La fotografia dell’intimità si muove da sempre su un crinale problematico, sospeso in bilico tra il desiderio di preservare la dimensione privata dell’esperienza e la necessità di condividerla attraverso la visibilità pubblica dell’immagine. Al di là delle ragioni autobiografiche, quando un artista decide di fotografare il proprio corpo, i propri spazi domestici e i momenti vulnerabili della quotidianità compie anzitutto un gesto di negoziazione con la propria presenza nel mondo, forzando i confini tra ciò che viene considerato appropriato mostrare e ciò che dovrebbe restare celato e rivendicando il diritto di svincolare la propria rappresentazione dalle imposizioni esterne. L’atto di trasformare il corpo in materiale artistico sottratto agli standard normativi si carica di implicazioni quando a metterlo in pratica sono le donne, per tradizione confinate nel ruolo di oggetto piuttosto che di soggetto attivo della visione. In questo territorio di rivendicazione e ridefinizione si colloca la ricerca di Erika Pellicci (Barga, Lucca, 1992), protagonista alla Galleria ME Vannucci di Pistoia della mostra Mi piacerebbe rimanere qui un po’ più a lungo. Il progetto mette in atto un’esplorazione poetica dell’identità metamorfica utilizzando il corpo come medium sensibile attraverso cui attivare narrazioni oscillanti tra memoria personale e archetipo collettivo, appartenenza e dissoluzione. La pratica dell’artista si radica in quella linea di fotografia performativa femminile, da Francesca Woodman a Cindy Sherman, Ana Mendieta e Claude Cahun, in cui la trasfigurazione del corpo diventa strumento per rivelare la costitutiva instabilità processuale di un’identità non irregimentata in determinismi biologici o sociali.

Erika Pellicci, “Mi piacerebbe rimanere qui un po’ più a lungo”, installation view at Galleria ME Vannucci, Pistoia, courtesy Galleria ME Vannucci
L’allestimento nell’ampia sala industriale a volta della galleria pistoiese appare scandito da tre grandi teloni stampati su stoffa, progettati come diaframmi semipermeabili che, frazionando lo spazio, invitano il visitatore ad attraversare una successione di stanze emozionali e simboliche. Il primo, Un posto giusto per nascondere i pensieri, mostra Erika Pellicci nuda e di spalle, immersa in un campo di erbe alte, in quello intermedio, Il mare di Berlino, le increspature di una superficie acquatica si fondono in trasparenza con l’architettura reale circostante, mentre sul terzo, Autoritratto, campeggia un primo piano ingigantito dell’artista, il cui volto assorto è animato da un gioco contrastato di luci e ombre. Questi supporti aerei e fluttuanti sono lenzuola, il tessuto intimo per eccellenza, quello che sfiora la pelle custodendo l’abbandono dei corpi nel sonno, qui membrana porosa su cui la fotografia si materializza con una tattilità alternativa rispetto alla freddezza del plexiglas o alla neutralità della carta fotografica. L’obiettivo dell’artista è creare un ambiente ovattato, una zona di ascolto amplificata da una traccia sonora sussurrata in cui respiri, gemiti, frammenti verbali e lo sciabordio dell’acqua che scorre evocano una dimensione immersiva dell’esperienza estetica che invita lo spettatore a sostare per lasciarsi attraversare dalle suggestioni visive e sonore. Il fatto che le fotografie non siano più immagini da contemplare frontalmente ma elementi di un ambiente pervaso di suggestioni, pur mantenendo una misura più raccolta e rarefatta, avvicina negli intenti il suo lavoro a quello di artiste, come Pipilotti Rist o Janet Cardiff, che hanno fatto della sinergia sensoriale la loro principale cifra espressiva.

Erika Pellicci, “Mi piacerebbe rimanere qui un po’ più a lungo”, installation view at Galleria ME Vannucci, Pistoia, courtesy Galleria ME Vannucci
Le venti fotografie presenti in mostra, stampate in formati diversi, tutte inedite e datate 2015-2025, si raggruppano alle pareti di queste camere provvisorie secondo una logica che non è quella della sequenza cronologica o tematica, ma di una risonanza emotiva propagata dal loro mutevole dialogo a distanza. Realizzate come un vero e proprio diario visivo, nel loro insieme compongono un archivio di metamorfosi in cui Pellicci si ritrae con una capacità trasformativa spiazzante: ora corpo compresso in una stanza-inquadratura troppo stretta, ora figura evanescente dietro veli che filtrano la visione, ora silhouette in controluce riflessa in uno specchio. Quella dell’artista si potrebbe definire una pratica di “self-imaging” votata all’indagine fenomenologica della pluralità dei sé possibili e del corpo inteso come palinsesto su cui si iscrivono codici culturali, memorie affettive, fantasmi identitari. Come in Cindy Sherman, anche in Pellicci la moltiplicazione dei ruoli risponde a una necessità ontologica: mostrarsi è sempre presentarsi come altro e fotografarsi è costruire una finzione più veritiera di qualsiasi imposizione di verosimiglianza. Ma dove Sherman si concentra sugli stereotipi mediatici, sui cliché del cinema e della pubblicità, Pellicci indaga, in una costante tensione tra estraneità e appartenenza, gli archetipi dell’intimità domestica, i territori liminali tra sogno, veglia, ricordo, desiderio e immaginazione.

Erika Pellicci, “Mi piacerebbe rimanere qui un po’ più a lungo”, installation view at Galleria ME Vannucci, Pistoia, courtesy Galleria ME Vannucci
Per ragioni anche biografiche, nella sua ricerca il concetto di casa è un nodo problematico fondamentale: la casa come rifugio e prigione, come architettura fisica e costruzione psichica. Emblematica a tal riguardo è la serie Qui sempre. Qui Forse. Qui mai, in cui Pellicci ha documentato il proprio pellegrinare tra città europee alla ricerca di frammenti visivi che richiamassero la sua casa d’origine nella campagna toscana. L’effetto disorientante suscitato da questi dettagli estranei artificiosamente caricati di implicazioni affettive affonda le radici nella riflessione sul familiare perturbante indagato da Freud: la casa è sempre anche il suo doppio spettrale, il luogo dove si annidano le paure infantili e dove ogni ombra può diventare mostro, come conferma la frase “stanno stretti sotto i letti sette spettri a denti stretti”, imprevedibile citazione da It di Stephen King, aggiunta a penna dall’artista assieme alla sagoma abbozzata di un letto sull’immagine stampata in bianco e nero di una stanza vuota. La fotografia, sgranata e stratificata mediante la sistematica combinazione di procedure analogiche e digitali, acquisisce a questo modo una qualità pittorica, quasi onirica, dove i confini tra architettura reale e proiezione mentale si dissolvono in una nebulosità psichica.

Erika Pellicci, “Uno.. due.. the.. STELLA”, 2015-2025, stampa fotografica su carta Hahnemühle, dibond, 46 x 70 cm, courtesy Galleria ME Vannucci, Pistoia
E proprio il processo tecnico-procedurale appare cruciale per comprendere la specificità della ricerca di Pellicci rispetto ad altre pratiche fotografiche affini: l’artista fotografa in analogico, stampa i negativi e poi fotografa di nuovo le stampe in digitale (senza ritoccarle) per introdurre una distanza tangibile tra il momento dello scatto e l’immagine finale. Da questo doppio passaggio derivano la particolare texture granulosa, le aberrazioni cromatiche, le sfocature che caratterizzano tutte le opere in mostra: peli, polveri, imperfezioni che si depositano sulle superfici non vengono eliminate ma incorporate, diventando parte costitutiva dell’immagine e tracce materiali del tempo. A questo modo Pellicci si allontana dall’ossessione per la nitidezza e la risoluzione che domina molta fotografia d’arte contemporanea: qui l’errore è cercato, la sfocatura è significante, l’imperfezione è poetica. La luce, altro elemento fondamentale in questa ricerca, – tersa e cristallina nelle scene diurne, calda e avvolgente in quelle notturne – non è mai drammatica o contrastata ma sempre morbida, diffusa, duttile nel plasmare i volumi senza violenza. Ad esempio, nel dittico Ti voglio bene, che affianca due corpi nudi intrecciati a letto e due chiocciole vicine su un ramo, la luce modella le epidermidi con un pudore che trasforma la scena erotica in icona di tenerezza, manifestazione visibile di quella vulnerabilità condivisa che è forse l’unica forma autentica di intimità. Non c’è voyeurismo nelle immagini di nudo, nessuna concessione al piacere dello sguardo predatorio: c’è invece un mostrarsi che chiede rispetto, incompatibile con il consumo visivo. La stessa delicatezza formale pervade anche La salita per vedere il panorama, una fotografia in bianco e nero di ciò che sembra un canyon desertico (in realtà la macro di un minuscolo frammento di argilla) su cui Pellicci ha disegnato un minimale esploratore umano.

Erika Pellicci, “Angela compra le sigarette”, 2015-2025, stampa fotografica su carta Hahnemühle, dibond, 100 x 150 cm, courtesy Galleria ME Vannucci, Pistoia
La vulnerabilità esposta da Pellicci è parte di una strategia compositiva dove serietà e gioco, confessione e finzione si alternano con un andamento analogo a quello delle oscillazioni tra immersione e distacco, presenza e assenza che animano la vita psichica. Ad esempio, in Cadenza mensile l’artista si ritrae nuda dopo essersi disegnata sul ventre un cuore con il sangue mestruale, un’immagine a prima vista provocatoria o disturbante che rivela una bellezza inaspettata, fondata sulla considerazione che il sangue mestruale è l’unico a non essere conseguenza di una ferita, ma di un processo fisiologico vitale. La presenza del sangue e il suo ribaltamento semantico inserisce il lavoro di Pellicci nel solco di quella body art femminista che, da Carolee Schneemann a Gina Pane e Orlan, ha fatto del corpo uno strumento di contestazione delle imposizioni culturali sulla femminilità. Ma dove quelle artiste spesso adottavano un registro aggressivo e conflittuale, Pellicci mantiene un’intonazione dolce, dimostrando che è possibile una rivendicazione non belligerante ma non per questo meno radicale.

Erika Pellicci, “Stanno stretti sotto i letti sette spettri a denti stretti”, 2015-2025, stampa fotografica su carta Hahnemühle, dibond, 70 x 105 cm, courtesy Galleria ME Vannucci, Pistoia
A chiudere il percorso espositivo, una fotografia in cui l’artista si ritrae nell’atto di salire una scala a pioli trasportando una tenda nera, il cui titolo, Sipario, esplicita la natura teatrale di tutta l’operazione performativa, insita nel fatto che ogni autoritratto è sempre anche una finzione, ogni confessione una costruzione retorica e ogni intimità mostrata una scelta compositiva. Questo gesto di smascheramento, lungi dal neutralizzare l’efficacia emotiva delle immagini precedenti, ne rafforza paradossalmente l’autenticità: proprio perché costruite, meditate e artificiose, queste fotografie riescono a dire qualcosa di vero sull’esperienza contemporanea dell’identità come perpetua performance, sulla soggettività liquida e metamorfica dei nostri tempi e su quella condizione di perenne transitorietà abitativa ed esistenziale che il titolo della mostra – Mi piacerebbe rimanere qui un po’ più a lungo – esprime con una formulazione al condizionale in cui convergono l’aspirazione alla stasi e l’inevitabilità del cambiamento. In definitiva, ciò che la mostra alla Galleria ME Vannucci mette in scena è una riflessione sulla possibilità stessa di abitare, intesa come modo fondamentale dell’essere-nel-mondo: abitare il proprio corpo che muta, abitare gli spazi provvisori che si attraversano, abitare le identità multiple che si indossano e si dismettono, abitare, infine, l’immagine fotografica, quel luogo contraddittorio dove presenza e assenza si fondono in traccia luminosa impressa su una superficie sensibile. Lo stato di grazia formale, forse la caratteristica più distintiva del lavoro di Pellicci, che pervade questo corpus di lavori, afferma la possibilità di un’arte che trasforma la vulnerabilità in forza e di una pratica fotografica che rifugge lo spettacolo per costruire zone di intimità condivisa.
Info:
Erika Pellicci. Mi piacerebbe rimanere qui un po’ più a lungo
30/11/2025 – 16/02/2026
Testo di Moira Ricci
Galleria ME Vannucci
Via Gorizia 122, Pistoia
www.mevannucci.com
Laureata in storia dell’arte al DAMS di Bologna, città dove ha continuato a vivere e lavorare, si specializza a Siena con Enrico Crispolti. Curiosa e attenta al divenire della contemporaneità, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.



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