La mostra dedicata a Luigi Ghirri, Polaroid ‘79 – ‘83, in corso al Centro Pecci di Prato, offre una panoramica inedita della sua produzione artistica, rivelando un lato intimo e una dimensione emotiva. La selezione completa delle fotografie, in piccolo e grande formato, costruisce un ponte tra passato e presente, in cui la memoria vive in relazione a chi osserva.

Luigi Ghirri, “Modena”, 1979, Polaroid, 7,3 × 9,5 cm, courtesy Eredi di Luigi Ghirri
L’esposizione rappresenta l’occasione rara di avvicinare uno dei maestri della fotografia italiana del secondo Novecento con uno sguardo libero, concentrato sulla materia stessa del suo lavoro – istantanee di figure in movimento, luoghi vissuti, istanti contenuti nel tempo di uno scatto. È un incontro diretto, un leggere Ghirri attraverso Ghirri, nell’attimo in cui l’immagine diventa linguaggio. Osservando questi ritagli di prospettiva, si ha la percezione che l’artista abbia composto un lessico familiare di soggetti e paesaggi, offrendo alla macchina fotografica la capacità di ritrarre un’esperienza interiore. La familiarità non è semplice riconoscimento: è rimembranza, radice, evocazione. Nelle Polaroid di formato 8×8 i protagonisti della vita esposta sono unità discrete che permettono allo sguardo di ritrovare posto, misura e ritmo.

Luigi Ghirri, “Roma”, 1979, Polaroid, 8 × 8 cm, courtesy Thomas Dane Gallery, Londra e Napoli
La curatrice Chiara Agradi pone l’accento sul fatto che nel 1979 Ghirri fosse uno dei pochi italiani invitati da Polaroid a sperimentare il grande formato 50×60 cm, utilizzando la Polaroid 20×24 Instant Land Camera. In quegli anni, gli oggetti scelti costituivano la dimensione domestica per i suoi strumenti di studio. Ogni elemento trasportato in fase preparatoria non era solo un oggetto, ma un frammento del suo neologismo semantico dell’immagine. La serie “Modena” richiama l’ingrandimento di un binocolo o l’effetto macro, svelando l’essenziale nelle istantanee dei momenti vissuti. L’opera di Ghirri rivela questa profondità con estrema semplicità. Come sottolinea Stefano Collicelli Cagol, Ghirri costruiva comunità attraverso l’arte. La sua fotografia, perciò, si pone come gesto di relazione che non impone una visione e non enfatizza il proprio ruolo, perché condivide lo stesso punto di osservazione. Infatti, negli ambienti della mostra si ha la possibilità di stabilire una connessione personale con i tempi e gli ambienti ritratti.

Luigi Ghirri, “Amsterdam”, 1981, Polaroid, 60 × 80 cm, courtesy Eredi di Luigi Ghirri
Gli scatti, nell’allestimento curato da Ibrahim Kombarji, guidano lo spettatore in un viaggio sentimentale: la fibra naturale offre un ancoraggio allo sguardo e il tappeto verticale trattiene la forza magnetica delle opere. Così Ghirri, in apparenza in disparte, emerge proprio tramite il suo racconto emotivo. Da una conversazione con la figlia di Luigi Ghirri, Adele, emerge un tratto essenziale del suo pensiero orientato alla qualità della fruizione dell’arte. Adele ricorda quanto fosse importante lo spazio bianco tra le immagini per permetterne la contemplazione. Quest’ottica, lontana dalla frenesia contemporanea, si ritrova negli scritti di Ghirri, in cui compare proprio l’attenzione a un’esposizione pulita e ariosa, per cui il passepartout bianco diventa necessario al fine di mettere in luce ciò che l’immagine include ed esclude. In questo dinamismo, seppur nella compattezza delle linee, le grandi Polaroid dialogano con la tradizione: l’eco dell’Annunciata di Antonello da Messina, lo spartito obliquo, i rimandi al Cubismo. Dalla rappresentazione di molteplici punti di vista alla griglia di suddivisione dei particolari. Qui predomina l’effetto vintage, con colori attenuati e un’atmosfera da vecchia cartolina. Le Polaroid più piccole conversano sul piano differente della quotidianità contemporanea. In questi formati si trova quell’effetto di riduzione della dispersione luminosa che assume l’aria dopo la pioggia.

Luigi Ghirri, “Amsterdam”, 1980, Polaroid, 52,3 × 59,2 cm, collezione privata, Novara, courtesy Eredi di Luigi Ghirri
Il corpus completo restituisce il valore dello sguardo di Luigi Ghirri nella concretezza dei soggetti e nella stessa Polaroid, il medium che lo accompagna in questa fase di ricerca. In ogni scatto emerge una componente emotiva chiara, sostenuta dalla delicatezza dei colori e dall’attenzione ai temi più vicini alla vita del Novecento. Ghirri appare, infine, come un osservatore lungimirante del suo tempo. La macchina fotografica, per lui, era un dispositivo profondamente umano, capace non solo di ricollegare ciascuno alle proprie esperienze, ma anche di svelarne il significato essenziale.
Chantal Gisi
Info:
Luigi Ghirri. Polaroid ’79 – ’83
22/11/2025 – 10/06/2026
Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci
Viale della Repubblica 277, Prato
www.centropecci.it

Chantal Gisi è autrice e traduttrice, laureata in Lingue e Letterature Moderne Europee e Americane a Firenze. Per Juliet esplora i legami tra arte, letteratura e storia, con uno sguardo vivo sul presente.



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