Che cosa significa, oggi, appartenere a una comunità quando i dispositivi di controllo e le griglie classificatorie della contemporaneità sembrano aver frammentato ogni possibilità di riconoscimento collettivo? La questione, serpeggiante come un filo rosso nella riflessione di pensatori come Jean-Luc Nancy sulla comunità inoperosa o le analisi di Giorgio Agamben sui dispositivi di cattura del contemporaneo, trova in Mohamed Bourouissa (1978, Blida, Algeria) un interprete capace di tradurre questa urgenza teoretica in una prassi artistica di straordinaria densità concettuale. La mostra “Communautés. Projets 2005-2025”, la sua più grande esposizione personale mai realizzata in Italia, ma anche una delle sue più ampie monografiche in assoluto, curata da Francesco Zanot per la Fondazione MAST di Bologna, si configura come un’archeologia del visibile che scava nelle sedimentazioni dell’immaginario occidentale per restituire dignità narrativa a quelle soggettività che il discorso egemonico ha sistematicamente espulso dalla rappresentazione. Il progetto, dunque, non si limita a una retrospettiva del percorso ventennale dell’artista franco-algerino, ma agisce come un dispositivo interpretativo che mette in relazione quattro momenti cruciali della sua ricerca, dalle prime sperimentazioni fino all’inedita serie “Hands” (2025). L’allestimento scandisce gli spazi della Fondazione MAST con una strategia di disseminazione che, evitando la compartimentazione cronologica, amplifica la portata semantica dell’intera operazione nel dialogo tra le diverse serie.

Mohamed Bourouissa, “La Butte”, 2007, C-print, 90 x 120 cm, © Mohamed Bourouissa ADAGP, courtesy of the artist and Mennour, Paris
Il percorso espositivo si apre con “Périphérie” (2005-2008), la serie che ha consacrato Bourouissa nel panorama internazionale per la lucidità e l’efficacia della riflessione sui meccanismi di rappresentazione delle marginalità urbane. Queste fotografie, realizzate in seguito alle rivolte delle banlieue francesi del 2005 e a prima vista percepite come street photography, manifestano a uno sguardo attento la complessità metodologica che caratterizza l’intera prassi dell’artista: ciascuna di esse è frutto di una meticolosa messa in scena, elaborata secondo i canoni estetici della tradizione pittorica occidentale, che coinvolge amici, conoscenti e attori non professionisti chiamati a ricostruire situazioni di attrito e conflitto. La strategia di Bourouissa non è finalizzata alla semplice documentazione del reale, ma a una sofisticata decostruzione degli immaginari egemonici per sovvertirne dall’interno i codici rappresentativi. In questo processo di appropriazione critica, il riferimento a opere chiave della storia dell’arte, come per esempio la “Libertà che guida il popolo” di Delacroix nello scatto intitolato “La République” (2006), si rivela paradigmatico: l’artista non si limita a una citazione superficiale, ma opera una trasfigurazione che investe tanto la dimensione formale quanto quella semantica dell’immagine. I protagonisti delle rivolte urbane contemporanee vengono riposizionati all’interno di una cornice iconografica che li sottrae alla marginalità per restituirli alla dimensione epica della grande Storia. La tecnica fotografica, con la sua capacità di cristallizzare l’istante, si contamina così con la temporalità dilatata della pittura di storia, generando un cortocircuito temporale che fa emergere la persistenza di dinamiche di esclusione e resistenza attraverso i secoli. A questo modo lo spettatore si trova di fronte a immagini che oscillano tra documentazione e finzione, tra cronaca e allegoria, in una tensione irrisolta che mantiene aperta la questione dell’autorappresentazione delle comunità marginalizzate.

Mohamed Bourouissa, “La République”, 2006, C-print, 137 x 165 cm, © Mohamed Bourouissa ADAGP, courtesy of the artist and Mennour, Paris
Nasce invece come ibridazione tra pratica fotografica e scultura la serie “Horse Day” (2013-2019), che documenta l’esperienza delle scuderie sociali di Philadelphia attraverso un dispositivo mediale ancora più stratificato. Il progetto nasce dall’incontro con il Fletcher Street Urban Riding Club, una realtà autogestita dalla comunità afroamericana locale che utilizza la pratica equestre come strumento di aggregazione sociale e alternativa alla strada per i giovani del quartiere. Bourouissa intuisce il potenziale critico di questa esperienza: attraverso la decostruzione dell’immaginario del cowboy, l’artista smonta uno dei miti fondativi della cultura americana, rivelando i meccanismi di rimozione che hanno sistematicamente espulso afroamericani e latinos dalla narrazione della conquista del West. Il nucleo generativo del progetto è l’installazione video a due canali girato durante la competizione equestre promossa dall’artista nel 2014, un palio performativo in cui i membri della scuderia sociale sono stati chiamati a realizzare ogni aspetto della parata, compresi i costumi. Le sculture fotografiche connesse a questo progetto rappresentano forse il momento di maggiore innovazione formale: le immagini dei cavalieri e dei loro cavalli, bardati con ornamenti artigianali ricavati da materiali di recupero, appaiono stampate su assemblaggi di parti di carrozzerie automobilistiche, suggerendo un’analogia tra la cultura equestre e la pratica del tuning automobilistico. La scelta di utilizzare materiali di scarto rimanda, inoltre, alla condizione post-industriale di Philadelphia, città simbolo della Rust Belt americana, innescando una riflessione più ampia sui processi di deindustrializzazione e le loro ricadute sulle comunità locali.

Mohamed Bourouissa, “Horse Day”, 2014, color photograph, photo by Lucia Thomé, © Mohamed Bourouissa ADAGP, courtesy of Mennour Archives, Paris
Con “Shoplifters” (2014), Bourouissa compie un ulteriore salto concettuale, lavorando eccezionalmente su immagini di cui non è l’autore diretto. La serie nasce dalla ri-fotografazione di alcune Polaroid esposte all’ingresso di un minimarket di Brooklyn: ritratti di taccheggiatori messi in posa dal proprietario insieme agli oggetti del tentato furto, in una sorta di gogna pubblica che trasforma l’atto commerciale in rituale punitivo. L’operazione di Bourouissa sovverte radicalmente il significato originario di queste immagini: quella che nasceva come tattica di controllo e umiliazione diventa, attraverso il gesto artistico, un atto di assoluzione e denuncia sociale. La banalità della refurtiva – uova, biscotti, detersivi, frutta – si trasforma in un catalogo della miseria consumistica contemporanea, rivelando la violenza strutturale di un sistema che criminalizza la sopravvivenza. In questo processo di risemantizzazione, l’artista libera il potenziale critico latente in questi ritratti involontari, trasformandoli in documenti di una condizione sociale che il discorso dominante preferisce rimuovere.

Mohamed Bourouissa, “Shoplifters”, series of 19 color photographs, inkjet print, variable sizes, © Mohamed Bourouissa ADAGP, courtesy of the artist and Mennour, Paris
La serie più recente, “Hands” (2025), esposta in anteprima mondiale negli spazi del MAST, porta alle estreme conseguenze la riflessione sui dispositivi di controllo e classificazione sociale. Ispirate da una frase di Antonin Artaud – «La griglia è un momento terribile per la sensibilità e la materia» – queste opere sono composte da frammenti di fotografie precedenti, ristampati su plexiglas colorato e sovrapposti a griglie metalliche. La scelta materica non è casuale: il plexiglas, con la sua trasparenza opacizzata dalle immagini sovrapposte e la sua leggerezza che si fa resistenza, diventa metafora visiva di una condizione sospesa tra visibilità e invisibilità, tra fluidità e persistenza. Le griglie metalliche, elementi concreti e non riproduzioni fotografiche, introducono una dimensione di tangibilità coercitiva che contrasta con l’evanescenza delle immagini sovrapposte. In questo dispositivo formale si materializza il contrasto tra corpo e controllo, tra desiderio di fuga e meccanismi di cattura. Le mani e i gesti che emergono attraverso le maglie metalliche sembrano testimoniare un tentativo di resistenza, di sottrazione alle logiche classificatorie che organizzano il sapere e disciplinano i corpi. Il visitatore si trova, inoltre, coinvolto in un gioco di riflessi che lo includono nell’opera stessa: la superficie del plexiglas restituisce la sua immagine sovrapposta a quella dei corpi intrappolati, innescando un processo di identificazione che supera la distanza tra osservatore e osservato. A questo modo, Bourouissa estende la riflessione sul rapporto tra individuo e società alla comunità temporanea costituita dai fruitori dell’opera, interrogandoci sui nostri pregiudizi e sui nostri schemi interpretativi.

Mohamed Bourouissa, “Hands #37”, photo Louis Rémi, © Mohamed Bourouissa ADAGP, courtesy of the artist
L’allestimento, nel suo insieme, si presenta come una partitura integrata, dove ogni elemento contribuisce a scandagliare in diverse accezioni le modalità di rappresentazione e autorappresentazione. La questione della comunità marginalizzata si rivela essere innanzitutto una questione di immagini: chi ha il diritto di rappresentare e chi può autorappresentarsi? Come si costruiscono gli immaginari che orientano la percezione sociale? Attraverso quali meccanismi alcune soggettività vengono espunte dalla visibilità pubblica? La pratica di Bourouissa non fornisce risposte definitive a queste domande, ma costruisce uno spazio di interrogazione critica, dove la stratificazione mediale e la dimensione processuale e partecipativa, caratteristiche del suo metodo di lavoro, creano una sedimentazione interpretativa che mantiene aperte multiple possibilità di lettura. L’allestimento, anziché presentare le opere come oggetti conclusi, le restituisce alla loro dimensione di documenti di un processo sempre in atto, di una ricerca costantemente alimentata del confronto con le comunità di riferimento. La mostra bolognese di Bourouissa rappresenta così un momento di sintesi che dimostra come l’artista, nel corso di due decenni di attività, coniugando rigore formale e urgenza politica, innovazione mediale e radicamento territoriale, decostruzione critica e costruzione di nuovi immaginari, miri a sperimentare il potenziale più radicale della fotografia: non semplice registrazione del reale, ma strumento di aggregazione di realtà antagoniste. La lezione di Bourouissa è che ogni immagine è innanzitutto un atto politico, una presa di posizione che orienta lo sguardo e individua nuove forme di riconoscimento. Per questo la sua ricerca mantiene una dimensione programmatica: ogni serie prefigura possibilità inedite di autorappresentazione per quelle comunità che il discorso dominante vorrebbe mantenere nell’invisibilità.
Info:
Mohamed Bourouissa. Communautés. Projets 2005-2025
a cura di Francesco Zanot
23/05 – 28/09/2025
Fondazione MAST
via Speranza 42 – Bologna
www.mast.org
Laureata in storia dell’arte al DAMS di Bologna, città dove ha continuato a vivere e lavorare, si specializza a Siena con Enrico Crispolti. Curiosa e attenta al divenire della contemporaneità, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.



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