Ci sono mostre che si visitano e mostre che si abitano. La Biennale Internazionale Donna V è entrambe le cose. Ho attraversato questo progetto, passo dopo passo, con la sensazione crescente che non stessi soltanto visitando un’esposizione, ma aprendo uno spazio, un luogo in cui certe domande potessero finalmente stare senza dover essere risolte. La Boemia sta sul mare. Esercitare discontinuità, immaginare altrimenti. Il titolo viene da Ingeborg Bachmann e richiama una scena del Racconto d’inverno di Shakespeare: un naufragio sulle coste della Boemia, regione notoriamente priva di sbocco al mare. Un errore deliberato, o almeno così vuole, la tradizione critica. La Boemia senza mare è un luogo che eccede la logica del reale, uno spazio dell’immaginazione che resiste alla verità delle mappe. Riccardo Rizzetto, curatore di questa quinta edizione, ha scelto tale figura per un motivo preciso: ha visto in questo luogo un’indicazione, quasi un’etica dello sguardo.

AA.VV., “La Boemia sta sul mare”, V Biennale internazionale donna, installation View, ph. credits Alice Zorzin – Volcano Visual Studio, courtesy Biennale Internazionale Donna, Trieste
Viviamo in un momento in cui il futuro fa paura e il passato è diventato rifugio. La mostra non ignora questo: lo valica. La nostalgia che interessa a Rizzetto non è quella che immobilizza, ma quella capace di restituire visibilità a ciò che è stato tagliato fuori, interrotto, tenuto ai margini. Uno sguardo all’indietro che è anche, sempre, un gesto verso ciò che potrebbe ancora essere. C’è Ingeborg Bachmann in questo titolo, che conduce a Shakespeare e a Franz Fühmann. Autori per i quali la Boemia era proprio questo: uno spazio della possibilità, fragile e immaginabile, capace di incrinare l’inevitabilità del presente e che Bachmann, con il suo sguardo femminista, ha saputo restituire come figura critica viva. La Biennale si inserisce in quella genealogia per tenere viva la tensione che quella genealogia porta con sé.

AA.VV., “La Boemia sta sul mare”, V Biennale internazionale donna, installation View, ph. credits Alice Zorzin – Volcano Visual Studio, courtesy Biennale Internazionale Donna, Trieste
Rizzetto, richiamando una figura che a sua volta Baricco aveva proposto in occasione della Palladium Lectures intitolata “KATE MOSS. Sul gusto” nel 2013 a Roma, convoca un’immagine che mi ha colpita molto: il salto di Dick Fosbury alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968. Passare l’asticella di schiena, contro ogni logica corporea acquisita. Un gesto rivoluzionario non perché aggiri il limite, ma perché lo attraversa in modo inatteso, aprendo una forma di possibilità che prima sembrava assurda. È questa l’idea di speranza che orienta la mostra: situata, concreta, capace di trasformare l’ostacolo in condizione. Le artiste invitate lavorano esattamente su questo piano. Archivi da riattivare, genealogie da tenere aperte, memorie che non vogliono essere monumenti ma strumenti. Il Magazzino 26 al Porto Vecchio di Trieste è uno spazio che amplifica tutto questo: la sua memoria industriale, i suoi volumi alti e ruvidi, il sedimento storico che nessuna illuminazione da galleria riesce a cancellare. Il tempo qui non scorre, si stratifica. Quando penso alle artiste che ho avuto la fortuna di osservare in questa edizione, penso prima di tutto alle conversazioni artistiche. Al modo in cui ogni pratica ha aperto una traiettoria di lettura diversa, spesso inattesa.

AA.VV., “La Boemia sta sul mare”, V Biennale internazionale donna, installation View, ph. credits Alice Zorzin – Volcano Visual Studio, courtesy Biennale Internazionale Donna, Trieste
Ed ecco Arianna Giorgi, che lavora con il magnetismo come metafora operativa. Le sue Improvvisazioni – strutture con magneti al neodimio, sfere in acciaio inox, colore – sono organismi instabili che uniscono i materiali senza vincolarli in maniera definitiva. Guardandole, si ha la sensazione di essere di fronte a qualcosa che potrebbe disfarsi e ricomporsi in qualsiasi momento. Le forme ispirate alle costellazioni rendono visibile solo una porzione di un sistema più vasto: il resto è lì, latente, intuibile. Feticcio e Fotomorfosi operano nello stesso campo di forze, materia come condensazione di energia, superficie come luogo in cui visibile e invisibile coesistono. Francesca Centonze ha portato in mostra A Must Sea, e il titolo è già un doppio che non si lascia sciogliere. Il contesto del Porto Vecchio di Trieste non è uno sfondo neutro per quest’opera: è parte di essa. Le tracce minime dell’abitare ai margini che emergono accanto alle retoriche della rigenerazione urbana, la coperta termica, l’onda, il gommone, elementi che si caricano di significati molteplici, tra residuo e presagio. L’opera chiede uno sguardo che mantenga la tensione tra contemplazione e responsabilità.

AA.VV., “La Boemia sta sul mare”, V Biennale internazionale donna, installation View, ph. credits Alice Zorzin – Volcano Visual Studio, courtesy Biennale Internazionale Donna, Trieste
Lisa Eleuteri Serpieri è presente con Pensatrici, un work in progress a cui tengo particolarmente. Piccoli ritratti a olio (di Simone Weil, Audre Lorde, Pina Bausch, Virginia Woolf, Carla Lonzi, tra le altre) in cui il volto diventa superficie di riattivazione. Il pensiero come processo: qualcosa che si trasmette, si riaccende, chiede di essere nuovamente abitato. Stare davanti a questi dipinti piccoli e densi è un’esperienza di prossimità. Luisa Elia intreccia parola, materia e memoria con una precisione che non smette mai di emozionarmi. In Rime petrose, quindici elementi in gomma e pigmento disseminati a terra costruiscono un paesaggio in cui il testo poetico si fa rilievo fisico. Croce di Venere (gomma e polvere di alluminio, fragile e assertiva insieme) ripensa il simbolo del femminismo come forma instabile, viva: Luisa la descrive come un grido di rabbia e dolore contro il femminicidio, trasfigurato in icona. Il giorno è blu come la notte nasce da un’esperienza di isolamento durante la pandemia, da una notte milanese in cui lei è uscita con le sue paure e si è vista riflessa come figura allungata, giacomettiana nelle poche luci della strada.

AA.VV., “La Boemia sta sul mare”, V Biennale internazionale donna, installation View, ph. credits Alice Zorzin – Volcano Visual Studio, courtesy Biennale Internazionale Donna, Trieste
Valentina Grilli porta in mostra due grandi acquerelli dalla serie Intermittenze: Tegolino e Crostina. La merendina industriale, appena morsicata, sospesa. Una natura morta che funziona come soglia percettiva: ciò che è immediatamente riconoscibile eccede sé stesso, si carica di tempo, di presenza, di ciò che resta dopo il passaggio. La pittura di Grilli è attentissima alle superfici, ai minimi dettagli, e proprio per questo riesce a fare del banale un campo di possibilità interpretative. Vivianne van Singer è presente con due lavori che parlano lingue diverse e si completano. I miei blu del Mediterraneo (dodici fogli di inchiostro su carta argentata) non restituiscono un paesaggio: generano un campo instabile, soggetto a variazioni climatiche, politiche, affettive. La pittura registra un mare che cambia, trattiene l’eco più che l’immagine. In Rivedendo Piero, la Madonna del Parto di Piero della Francesca viene frammentata, ritagliata, tradotta in tessuto: gesto pittorico e gesto tessile si intrecciano, e ciò che emerge sono le pieghe, le aperture, le intensità di un’immagine che continua a tornare. Marta Ravasi ha portato i fiori di ciliegio dei suoi Blossom (due piccoli oli e una Fioritura più ampia) nati da osservazioni notturne. Emergono da fondi scuri e terrosi come apparizioni luminose sospese tra visibilità e dissoluzione. La luce in questi dipinti affiora, non illumina. I fiori sembrano fluttuare in uno spazio che non è né cielo né terra, una soglia intermedia in cui l’immagine si forma e si dissolve simultaneamente. Ogni tela riattiva la precedente senza mai coincidere con essa: una temporalità stratificata e aperta.

AA.VV., “La Boemia sta sul mare”, V Biennale internazionale donna, installation View, ph. credits Alice Zorzin – Volcano Visual Studio, courtesy Biennale Internazionale Donna, Trieste
Kikki Ghezzi chiude questo giro con due lavori che hanno a che fare con l’economia del minimo. La 24 Ore (una valigetta in tecnica mista) diventa metafora di un’abitazione interiore ridotta all’indispensabile: ciò che resta quando il tempo si contrae e l’esperienza si fa portatile. Gli otto Gorgeous Nothings, oli su lino belga ispirati ai frammenti poetici di Emily Dickinson, affermano la forza dell’incompiuto, dove il senso emerge per sottrazione. Annotazioni. Tracce di luce e respiro. La memoria come gesto leggero. A questa stessa economia dell’essenziale si riconducono le presenze internazionali in mostra: Sarah Staton, Sarah Kate Wilson e Billi Thanner, ciascuna con pratiche che attraversano materiali, linguaggi e geografie diverse, e che ampliano l’orizzonte della biennale oltre i confini del contesto italiano. È significativo che questa biennale abbia luogo a Trieste: la città è essa stessa una soglia geografica, culturale e linguistica tra il mondo latino e quello mitteleuropeo, tra un’idea di Occidente e una di Est che non si lascia mai del tutto definire. Porta in sé quella stessa tensione tra appartenenza e spostamento che il progetto curatoriale tematizza. Il Porto Vecchio, con i suoi magazzini dismessi e la loro memoria ancora visibile, offre uno spazio che resiste alla neutralizzazione del white cube. Il sedimento storico non scompare: resta lì, sotto ogni gesto espositivo.

AA.VV., “La Boemia sta sul mare”, V Biennale internazionale donna, installation View, ph. credits Alice Zorzin – Volcano Visual Studio, courtesy Biennale Internazionale Donna, Trieste
La BID V è co-organizzata dal Comune di Trieste con il patrocinio di Io Sono FVG. Al programma principale si affianca un Progetto Satellite curato da Marlene Elvira Steinz, presso la Galleria di Portopiccolo: un’esposizione che declina il tema attraverso le lenti della luce, della fragilità e del desiderio come forze attive del contemporaneo. Due sedi in dialogo, ciascuna con la propria voce. Ho imparato molto da questa mostra. Ho imparato che certe domande si portano meglio insieme. E che uno spazio in cui il tempo non è costretto a scorrere in una sola direzione è uno spazio in cui, ancora, qualcosa può accadere.
Info:
AA.VV. Biennale Internazionale Donna V
28/03 –3/05/2026
Magazzino 26, Porto Vecchio, Trieste
www.bidartbiennale.com

Dopo aver conseguito la maturità linguistica, ha proseguito gli studi laureandosi in Storia dell’Arte presso l’Università del Salento, con una tesi bilingue sui Preraffaelliti. Da allora, contribuisce attivamente come articolista e collaboratrice con blog nazionali e con riviste e programmi TV locali.



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