Il senso collettivo delle arti figurative non è un espediente dell’Arte Relazionale, tutt’altro. La partecipazione alla creazione espressiva affonda la propria valenza nell’origine stessa dell’arte, perché l’arte è linguaggio e come tale si verifica essenzialmente in uno scambio dialogico. Dalla pura funzionalità comunicativa, comunque sia, è emersa in maniera istantanea (o consapevole?) la predisposizione metafisica della rappresentazione, dando al linguaggio visivo, o per meglio dire tracciato, un’idealizzazione formale condivisa: l’immagine. Dove c’è l’impronta di un arto, esiste istantaneamente lo spettro della mano che si è posata.

David Reimondo, “Mi piace sparare”, installation view at The Open Box, Milano, ph. courtesy the artist and The Open Box
Avvalendosi della propria esperienza personale e tecnica in campo cinematografico, David Reimondo (Genova, 1973) recupera quel senso collettivo propedeutico alla creazione e sviluppa una ricerca mirata alla decostruzione delle forme acquisite del linguaggio per rimodulare nuove grammatiche di senso. La performance in progress ideata per lo spazio no-profit milanese The Open Box, curata da Mirco Marino, è un ottimo esempio del processo creativo del lavoro di Reimondo, dove la condivisione si declina anche nel tempo. L’esposizione dal titolo Mi piace sparare, visitabile su appuntamento fino al 13 maggio 2026, prende forma nel compatto e scenico volume di un garage condominiale milanese: dal giorno dell’inaugurazione, sotto la supervisione dell’autore, due assistenti stamperanno, con cadenza temporale, sulle pareti della rimessa frasi estrapolate da un discorso tra il curatore e l’artista, utilizzando piccole stampanti a getto d’inchiostro maneggevoli tramite un’impugnatura del tutto simile ad un’arma da fuoco.

David Reimondo, “Mi piace sparare”, installation view at The Open Box, Milano, ph. courtesy the artist and The Open Box
La simultaneità che si crea in presenza di pubblico, soprattutto nell’ottica di una simbiosi tra pensiero – scrittura – lettura, concilia l’utilizzo della parola come metafora dell’arte stessa, concettualmente indefinibile eppure umanamente intuibile, e ampiamente condivisibile. Emancipandosi dal simbolo, la performance di Reimondo tenta di codificare la morfologia del linguaggio utilizzando, tuttavia, i principi del linguaggio stesso, in una sorta di esacerbazione formale dove i termini espressivi, radicalizzati nella loro plurisensorialità, finiscono per ri-creare significati continui, estranei alla propria origine, pur integrandola. La cooperazione all’opera avviene sia in maniera passiva, con il fruitore che può scegliere la propria chiave di lettura, sia in maniera attiva grazie alle performer che devono, letteralmente, collaborare per coprire l’ampiezza dello spazio.

David Reimondo, “Mi piace sparare”, installation view at The Open Box, Milano, ph. courtesy the artist and The Open Box
Questa produzione artistica immanente e iperreale non è lontana da come il filosofo Jean Baudrillard interpretava la Patafisica (ovvero la “Scienza delle soluzioni immaginarie”) di Alfred Jarry, in cui la realtà, inconfutabilmente simulata e dedita al consumo, coincide con la propria rappresentazione. Veicolare i concetti del mondo per azzerare il linguaggio è proprio del processo di David Reimondo. La sua felice intuizione verte sulla coscienza della reiterazione come metodo analitico per espedienti estetici, uno “scavare” semantico che porta inevitabilmente all’origine della parola, dunque, alla possibilità di reinventarla. L’azione artistica di Reimondo, come giustamente notato dalla critica Ilaria Bernardi, non è digressiva o autocompiacente, bensì maieutica: chiunque può affrontare un percorso simile per raggiungere, tramite l’esperienza estetica, una propria consapevolezza e aggiungere significati. Avviene nel cinema, dove l’esperienza condivisa è fautrice di continue e costanti re-interpretazioni semiotiche, oltre ad attuare il cinema medesimo (senza la collaborazione reciproca di più sensibilità, la Settima Arte non esisterebbe): lo stesso avviene in tutte le arti, pur ammettendo che talvolta se ne perde l’efficacia linguistica.

David Reimondo, “Mi piace sparare”, installation view at The Open Box, Milano, ph. courtesy the artist and The Open Box
Mi piace sparare, nella sua parvenza disorganica, riesce, invero, a incastrare in modo puntuale un’autorialità corale e un coinvolgimento pertinente, un caos ordinato che non preclude una logica intelligibile, dichiaratamente poetica; una piccola Biblioteca di Babele, volendo citare Jorge Luis Borges.
Info:
David Reimondo. Mi piace sparare
a cura di Mirco Marino
Coordinamento: Gaspare Luigi Marcone
13/04/2026 – 13/05/2026
The Open Box
Via Pergolesi 6, 20124 Milano
Su appuntamento
www.theopenbox.org

Luca Sposato nasce a Tirano, in Valtellina, nel febbraio del 1986, vive a Prato operando nella piana metropolitana fiorentina (Pistoia-Prato-Firenze). Storico dell’arte, critico e curatore d’arte e xilografo. Ha curato mostre in gallerie private, fiere internazionali ed installazioni pubbliche, sia in Italia che all’estero, fra cui una rassegna in palazzi storici di Pistoia e la scenografia di uno spettacolo musicale al Museo del Tessuto di Prato. Scrive per diverse riviste di settore sia cartacee che online. La sua ricerca critica partendo dalla grafica d’arte, parallelamente praticata, si concentra sul segno tracciato, fisico e semiotico, espandendo lo studio alla sincronizzazione temporale tra passato e presente, e coltivando la curatela come medium artistico.



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