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La dolcezza non trasmette l’AIDS. Una mostra atipi...

La dolcezza non trasmette l’AIDS. Una mostra atipica al Centro Pecci di Prato

L’AIDS ha divorato non solo esseri umani, ma anche molti sogni, sebbene per fortuna parte di questi continuino ancora a vivere in noi. Ce lo ricorda una mostra monumentale e necessaria, sorprendente, differente per impostazione e tematica scelte, visitabile al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato. Curata in maniera impeccabile da Michele Bertolino, Vivono. Arte e affetti, HIV-AIDS in Italia. 1982-1996, è infatti una eccellente, vibrante e commovente ricognizione artistica, sociale, culturale, giornalistica, documentale, sociologica e, soprattutto, umana, del quindicennio che ha travolto le relazioni sentimentali di tanti esseri umani (e qui, usiamo ancora questa locuzione perché uomini o donne può essere in molti casi restrittivo rispetto alla personalità e all’identità delle figure presenti in mostra). Tra i tanti meriti di questa mostra c’è sicuramente la centralità data all’impatto che l’AIDS ha avuto in Italia, anche se non mancano riferimenti anche esteri dosati molto bene per riconoscere l’impressionante dimensione planetaria di quella sindrome. E, se va anticipata una figura culturale perno, il nome non può che essere quello di Ida Panicelli, straordinaria direttrice del Pecci in un biennio cruciale (1993-94), crucialità ripresa in modo altrettanto impattante oggi dall’attuale direttore Stefano Collicelli Cagol.

Luciano Bartolini, “Soffio di luce”, 1991-1992, tecnica mista su tela, 40x30 cm. Courtesy Archivio Luciano Bartolini

Luciano Bartolini, “Soffio di luce”, 1991-1992, tecnica mista su tela, 40×30 cm. Courtesy Archivio Luciano Bartolini

È il momento di usare un altro aggettivo chiave e fondamentale per comprendere questa mostra: atipica. A partire dal suo focus che non è un periodo né un sentimento, non è una corrente né un territorio, bensì una malattia generazionale. E proseguendo con il contenuto che è costituito da una infinità di opere e di media: quadri, oggetti, sculture, installazioni, video, parole, poster, volantini, manifesti, documenti giornalistici, parole sonore, ovvero una molteplicità di esperienze, alcune in modo particolarmente commovente e straziante perché in primissima persona. Tutto questo in un contesto che, come già detto, ha nel Centro Pecci un luogo espositivo quasi naturale, essendo stata questa Istituzione (con la i volutamente maiuscola) agli inizi della decade ‘90 fortemente impegnata nel combattere a livello culturale la disinformazione sul tema AIDS. È, infatti, esposto un ritaglio de L’Unità del 24 novembre 1992 che riporta il calendario di eventi sull’informazione e la comunicazione della sindrome.

Corrado Levi, “Paolo Paolo”, 1984, acrilico su tela, 380x210 cm, collezione privata. Courtesy l’artista

Corrado Levi, “Paolo Paolo”, 1984, acrilico su tela, 380×210 cm, collezione privata. Courtesy l’artista

Questa costante attenzione ha, per usare un linguaggio musicale, un preludio nella collezione permanente del Centro d’arte. Eccentrica è il contesto globale e Commemuro è il titolo molto efficace di una installazione del 1993 dell’artista fiorentino Francesco Torrini (morto di AIDS trentenne, proprio nel 1993), che riproduce, su uno sfondo che ricorda le lapidi funerarie, i 215 nomi di battesimo delle persone morte nella sola Firenze, lasciando purtroppo degli spazi vuoti destinati a essere riempiti, nelle intenzioni dell’artista, da altri nomi. Osservando l’opera, c’è una tripla dimensione emotiva che agisce sul fruitore: il dolore per il lungo elenco si unisce al dolore per l’elenco incompiuto, ma entrambi si uniscono anche al giusto desiderio di calda memoria dovuta alle vittime.

Dario Bellezza, “Può esserci innamorato”, 1988 in “Libro di poesia”, 1990 Garzanti, Milano

Dario Bellezza, “Può esserci innamorato”, 1988 in “Libro di poesia”, 1990 Garzanti, Milano

La mostra ci catapulta dentro l’HIV-AIDS con un video di Roberto Ortu del 2025. “Eccomi senza difese” è la frase pronunciata da Marco Sanna, mentre Dario Bellezza afferma che “il corpo è vuoto” e le lacrime che si versano sono “lacrime di un mondo lontano e infetto”. Vivono è una suite di testimonianze, dirette e indirette, dell’alba devastante e degli effetti che iniziano a scuotere le vite di tanti artisti (in quest’opera fondamentalmente artisti della parola) che riporteranno la data di morte in questo quindicennio terribile. Ci rivolgiamo al lettore, a questo punto di inizio dell’esplorazione espositiva, per sottolineare due lenti di lettura dell’articolo: il primo è proprio la data di morte dei tanti protagonisti di cui qui si parlerà e l’indicazione, laddove possibile, dell’età alla morte; il secondo è che sarà usata, salvo eventuali ed esplicite eccezioni, una terminologia che identificherà i protagonisti con il sesso di registrazione alla nascita, avvisando che, in moltissimi casi, la loro sensibilità e l’identità umana è stata o è comunque differente dal mero dato anagrafico.

Lanfranco Baldi, “Visioni della regina in viaggio. La lingua - Sala degli sposi”, 1983, tempera su carta intelaiata, 150x200 cm. Courtesy Fondazione Lanfranco Baldi © Raffaello Bencini Archive

Lanfranco Baldi, “Visioni della regina in viaggio. La lingua – Sala degli sposi”, 1983, tempera su carta intelaiata, 150×200 cm. Courtesy Fondazione Lanfranco Baldi © Raffaello Bencini Archive

Ciò che può succedere in una relazione di coppia nel momento in cui viene conclamato il contagio da HIV, è espresso magnificamente da un’opera visiva di Gea Casolaro. Amore un’insidia si annida, 1996, è infatti un acetato adesivo su specchio che incarna, con grande forza, l’impossibilità di amare (fisicamente) un amore. Se alcuni Senza titolo di Asdrubale, sotto forma di disegno e fotografie, ci mostrano, anche con autoironia, le infinite declinazioni dell’identità che un corpo può assumere, Gotscho si focalizza sull’assenza con il suo salvagente (vuoto) esposto trafitto da un coltello: Wild Diplomacy è del 2025 e, grazie al titolo, può essere letto come una metafora dell’uomo e dell’umanità che annegano in assenza di una diplomazia (relazione) salubre. “Non piangete Tomboys” non è solo un’esortazione ma soprattutto un collettivo milanese di artiste non-binarie: il nome del gruppo è in inglese, Tomboys don’t cry, richiama, almeno alla mia memoria, un grande film sull’identità sessuale (“Boys Don’t Cry”, del 1999, con la regia di Kimberly Peirce) e sono presenti in mostra con un vinile adesivo molto minimal recante solo la scritta significativa di Hardcare (2025). Di amore e a quarantaquattro anni è morto Massimiliano Chiamenti, vulcanica figura di letterato, poeta, musicista e artista, presente in mostra con Superhighwaytrash (1995), mentre la ‘sezione’ internazionale della mostra presenta il primo protagonista: di Robert Mapplethorpe, morto nel 1989 a 43 anni, è esposta la fotografia del 1983 intitolata Coral Sea, una nave da guerra statunitense all’orizzonte che richiama più di un elemento, dall’omonima canzone dedicatagli da Patty Smith al viaggio estremo verso la Croce del Sud. Una parete è dedicata a Mario Appignani, morto a 42 anni nel 1996, il Cavallo Pazzo protagonista di scorribande televisive e pubbliche, presente in mostra sia come soggetto fotografico di Andrea Falcon sia come pittore con un Senza titolo del 1994 pienamente ascrivibile alla Outsider Art.

Bruno Zanichelli, “L’impossibilità di distogliere lo sguardo - Dipinto autofruente”, 1989, acrilico su tela, specchio, ⌀ 61 cm, collezione privata

Bruno Zanichelli, “L’impossibilità di distogliere lo sguardo – Dipinto autofruente”, 1989, acrilico su tela, specchio, ⌀ 61 cm, collezione privata

Gotscho ritorna anch’egli come soggetto fotografico in una consueta immagine molto familiare ed empatica di Nan Goldin nell’atto di baciare Gilles (Gilles and Gotscho Embracing, Paris, del 1992), mentre un’altra parete è dedicata a Bruno Zanichelli (morto nel 1990 a 27 anni), in mostra qui con tre acrilici, di cui uno tondo dal diametro di 60 cm raffigurante un occhio che ci guarda intensamente al punto da intitolarsi, in modo geniale, L’impossibilità di distogliere lo sguardo. Dipinto autofruente (1989). Questa parte della mostra è completata da una serie infinita di materiale che illustra, sia giornalisticamente sia all’interno di circuiti associativi e culturali, l’atmosfera, non sempre inclusiva, che fu creata dalla diffusione dell’HIV-AIDS in Italia. Una piccola e magnetica Ombra di Luciano Bartolini (morto nel 1994 a 46 anni), tecnica mista con figura umana accennata in rosso, fa da passaggio al salone successivo nel quale campeggiano ulteriori pannelli divulgativi e illustrativi del periodo, di ciò che si scriveva e si pubblicava in quegli anni, delle forme di lotta e organizzazione contro il male di quegli anni e che l’artista raccontava anche in prima persona. Hervé Guibert, morto a Parigi nel 1991 a 36 anni, dimostra l’internazionalità dell’AIDS ed è presente con una serie di fotografie in bianco e nero che danno l’idea della solitudine, del senso di morte, della finitudine umana e animale (struggenti le fotografie in cui sono presenti un uccello e un pulcino nato da poco). Del resto, Guibert ha documentato la sua esistenza da persona affetta da AIDS, anche con il cinema e le pagine di All’amico che non mi ha salvato la vita, testo che rappresenta una diretta, viva e cruda testimonianza della tragedia di chi è stato contagiato dal virus HIV.

Vittorio Scarpati, “Untitled”, 1989, penna e pennarelli su carta, 21x16 cm, photo Andy Keate, courtesy Bill Stelling

Vittorio Scarpati, “Untitled”, 1989, penna e pennarelli su carta, 21×16 cm, photo Andy Keate, courtesy Bill Stelling

Vittorio Scarpati è uno dei protagonisti della sala successiva. Morto nel 1989 a 36 anni, l’artista napoletano è presente in mostra con una serie di opere a metà tra il disegno e l’oggetto grafico o fumettistico. Lo stile è molto espressivo e traspare anche un senso di fortissima autorappresentazione nella condizione di malato e di morente; le sue opere sono affiancate da opere altrettanto ibride di Porpora Marcasciano, campana anch’essa, e da una raffigurazione della religiosità popolare napoletana di Nan Goldin. Su uno stile molto simile a quello di Scarpati e Marcasciano, si situa anche una tempera in mostra di Lanfranco Baldi, morto nel 1990 a 51 anni, del quale sono in esposizione anche alcune opere scultoree in raku e cuscino, tutte centrate sul tema dell’ombra. Ma, per impatto sul fruitore, l’opera fotografica di grandi dimensioni AIDS Related Death (The Morgue) del 1992 di Andres Serrano è sicuramente la più destabilizzante della sala: due mani diafane e incrociate sono un piccolo saggio del costante impegno sul tema del fotografo newyorchese, che ha esplorato l’AIDS mettendo in campo parti del corpo e parti biologiche delle persone. Imprescindibile, anche in questa sezione della mostra, una attenta e lenta esplorazione del materiale presente sul tavolo centrale, prima di assistere ad alcuni video, a metà tra una normalità dolorosa e la performance, di Ottavio Mai, deceduto nel 1992 a 46 anni, e soprattutto una rappresentazione quasi in presa diretta tratta dallo straziante e In exitu (1988) di Giovanni Testori.

Roberto Caspani, “Senza titolo – Untitled”, 1983, stampa ai sali d’argento su carta fotografica, 40x28 cm, courtesy Andrea Lodi

Roberto Caspani, “Senza titolo – Untitled”, 1983, stampa ai sali d’argento su carta fotografica, 40×28 cm, courtesy Andrea Lodi

Oltre al preludio, Francesco Torrini è protagonista di una intera sala con una serie di disegni a matita, tempere su specchio, penna su carta da pacchi, cappelli, installazioni di vetro, con strumenti agricoli, in ceramica, filo di ferro intrecciato e pastelli. Un trionfo della versatilità dell’artista fiorentino che il curatore Michele Bertolino riesce a mostrarci componendo una sorta di liturgia fatta di materiali molto ‘poveri’, in netto contrasto con una vitalità che travalicava anche nella coreografia, nella danza e nella regia. L’energia vitale della mostra è plasticamente rappresentata anche dalla sala successiva che raccoglie lavori di Keith Haring (morto nel 1990 a 32 anni), di Gotscho con una versione della Wild Diplomacy del 2025 trafitta da tre coltelli (seguita poi in un altro spazio della mostra da una da quattro coltelli), di Roberto Caspani (morto nel 1985 poco più che trentenne) e i suoi segni in libertà sullo spazio della tela, di Derek Jarman (morto nel 1994 a 52 anni) e un suo video tematicamente ibrido su Pontormo e i Punk, del duo Lovett/Codagnone e alcune loro fotografie, ma soprattutto è presente il collettivo artistico audace e militante di New York Gran Fury (che ha operato sino al 1995), in mostra con un poster gigante riportante l’assurda contrarietà della Chiesa vaticana all’uso del preservativo e una potente dichiarazione di responsabilità contro i rapporti non protetti e la tragica superficialità maschile e maschilista. Un totem di nove schermi proietta video degli anni proietta video degli anni ‘90 di vari artisti ed è dedicato un ulteriore spazio ai cromatismi al confine con la graphic novel di Bruno Zanichelli.

Hervé Guibert, “L‘oiseau, Santa Catarina”, 1982, stampa ai sali d’argento, vintage, 15x23 cm, courtesy Felix Gaudlizt

Hervé Guibert, “L‘oiseau, Santa Catarina”, 1982, stampa ai sali d’argento, vintage, 15×23 cm, courtesy Felix Gaudlizt

Poliedrica e coinvolgente, Patrizia Vicinelli, deceduta nel 1991 a 48 anni, occupa larga parte della sala successiva. Specchi, fonemi sonori, poesia visiva, video, dattiloscritti sono il composito materiale di una personalità artistica che conteneva moltitudini, capace, anche con la sola voce, di catturare l’attenzione del fruitore (senza sconti: Vicinelli ha raccontato in prima persona lo sfiorire della propria esistenza). Luciano Bartolini torna con una serie di tecniche miste su tela astratte che richiamano non più ombre bensì ognuna un Soffio di luce. Cubi fotografici grotteschi e provocanti sono poggiati sul pavimento e portano la firma del duo Lovett/Codagnone, mentre un’opera d’arte ‘povera’ e magnificamente concettuale campeggia in un angolo: è Sottosopra (anno 2025), del palermitano di origini ivoriane Emmanuel Yoro (classe 1994), un jeans lacerato appoggiato su una staffa e un mattone collocato dove dovrebbero esserci le scarpe e i piedi. Un’estetica cruda che è amplificata dal dettaglio di un preservativo che sbuca dalla tasca destra del jeans. Un’altra voce, grandiosa nella sua semplicità, capace di magnetizzare l’attenzione è quella di Nino Gennaro, protagonista della sala successiva con una serie di opere che richiamano la grande capacità di parlare d’amore della versatile personalità palermitana morta nel 1995 a 47 anni (che ha raccontato molto di sé e del suo rapporto con la malattia). Con il suo corpo e le continue esortazioni ad essere accoglienti, amorevoli, felici, a rompere gli asfalti con le mani, la gioiattiva di Nino Gennaro trasuda dalle diapositive in esposizione, dagli appunti, dalle magliette piene di slogan appese alle pareti, in un continuo e mirabolante tourbillon che ci invita a svecchiarci, a cambiare pelle, “posare la nostra pelle e andar via tutto nuovo” oppure aprire bene la bocca e la mente e fare della vita un Respiro tellurico (titolo delle opere di Luciano Bartolini in mostra in questa sala). Il passaggio all’ultima parte della mostra avviene percorrendo i dieci metri di lunghezza dei Fioretti randagi di Corrado Levi, un enorme acrilico su tela del 1983 molto concettuale, con i rarefatti fioretti gialli del titolo su sfondo scuro.

“VIVONO. Arte e affetti, HIV e AIDS in Italia. 1982 – 1996” installation view at Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci, Prato. 2025. Foto Andrea Rossetti, Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci

“VIVONO. Arte e affetti, HIV e AIDS in Italia. 1982 – 1996” installation view at Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato. 2025. Foto Andrea Rossetti, courtesy Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci

La penultima sala è una collettiva. Felix Gonzales-Torres, morto nel 1996 a 38 anni e celebre per alcune opere dedicate al compagno, morto anch’egli di AIDS, è in mostra con una grande tenda blu trasparente a tutta finestra, Senza titolo ma con un sottotitolo che è una parola chiaramente associabile all’immaginario sessuale: (Loverboy). Luis Frangella, morto nel 1990 a 46 anni, è presente con alcuni oli su tela che raffigurano Lettere, mentre la schiuma d’onda marina è al centro delle fotografie di Roberto Caspani e una coppia medica è raffigurata in un quadro di Walter Robinson. Di grande impatto sono le installazioni di Maurizio Vetrugno: campeggia al centro del salone una sorta di giacca in polietilene da imballaggio che crea sul visitatore un effetto di straniamento leggendo il testo di Iggy Pop inciso con inchiostro sul tessuto dell’abito in gruccia. Oltre a Mass Production, del 1995, è in mostra anche un’altra giacca, questa volta accompagnata a un paio di guanti da boxe, originale Chanel dall’emblematico titolo di Cosmic Power (1999). David Wojnarowicz (morto nel 1992 a 38 anni) è in mostra con alcuni dipinti a olio su tela raffiguranti una coppia forse in balia delle onde del Golfo del Messico: l’opera è molto coinvolgente e riflette molto bene la vita tormentata dell’artista e fotografo statunitense. Completano questa sala opere di Yoro, Zanichelli e Zoe Leonard, oltre che una ricca e imperdibile serie di ritagli, comunicati, manifesti e altro materiale, sui quali campeggia un gesto d’amore accompagnato dalla scritta “La dolcezza non trasmette l’AIDS”. La mostra su conclude con John Giorno e un suo gigantesco invito, nelle forme e nelle parole, a non stigmatizzare le persone colpite dal virus HIV, affiancato da un altro grande e rarefatto acrilico di Corrado Levi (Paolo Paolo, del 1984), da un pastello un po’ naïf di Luis Frangella e da una versione a quattro coltelli della Wild Diplomacy di Gotscho. Un Reader, che raccoglie testi e ricerche, e un archivio, che include materiali visivi, archivi e testimonianze, costituiscono le due anime del catalogo che affianca la mostra (insieme a un folder che accompagna la visita di ricchezza inusuale), un vero e proprio progetto editoriale curato sempre da Michele Bertolino, cui va anche riconosciuto di aver scelto un titolo prezioso e illuminato di speranza per questa mostra: Vivono (al tempo presente).

Info:

AA.VV., Vivono. Arte e affetti, HIV-AIDS in Italia. 1982-1996
4/10/2025 – 10/05/2026
Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci
Viale della Repubblica 277 – Prato
www.centropecci.it


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