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Residenze Lievito: un nuovo modo di fare l’arte

Residenze Lievito: un nuovo modo di fare l’arte

Il lievito non lavora alla luce. Ha bisogno di calore, di tempo, di un ambiente giusto. Non si può accelerare: se provi a forzarlo, muore. Se lo lasci stare, trasforma tutto. Gli artisti, a volte, funzionano allo stesso modo. In biologia si chiama fermentazione: un processo in cui organismi microscopici – invisibili, pazienti – convertono una materia in qualcosa di completamente diverso. Non è magia. È chimica lenta. È la stessa cosa che succede quando un’idea entra in un corpo, ci rimane per mesi, e poi esce trasformata in qualcosa che prima non esisteva, magari in un’opera. Materica, polimaterica, performativa, sonora, non importa. Ora esiste. Vive. C’è. Da questa analogia – precisa, quasi scientifica – nasce Residenze Lievito, il programma di residenze artistiche di La CAP Re|Hub e IPERCUBO.

Podere La capacciola, ph Martina Raffanelli, courtesy YEAST | Residenze Lievito

Podere La capacciola, ph Martina Raffanelli, courtesy Residenze Lievito

Il lievito non cresce ovunque. Ha bisogno di un substrato: qualcosa su cui lavorare, qualcosa da nutrire. Per Residenze Lievito, quel substrato è un ex podere contadino nella Valdichiana Senese, in Toscana. Una vecchia stalla riqualificata, un’antica aia contadina, la campagna senese intorno. Un luogo che porta ancora nella sua architettura la memoria del lavoro lento, stagionale, collettivo. La reminiscenza prima dell’oblio del frenetico tempo contemporaneo. Non è una residenza in una città. È una residenza in un posto dove il paesaggio stesso ricorda che certe cose richiedono tempo. Il programma seleziona dieci residenti – otto artiste/i e due curatrici/ori under 36 – distribuiti in due cicli da sei mesi ciascuno. Come in una coltura batterica, il numero non è casuale: abbastanza persone da creare un ecosistema, poche abbastanza da non diluirsi. Chi viene lavora e vive nello stesso podere. Non c’è separazione tra il momento della ricerca e quello della vita quotidiana, perché il lievito non smette di fermentare quando non lo guardi. Agisce sempre, anche di notte, anche nel silenzio. I campi di provenienza sono le arti visive, performative, coreografiche, audio-video. Il filo comune: corpi, immagini e narrazioni in movimento. Materie vive, che cambiano forma.

Podere La capacciola, ph Martina Raffanelli, courtesy YEAST | Residenze Lievito

Podere La capacciola, ph Martina Raffanelli, courtesy Residenze Lievito

In panificazione, si chiama rinfresco: l’atto di aggiungere farina e acqua alla pasta madre per tenerla in vita, per darle nuova energia. Residenze Lievito funziona in modo simile. Ogni ciclo porta con sé un programma formativo – laboratori, lezioni, visite, tutoraggio curatoriale e territoriale – non come obbligo accademico, ma come nutrimento continuo. Qualcosa da aggiungere al processo perché non si esaurisca. A questo si accompagna una borsa mensile di 500 euro, alloggio gratuito, studio attrezzato e un budget di produzione. Le condizioni materiali, cioè. Perché anche il lievito più vitale non sopravvive senza glucosio. Il lievito ha bisogno di essere guidato, non controllato. Ogni ciclo di Residenze Lievito cresce intorno a una domanda aperta: non una risposta da trovare, ma una direzione in cui muoversi insieme. La prima si chiama “Ripensare l’aia”. L’aia era il luogo dove il grano veniva battuto, separato, condiviso. Era rumore, polvere, fatica comune. Oggi quasi non esiste più, come molti spazi in cui le persone stavano davvero insieme, senza mediazione, senza schermo. Cosa rimane di quel tipo di incontro? Cosa significa ricostruirlo, anche solo per sei mesi, in un podere toscano? La seconda, intitolata “Rendere buono”, parte da più lontano: dal 1338, quando un’opera idraulica trasformò la Valdichiana da zona paludosa in terra fertile. Una bonifica. Un atto collettivo che ha cambiato il paesaggio per secoli. YEAST prende questa storia e la porta nel presente: cosa significa oggi bonificare? Cosa c’è, nell’arte e nella vita, che aspetta di essere reso buono?

Podere La capacciola, studio, ph Martina Raffanelli, courtesy YEAST | Residenze Lievito

Podere La capacciola, studio, ph Martina Raffanelli, courtesy Residenze Lievito

Sono domande che non hanno una risposta prefissata. Sono substrati, appunto. Qualcosa su cui il lievito può lavorare. Al termine di ogni fermentazione, c’è il pane. Al termine di ogni ciclo, una mostra finale, programmata a dicembre 2026 per la prima residenza, a luglio 2027 per la seconda. Non un punto di arrivo, ma una restituzione: al territorio, al pubblico, a chiunque abbia nutrito il processo. La call per il primo ciclo si è aperta il 3 marzo 2026, con scadenza il 30 aprile. Il primo gruppo arriva a Sinalunga l’11 luglio. Tutte le informazioni sul sito ufficiale del progetto, per ricordare che il lievito non sa che sta facendo il pane. Eppure, eccolo lì.

Info:

www.residenzelievito.com


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