Līmĕn, sostantivo neutro terza declinazione latina: soglia, confine, limite estremo, frontiera. Ci soccorre la molteplicità di significati della parola latina per provare a illustrare il concetto chiave e i progetti fotografici dell’edizione 2026 della Biennale di Fotografia Femminile di Mantova, diretta da Alessia Locatelli e organizzata dall’Associazione La Papessa. “Liminal” è il titolo di questa quarta edizione che, non soltanto, propone lo sguardo femminile sulle dinamiche del mondo (e, in misura minoritaria, anche sulla fotografia artistica), ma soprattutto tenta di portare alla nostra attenzione, e con il fil rouge 2026 più che mai, storie provenienti da luoghi che, seppur marginali, costituiscono il centro del vivere di intere comunità. Molto interessante è l’oscillazione tra intimo e pubblico, individuale e collettivo, mondiale e regionale: questa edizione della Biennale ci mostra, attraverso un percorso articolato su tredici progetti tematici e cinque sedi principali (alle quali vanno aggiunte altre undici serie tematiche del circuito off spalmate su quattro sedi, circuito inserito in modalità ufficiali), l’urgenza di interrogarci su quanto succede attorno a noi e su quanto ormai nessuno spazio, anche apparentemente liminale, possa definirsi escluso dai movimenti tellurici che ci stanno scuotendo.

Progetto “American Bedrooms” di Barbara Peacock, Casa del Mantegna, ph. Vincenza Nicolardi, courtesy Biennale di Fotografia Femminile di Mantova 2026
Agli occhi di chi scrive, nello scegliere un centro di gravità progettuale da cui iniziare, il punto di partenza è costituito dal dotto e didattico progetto fotografico di “The Cooling Solution”, visitabile presso la Casa del Pittore. Realizzato da Gaia Squarci, classe 1988, l’unica fotografa italiana presente nelle mostre ufficiali, incarna molto efficacemente il confine che l’umanità sta valicando (oppure ha già valicato), restituendoci un messaggio forte e chiaro di necessaria e impellente giustizia ambientale, propedeutica alla giustizia sociale. Al centro di questa serie tematica, arricchita da tantissimi dati scientifici e frutto di ricerche universitarie, ci sono i tentativi dell’uomo di sopravvivere al surriscaldamento globale. E qui subentra la giustizia sociale perché, anche nel contesto della crisi climatica, le differenze di classe esistono e si accentuano: le fotografie di Squarci hanno legittimamente ben poco di artistico, ma costituiscono un trattato visivo di sociologia, oltre che sensibilizzare con il medium visuale sull’urgenza di redistribuire il diritto a una ‘normalità climatica’ su tutto il pianeta. Sei sono le mostre presenti alla Casa del Mantegna, la sede forse più rappresentativa della Biennale. Davvero meritevole è l’omaggio a Imogen Cunningham, pioniera statunitense dell’ottava arte. La fotografia di Cunningham unisce sperimentazione e ricerca della perfezione formale, anticipando schemi, pose e soggetti fotografici che entreranno in seguito nel repertorio di altri protagonisti della fotografia. “Shifting the Focus” è una antologia di archivio che evidenzia plasticamente la versatilità creativa e tecnica della fotografa statunitense: la forma del desiderio, concetto molto in voga in questa contemporaneità, è uno dei temi meglio espressi dalla fotografa, alla ricerca costante di soggetti integrati alle leggi della geometria e mimetizzati nelle sue forme.

Progetto “Contortion” di Julia F Batten, Galleria Disegno, ph. Sofia Peron, courtesy Biennale di Fotografia Femminile di Mantova 2026
Davvero molto interessante il progetto di Mackenzie Calle, fotografa statunitense nata nel 1994, che, riutilizzando materiale di archivio e documentale, impatta sul tema delle rivendicazioni LGBTQ+ in un’area per antonomasia infinitamente liminale: lo spazio. “The Gay Space Agency” è un progetto che parte dalla tomba dell’astronomo Franklin Kameny, sulla quale è inciso “Gay is Good”, per raccontarci cosa ha significato la “Lavender Scare” per le aspiranti astronaute e gli aspiranti astronauti, vere e proprie vittime di una caccia alle streghe di natura maccartista. Il progetto non è composto solo da fotografie che ritraggono i volti di alcune di queste vittime, ma anche da documenti di natura tecnica che mostrano strategicamente anche i mezzi usati per accertarne l’omosessualità. Su tutti i due test sull’eterosessualità: il primo era quello delle macchie di inchiostro di Rorschach, che faceva scattare l’allarme qualora l’esaminando non vedesse anatomia femminile osservando le macchie. Il secondo era quello della proiezione pubblica del bacio cinematografico tra due donne che, in caso di mormorio positivo, indicava il lesbismo di qualche aspirante astronauta. Una donna posa come una diva del cinema indiano mostrando i bicipiti ben formosi: è Sandra, una delle protagoniste della serie tematica della fotografa indiana Keerthana Kunnath, classe 1995, ambientata tra le donne culturiste del Kerala. In questo caso, la liminalità impatta sugli stereotipi sociali che, in certi contesti, non possono concepire il culturismo al femminile. Intitolato “Not What You Saw”, il progetto sfida i luoghi comuni e contamina le pose muscolari delle protagoniste con cornici scenografiche che richiamano le dive di Bollywood e tradizioni iconografiche dell’induismo. In un ambito di confine molto privato e molto quotidiano ci trasporta invece la fotografa statunitense Barbara Peacock (nata nel 1954): “American Bedroom” è, infatti, ambientato nei letti degli USA, dove la fotografa ritrae coppie, famiglie, solitudini, hobby, malattie, preghiere, relazioni sentimentali e amorose rigorosamente esplicitate su un letto domestico. L’effetto sul visitatore è grottesco, doloroso, empatico o anche, in alcuni casi, distaccato a seconda della scena costruita dalla fotografa a una distanza così intima dai protagonisti, ma l’insieme delle fotografie riesce a tessere un affresco assolutamente sociale della condizione umana. Le ultime due serie tematiche ospitate presso la Casa del Mantegna sono un ulteriore progetto e un premio. “Ordinary Pleasures” è la serie fotografica di Maria Giovanna Giugliano (classe 1995), esposta in collaborazione con il Foto Festival di Lenzburg: racconta con fotografie macro molto intense dal punto di vista cromatico una delle attività basilari della vita umana (e non solo), quella del mangiare, esplorando il percorso che il cibo compie sino a diventare tutt’uno con la nostra materia interiore. Sei sono i progetti fotografici proposti dal Premio Musa, ideato per fotografe esclusivamente italiane, e tra questi merita una menzione speciale, a parere di chi scrive, la serie di Luciana Trappolino, classe 1964, che ha per titolo l’espressione “Tra-me” che bene spiega il valore delle donne angolane ritratte di spalle, nei loro villaggi, davanti a un grande telo bianco, con acconciature che sembrano tessiture multicolorate.

Progetto, “Not what you saw” di Keerthana Kunnath, Casa del Mantegna, courtesy Biennale di Fotografia Femminile di Mantova 2026
Due confini geografici reali sono al centro di due bellissimi progetti ospitati presso la Galleria del Disegno. La fotografa giordana Nadia Bseiso (1985) ci conduce per mano nella siccità imposta dalle politiche di occupazione israeliana dell’acqua: il fiume giordano, culla anche della fede cristiana, è deviato e, pertanto, una porzione significativa della mezzaluna fertile oggi è piegata ad interessi geopolitici che provocano profonda ingiustizia. “Infertile Crescent” è il titolo di questo documento necessario per mostrare uno degli aspetti più oppressivi del neocolonialismo contemporaneo. La fotografa statunitense Lisa Elmaleh (classe 1984) ci conduce lungo il confine tra USA e Messico e mostra, con fotografie che ritraggono spesso abitanti del continente latino-americano che vedono il proprio sogno di riscatto infrangersi contro il muro del Rio Grande. “Tierra prometida” è il racconto visivo in grande formato di un luogo molto liminale, in cui speranza, incertezza, violenza e disperazione si intrecciano ogni giorno. La Galleria del Disegno ospita anche l’unica serie tematica ufficiale di fotografia artistica, con il progetto della fotografa tedesca Julia Fullerton-Batten (classe 1970), intitolato “Contortion”. È un progetto di fotografia staged, nel quale l’artista esplora il confine fisico e geometrico del corpo femminile, attraverso pose scenografiche iper studiate di contorsionismo. La memoria famigliare, che ingloba un confine geografico decisivo come il trentottesimo parallelo nord, è al centro dell’(auto)esplorazione fotografica portata avanti da Lee Grant (fotografa coreano-australiana nata nel 1973): partendo da un proprio dato biografico, ovvero l’essere figlia di un militare australiano e di una donna sud coreana, Grant tesse una trama inevitabilmente storica e politica che incrocia il destino delle due Coree e risale sino alle “Ancestral Constellations” del titolo. Due sono le mostre ufficiali ospitate nella Casa di Rigoletto ed esplorano il confine emotivo e biologico che attraversa i nostri corpi. Fat è la scritta che inevitabilmente costituisce la copertina di un quaderno molto personale della fotografa britannica Abbie Trayler-Smith (1977) e fat (grassa) è la situazione fisica e corporea che la fotografa vive e mostra pubblicamente, affiancando il proprio percorso a quello di altre ragazze britanniche altrettanto grasse, in un doppio progetto fotografico intitolato “The Big O / Kiss It”. Più etereo, e soprattutto in transizione di genere, è invece il corpo della fotografa statunitense classe 1993 Pia-Paulina Guilmoth, che allarga l’obiettivo alla piccola comunità del Maine in cui vive, mostrando cosa significhi essere trans in un microcosmo chiuso anche dal punto di vista delle idee. “Flowers Drink the River” si dipana oscillando tra la grazia leggiadra della fotografa e la durezza selvaggia e macho di alcune attività del luogo in cui vive.

Visita guidata al progetto di Sofia Samoylova, circuito OFF, Spazio Arrivabene, ph. Marco Munari, courtesy Biennale di Fotografia Femminile di Mantova 2026
Come detto, undici e su quattro sedi sono le mostre del circuito off, frutto del lavoro selettivo delle open calls. A giudizio di chi scrive, due meritano una segnalazione d’interesse. Il progetto della fotografa franco-peruviana Florence Goupil, intitolato “The Whisper of Maize”, documenta l’enorme lavoro di preservazione di decine di varietà di mais portato avanti dai popoli indigeni depositari, in Messico e Perù, delle conoscenze ataviche su questo prezioso patrimonio alimentare. All’opposto per tecnica e tematica, la serie fantascientifica, intitolata “The Three of Us”, realizzata dalla fotografa russa Sveta Katerina che, partendo dal culto del cadavere di Lenin, realizza un progetto fotografico in cui immagina, con interessante e riuscita tonalità grottesca, che da quel corpo siano state generate per clonazione tre sorelle identiche. Completa il programma della Biennale, oltre a un vastissimo calendario di tavole rotonde, di visite guidate e momenti anche per adolescenti e bambini, anche l’omonimo catalogo curato da Alessia Locatelli e pubblicato da Emuse.
Info:
Biennale della Fotografia Femminile (BFF)
Liminal
6 – 29/03/2026
Varie sedi
www.bffmantova.com

Sono Giovanni Crotti, classe 1968, e mi sento in dovere di ringraziare la scrittura perché sospinge la mia vita. Coltivo dentro di me moltitudini che mi portano a indagare, conoscere, approfondire ogni espressività culturale e creativa, per poi scriverne cercando sempre di essere chiaro e documentato nei contenuti.



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