A Tokyo il tempo scorre con un ritmo tutto suo. A volte sembra inarrestabile, con gli edifici che nascondono il cielo dietro i loro corpi di acciaio, vetro e cemento. Altre volte però il tempo si ferma per un attimo, e si aprono spiragli nella densità della giungla urbana. Tutto diventa liquido, si trasforma in acqua, in aria. Ho incontrato Kristina Tuzova in un bar, dentro un centro commerciale a Shibuya: io ho preso un caffè, lei una tazza di tè. Siamo rimasti lì a parlare per circa un’ora quasi senza interruzione. Qui leggerete solo un estratto di quella conversazione. Tuzova svolge diverse attività nel campo creativo: è artista visiva e graphic designer. Nata a San Pietroburgo nel 1998, vive e lavora a Tokyo, dove di recente ha presentato “Unrequited”, la sua prima personale, incentrata sul concetto di “ciò che non è corrisposto”.

Kristina Tuzova, “I am tired of war”, 2025, 410 x 330 mm; “Dare”, 333 x 242 mm, 2025, aerografo su tela, courtesy l’artista
Enrico Boschi: Mi dici qualcosa del tuo lavoro?
Kristina Tuzova: Nell’azienda di graphic design in cui lavoro, il mio capo ripete sempre che è importante che tutto abbia un significato, che sia pratico e utile. Però, da artista, penso spesso alle cose chiedendomi se mi piacciono oppure no, e solo dopo rifletto sul significato o sull’interpretazione. È giusto che gli altri siano liberi di vedere ciò che vogliono, capisci? Per me la cosa principale è che vada a toccare certe corde nello spettatore. È anche più importante dei significati nascosti che io tenderei ad attribuire. Se è bello, a volte non serve spiegare. Ma se parliamo di critica, allora sì, ovviamente.
Percepisci un conflitto tra graphic design e arte?
Sì. Il graphic design è principalmente il mio lavoro, mi piace, collaboro con questa azienda da quattro anni quindi qualcosa vorrà dire. Allo stesso tempo ciò che mi interessa di più è rappresentare me stessa. Nella mia ultima mostra ho finalmente avuto la sensazione di fare qualcosa per me, di creare qualcosa che mi rappresentasse pienamente. Nel graphic design, invece, sono portata a creare per il cliente o a seguire le indicazioni che mi dà il mio capo. Il lavoro è incentrato sul proiettare la mente di qualcun altro. Per me l’importante è avere una sicurezza economica, perché vengo dalla Russia, e fin da bambina ho avuto paura di essere povera e di dover vivere sotto un ponte o qualcosa del genere.

Kristina Tuzova, “And you?”, 2025, 242 x 333 mm, aerografo su tela, courtesy l’artista
Ti andrebbe di raccontarmi com’era vivere e crescere in Russia?
Il mio sogno era di scappare dalla Russia. Sulla mia pagina Instagram, per un paio d’anni, nella bio c’era scritto “Aiutatemi a scappare da San Pietroburgo”.
E poi è successo per davvero?
Sì, è successo.
Mi dici qualcosa riguardo al tuo lavoro nel settore della moda…
Ho lavorato con una mia amica, una designer. Il marchio si chiama Cycle. A volte posavo con sua figlia, o bevevamo qualcosa insieme. Siamo diventate amiche e ho iniziato a disegnare grafiche e a fare direzione artistica per il brand nel 2021. Ho anche disegnato i gioielli. Finora ho lavorato a cinque collezioni per questo marchio.

Kristina Tuzova, “Shy person”, 2025, 273 x 220 mm, aerografo su tela, courtesy l’artista
Preferisci dipingere su tela piuttosto che lavorare sui vestiti?
Non mi dispiace lavorare nella moda. Anzi, mi piace molto.
Hai un approccio multidisciplinare?
Ho questo “problema”: faccio troppe cose. Sono troppo multidisciplinare… Ma non credo che sia per forza un problema. Quando la tua attenzione si divide in tante direzioni, è difficile concentrarsi in modo profondo e serio, e affinare davvero le tue abilità. Mi piacerebbe farlo. Così finisco per dover affinare le mie abilità in ogni campo che mi interessa, e può essere frustrante.
Richiede di certo più tempo.
Inoltre, molte persone non ti prendono sul serio. Per esempio, se dico che sono artista, graphic designer, fotografa, faccio 3D modeling e musica… non posso essere riconosciuta per una cosa sola. È bello, ma… non so, forse mi sbaglio, ma credo che la gente pensi che io non sia davvero nessuna di queste cose.

Kristina Tuzova, “Forgotten”, 530 x 455 mm; “Crushed”, 410 x 330 mm, 2025, aerografo su tela, courtesy l’artista
Ora hai avuto la tua prima mostra. Hai lavorato con un curatore? Come hai scelto il titolo Unrequited?
Ho fatto tutto da sola. Quando parlo del sentimento “unrequited”, non mi riferisco necessariamente all’amore romantico, non volevo che fosse quello il tema principale. Volevo concentrarmi su come si può percepire questo sentimento in ogni aspetto della vita. Per esempio, anche quando preghi Dio perché tuo figlio stia bene, puoi sentire che tutte le tue speranze e il tuo amore nella preghiera restano senza risposta: Dio non risponde, e questo è un dolore. È una mostra che parla molto del dolore, ma nella zine che ho realizzato spiego che non voglio che lo spettatore provi pietà per me. Anche se è estremamente personale, non riguarda solo me. Volevo mostrare un sentimento di cui non si parla molto in Giappone, e specialmente a Tokyo. La cultura giapponese è costruita in modo tale che tutti si vergognano di provare dolore e di mostrarlo in pubblico, perché temono di essere visti come folli, malati o inadeguati. Nella cultura russa, invece, si parla molto di pensieri suicidi e cose del genere anche se sto saltando molti dettagli. C’è un mio dipinto che mostra un cavallo nero. È una femmina, una madre, ed è lì da sola. A volte anche l’amore per un figlio non nato può essere sentito come non corrisposto. E ora io riesco a percepire tutte le mie antenate. Spero tu capisca che questi dipinti parlano anche dell’atto di guardare qualcuno. Ma possono essere interpretati in molti altri modi. Non voglio metterci troppo peso.

Kristina Tuzova, “1793-4520”, 2025, 180 x 140 mm, aerografo su tela, courtesy l’artista
Pensi che l’arte possa essere un modo per fuggire da qualcosa? O un modo per superare un trauma, manifestarlo, comprenderlo?
A volte disegnavo qualcosa sul mio quaderno e poi accadeva davvero nella mia vita. Quindi può essere una forma di manifestazione, ma deve essere pura, perché quando disegnavo, erano sentimenti veri. Non disegnavo dollari, capisci? Anche se vuoi davvero i soldi… penso che tutti i miliardari li abbiano per via di qualche trauma serio, o di un vero bisogno di dimostrare qualcosa. Quindi provano davvero dei sentimenti per i soldi, capisci? Credo che molte persone trovino nell’arte un modo per evadere dalla realtà, perché la bellezza può aiutarti a farlo. Penso che per alcune persone sia fondamentale romanticizzare le cose, vedere della bellezza per non suicidarsi…
Info:

Originario di Bologna, studia design della moda e arti multimediali allo IUAV di Venezia. Crede nella possibilità di sconfinamento tra le discipline e che l’arte possa avere un ruolo attivo nell’abbattere le disuguaglianze e unire le persone creando comunità.



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