor paper 100% cotton 300 gsm, courtesy of Kyst Gallery and the artist; “Pieces of Self 2 (detail)”, 2025, mixed media painting on hot pressed watercolor paper 100% cotton 300 gsm, courtesy of Kyst Gallery and the artist
Anche nella serie Wilderness il segno si trasforma in paesaggio, un territorio sospeso tra cielo e terra. Il tratto, pur mantenendo una certa nettezza, si ammorbidisce in un andamento che cerca di farsi più fluido, quasi onde cromatiche da abitare e attraversare. Tuttavia, questa morbidezza a tratti sembra cercare di nascondere una tensione interna, un equilibrio fragile tra controllo e abbandono. Le opere si susseguono come orizzonti mossi, stratificati in bande di giallo, blu, viola e arancio alternate secondo ritmi visivi instabili, che sembrano oscillare senza trovare un punto di quiete. Qui l’ordine vacilla e si apre a zone meno governate, più istintive, ma questa apertura, pur stimolante, talvolta rischia di risultare un po’ troppo trattenuta, come se la vera liberazione fosse ancora in attesa. L’artista non cerca la rottura netta, ma una permeabilità misurata: una scelta che può apparire sia forza sia limite. La “wilderness” che racconta non è disordine, ma una verità sommessa, che emerge solo quando, per davvero, si ha il coraggio di lasciarsi andare.

Lilith Black Bee, “Wilderness 10”, 2025, pigment gel pen, graphite pencil and India ink on paper; “Wilderness 10”, 2025, pigment gel pen, graphite pencil and India ink on paper, courtesy of Kyst Gallery and the artist
Ci sono artisti che costruiscono mondi. E altri che li ascoltano. Lilith Black Bee appartiene a questa seconda specie. Le sue opere non alzano la voce, non impongono significati, non cercano definizioni. Ma si fanno carico di un’urgenza più sottile: quella di rimanere accanto a ciò che passa, di registrare il tempo senza dominarlo. Il titolo della mostra, Klokken er mange, non si limita a indicare un tempo. È una confessione esistenziale, è quel momento in cui si alza lo sguardo e ci si accorge che qualcosa è passato. Non qualcosa di spettacolare, ma qualcosa che conta. Un giorno. Una presenza. Una vita. Klokken er mange non ci dice che è troppo tardi. Ci chiede solo di accorgerci, di fermarci. Di ascoltare ciò che abbiamo perso mentre eravamo altrove. Di raccogliere il tempo con la mano, una cifra alla volta, come fa lei. E poi, forse, ricominciare.
Info:
Klokken er mange: A Note on Time in the Art of Lilith Black Bee
19/06 – 19/07/2025
Kyst Gallery
Kongevejen 23B, 2791 Dragør, Danimarca
www.kyst.gallery
Laureata all’Accademia di belle arti di Catania. Durante il suo percorso di vita, unisce elementi come la scultura, il teatro, la danza e la fotografia, ed è proprio quest’ultima che rappresenta per lei la base per un innovativo ed eclettico percorso artistico. Dal 2010 si avvicina al mondo curatoriale ed inizia così anche a scrivere recensioni e pezzi critici; successivamente fonda “Artisti Italiani – arti visive e promozione”, organizzazione che si occupa di tutti gli aspetti promozionali dell’arte contemporanea.



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