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L’arte è bisessuale: ce lo ricorda Achille Lauro con il suo trasformismo

Il trasformismo è un fatto già ampiamente metabolizzato nel mondo dell’arte contemporanea. A Marcel Duchamp si riconosce l’avvio di una sperimentazione rivoluzionaria a partire da un pisciatoio e proprio lui inaugura nei primi anni del Novecento il gioco dell’identità di genere e una certa idea dell’arte che Achille Lauro ha portato sul palco di Sanremo.

Non siamo più usciti dalle operazioni artistiche di Duchamp, pioniere delle sperimentazioni più avanguardistiche e provocatorie, operazioni considerate destabilizzanti e imbarazzanti a quel tempo. Ma forse ancora oggi c’è chi considera innaturale il trasformismo di Duchamp con i travestimenti da donna e il suo alter ego “Rrose Sélavy”, le cui immagini in bianco e nero hanno attraversato la storia dell’arte dal XX secolo fino ai nostri giorni. Inoltre, non tutti sanno che Duchamp amava giocare a scacchi con una donna, ovvero con Eve Babitz, completamente nuda, come testimonia la foto di Julian Wasser che li ha immortalati.

Alla luce di queste considerazioni, appartenenti alla storia delle avanguardie artistiche – e successivamente alle neoavanguardie dalle quali emergerà in parte anche l’estetica punk – si possono comprendere le scelte di Achille Lauro, che punta sul concetto di “artista” con una non chiara e voluta ricerca di identità di genere, come già fecero David Bowie o Renato Zero.

Quindi, andrebbe detto chiaramente che sul palcoscenico dell’Ariston, con il cantante, sono arrivate delle azioni performative che derivano proprio dalla pionieristica sperimentazione della prima metà del secolo scorso, da cui prende forma una certa idea di arte contemporanea.

Così, restando sempre nel terreno delle arti visive, con il look ispirato alla Marchesa Luisa Casati, nella penultima serata – si pone al centro una donna che è stata la musa di artisti come Depero, Giacomo Balla e Man Ray. Ma va ricordato che è stata una grande mecenate e una performer. Possiamo quindi dire che per la prima volta un rapper italiano ha creato performance – genere artistico sviluppatosi anch’esso nella seconda metà del Novecento – riportando a galla, con il suo trasformismo, una cultura apparentemente lontanissima da quel contesto.

Vi dico ancora che lo stesso Duchamp è il primo artista ad aver trasformato un orinatoio in una bizzarra opera d’arte, Fountain (1917), conosciuta come uno dei primi “ready made” ovvero un oggetto già fatto (in effetti, il primo in assoluto fu “Ruota di bicicletta” del 1913). Proprio Duchamp, con il suo pensiero innovatore – secondo cui basterebbe nominare un oggetto per avere un’opera d’arte – continua a essere, allo stato attuale dell’arte, uno dei massimi ispiratori di artisti contemporanei come Maurizio Cattelan.

Non ne siete ancora convinti? Vi mostro questo gabinetto davvero prezioso, considerato dal critico Calvin Tomkins, del New Yorker, uno dei lavori più interessanti, dichiarando che «nulla di quello che Cattelan ha fatto prima del suo ritiro è di una bellezza mozzafiato paragonabile a questa».

Se siete arrivati a leggere fin qui, vi sarete resi conti di come parlare dell’esperienza sanremese di Achille Lauro ha contribuito a portare alla ribalta aspetti storici connessi all’arte contemporanea che magari molti di voi non conoscevano come il primo ready made. Adesso avrete un’idea sulla complessità delle sfaccettature miste, plurime, estrose che appartengono alla multiforme identità dell’arte del XXI secolo.

A questo punto, vi interesserà poco capire i gusti sessuali di Lauro e magari vi chiederete come un orinatoio e un gabinetto d’oro a mo’ di citazione del precedente abbiano segnato la storia dell’arte contemporanea grazie a colui da cui tutto partì: un nome, MARCEL DUCHAMP. Un uomo. No, una donna. Ma che importa…

Nilla Zaira D’Urso

Ritratto di Marcel Duchamp nei panni di Rrose Sélavy by Man Ray, 1921

Il trasformismo di Renato Zero in Zerolandia, 1979

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