Il ritrovamento da parte dell’Archivio Grisi di Roma di un nucleo di opere realizzate da Laura Grisi (1939, Rodi – 2017, Roma) tra il 1961 e il 1965 ha fornito l’occasione per ripensare la parabola creativa dell’artista attraverso la lente di una coerenza che la letteratura critica aveva finora faticato a riconoscere. La mostra The Endless Diagram, seconda personale dell’artista negli spazi della galleria P420 a cura di Marco Scotini, mette in dialogo lavori degli esordi con alcune opere concettuali degli anni Settanta per rivelare come il cosiddetto “pensiero diagrammatico” che caratterizzerà la maturità di Grisi fosse già pienamente operativo fin dalle prime sperimentazioni pittoriche. Questo approccio metodologico, che procede per schemi e traduzioni multiple della realtà, attraversa l’intera produzione dell’artista come radicale strategia per negare l’univocità del reale e aprire lo spazio alle infinite possibilità combinatorie celate dietro l’apparente solidità delle cose.

Laura Grisi, “The Endless Diagram”, installation view at P420, Bologna, ph. Carlo Favero, courtesy P420
Le due sale della galleria costruiscono un percorso che procede per accostamenti cronologici, facendo convivere i lavori pittorici presentati nelle prime mostre personali dell’artista alla galleria Il Segno di Roma (1964), allo Studio Errepi di Bologna (1964) e alla galleria dell’Ariete di Milano (1965), accanto a fotografie d’archivio ingigantite che ritraggono la giovane Grisi al lavoro e a opere degli anni Settanta che rendono esplicito ciò che nei lavori giovanili rimaneva parzialmente celato sotto la superficie pittorica. Le primissime tele del 1961 come Senza titolo e Parentesi mostrano campiture irregolari di tonalità terrose, azzurre e arancio che galleggiano su sfondi grigi. La superficie risulta frazionata in quadri dentro il quadro secondo una logica che anticipa quella serialità permutazionale che l’artista svilupperà in maniera sistematica negli anni seguenti. Già qui emerge l’idea che l’immagine si origini dalla moltiplicazione dei punti di vista e che ogni raffigurazione contenga al proprio interno la possibilità di scomporsi in sottounità autonome capaci di generare nuove costellazioni visive.

Laura Grisi, “The Endless Diagram”, installation view at P420, Bologna, ph. Carlo Favero, courtesy P420
Il passaggio decisivo avviene nel 1964 quando la fotografia documentaria, che Grisi aveva praticato intensamente tra il 1958 e il 1963 viaggiando per il mondo a fianco del marito Folco Quilici, rientra nel lavoro pittorico secondo modalità che ne rivelano la natura tautologica. Le grandi tele di quell’anno incorporano allusioni al medium fotografico all’interno di complesse architetture geometriche in cui campiture piatte di colore convivono con diagrammi tracciati a matita, notazioni scritte e immagini ritagliate. Il collage fotografico si sottrae alla funzione documentaria per diventare elemento di un sistema combinatorio che traduce la medesima informazione attraverso codici differenti. Alcuni titoli di opere, come Fish-eye lens (1965), Wide Angle (1965) e Teleobiettivo (1965), riferendosi esplicitamente ai dispositivi ottici della macchina fotografica, indicano come l’artista concepisca l’atto del vedere come un’operazione tecnicamente mediata che produce realtà diverse a seconda degli strumenti impiegati. In questi lavori l’allusione pittorica centrale al negativo fotografico viene circondata da strutture diagrammatiche che ne scandiscono la genesi percettiva, come se Grisi volesse rendere visibile l’apparato concettuale che presiede alla costruzione di ogni rappresentazione. In Grande Reflex (1964) la sintesi sembra raggiungere la massima essenzialità concettuale e poetica: un cerchio centrale attraversato da linee ondulate, probabile allusione all’atollo polinesiano dove l’artista visse per un anno raccontando la sua esperienza nella ballata I denti del tigre (1964), campeggia su un fondo fatto da larghe bande di azzurro cartografico, in fondo alle quali una predella di immagini pittoriche modulari più piccole evoca una sequenza di fotografie subacquee. Il diagramma che scandisce il piano pittorico qui diventa forma estetica autonoma, struttura che ordina il visibile pur dichiarando apertamente il proprio carattere di artificio, di schema mentale sovrapposto al caos dell’esperienza.

Laura Grisi, “Grande Reflex”, 1964, acrylic and marker on canvas, 165×130.5 cm, ph. Carlo Favero, courtesy P420
Nella seconda sala le opere degli anni Settanta esplicitano le premesse teoriche che animavano già i lavori giovanili. Drawing for Time (1975) è una sequenza di venti carte, in ciascuna delle quali diagrammi, fotografie e calcoli matematici coesistono secondo una logica di traduzione multipla. Le fotografie ritraggono cronometri che registrano il passare del tempo, i diagrammi traducono queste misurazioni in strutture geometriche, di cui i calcoli offrono la versione aritmetica. Ogni elemento dell’opera rappresenta una diversa modalità di catturare l’inafferrabile scorrere dei secondi, come se Grisi volesse dimostrare che la dimensione temporale si manifesta soltanto attraverso le griglie interpretative che le sovrapponiamo. Ipotesi sul tempo, dittico di carte dello stesso anno, propone un ragionamento analogo presentando su una pagina le rappresentazioni schematiche dei cronometri che nell’altra appaiono fotografati in tre momenti diversi e accompagnati da formule che ne calcolano le relazioni. L’opera, traducendo in puro linguaggio algebrico ciò che le fotografie mostravano in forma sensibile, incarna un’ecologia del possibile in cui ogni fenomeno viene indagato nella molteplicità delle sue manifestazioni virtuali.

Laura Grisi, “The Endless Diagram”, installation view at P420, Bologna, ph. Carlo Favero, courtesy P420
L’opera forse più rigorosa della mostra è Infinito (1977), un foglio di pergamena interamente coperto da scrittura a inchiostro in cui l’artista trascrive ossessivamente formule matematiche relative alla divisibilità dello spazio. La densità della traccia grafica trasforma il testo in pura tessitura visiva. Grisi qui sembra voler materializzare l’impossibilità di esaurire attraverso la notazione algebrica la vertiginosa apertura dell’infinito, come se la proliferazione dei segni sulla pagina mimasse l’inesauribilità di ciò che si cerca di descrivere. Il ragionamento sotteso a questo lavoro, basato su un’impossibile saturazione di una circoscritta porzione di spazio, appare complementare a uno dei capolavori dell’artista, il film The Measuring of Time (1969) che la mostrava intenta a contare i granelli di sabbia di una spiaggia per mimare l’assurdità di voler ridurre l’infinito a quantità numerabile. Il pensiero diagrammatico di Laura Grisi si precisa dunque in questo excursus di lavori come sforzo paradossale di catturare l’illimitato attraverso procedure finite e di rendere visibile l’invisibile moltiplicando le traduzioni parziali che ne offrono versioni sempre incomplete.

Laura Grisi, “Ipotesi sul tempo”, 1975, ink and photo collage on paper, dyptich, cm 34.5×50, ph. Carlo Favero, courtesy P420
Hypothesis about Time (Ipotesi sul Tempo) (1975), il grande mosaico fotografico che occupa la parete di fondo, è un’installazione composta da trecentosessanta tavole fotografiche che esplorano tutte le possibili permutazioni di tre istanti temporali: un secondo prima, il presente, un secondo dopo. Grisi qui parte dal presupposto che le categorie di passato, presente e futuro attraverso cui organizziamo l’esperienza del tempo siano costruzioni mentali piuttosto che dati oggettivi, e che la loro relazione reciproca possa generare un numero finito ma vertiginoso di combinazioni. Ciascuna tavola fotografica documenta una diversa configurazione della triade temporale, come se l’artista volesse esaurire tutte le modalità in cui questi tre momenti possono disporsi l’uno rispetto all’altro. L’insieme delle trecentosessanta varianti costituisce una sorta di atlante delle possibilità combinatorie del tempo, chimerico tentativo di catturare la fluidità della durata attraverso la fissità della fotografia e il rigore della permutazione matematica. L’opera trasforma il tempo da flusso continuo in insieme discreto di elementi manipolabili, dimostrando come anche la dimensione temporale dell’esistenza si presti a quella scomposizione analitica che Grisi applica a ogni aspetto della realtà.

Laura Grisi, “The Endless Diagram”, installation view at P420, Bologna, ph. Carlo Favero, courtesy P420
La critica dell’epoca aveva faticato a collocare Grisi all’interno delle categorie disponibili, etichettandola variamente come esponente della Pop Art italiana, dell’Op Art o dell’Arte Programmata. Questa difficoltà derivava dalla sua peculiare posizione di confine tra pittura e concettualismo, tra immagine e sistema, tra estetica ed epistemologia. Il ritrovamento del corpus di lavori giovanili presentato in questa mostra permette oggi di rileggere la sua parabola creativa alla luce di quella coerenza metodologica che i contemporanei avevano scambiato per eclettismo. Dalla pittura degli esordi fino alle installazioni ambientali degli anni Settanta in cui riproduceva artificialmente fenomeni naturali come vento, nebbia e pioggia, Grisi ha perseguito un medesimo obiettivo: dimostrare che la realtà si dà sempre attraverso mediazioni, che ogni percezione è già interpretazione e che dietro l’apparente solidità del mondo si apre un campo di possibilità combinatorie a cui il linguaggio matematico si può solo approssimare, senza mai esaurirle. La cosmologia che emerge dal suo lavoro rifiuta l’idea di un’oggettività accessibile attraverso osservazione neutrale poiché ogni misura produce la realtà che pretende di descrivere e ogni schema impone al continuum dell’esperienza le proprie categorie. L’artista sembra suggerire che la conoscenza proceda attraverso una stratificazione di traduzioni parziali piuttosto che per un progressivo avvicinamento a una verità ultima. E il diagramma, in quanto schema che organizza informazioni senza pretendere di esaurirne la complessità, diventa il suo principale strumento epistemologico. Grisi traduce queste istanze teoriche in dispositivi visivi che ne rendono evidente il funzionamento, esibendone l’artificiosità come condizione necessaria di ogni tentativo di rappresentazione.
Info:
Laura Grisi. The Endless Diagram
A cura di Marco Scotini
29/112025 – 24/01/2026
P420 Via Azzo Gardino 9, Bologna
www.p420.it
Laureata in storia dell’arte al DAMS di Bologna, città dove ha continuato a vivere e lavorare, si specializza a Siena con Enrico Crispolti. Curiosa e attenta al divenire della contemporaneità, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.



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