Ivan Pili è tornato alla pittura dopo un quarto di secolo dedicato alla musica. La svolta è arrivata nel 2014, quasi per caso, durante un concerto in Germania. Da allora, in appena un decennio, si è fatto notare nel panorama dell’arte contemporanea internazionale, esponendo in prestigiose sedi istituzionali, come Palazzo Zenobio a Venezia, Palazzo Sant’Agostino a Salerno e la Reggia di Caserta, oltre a importanti fiere internazionali, tra cui Art Basel Miami, Artexpo New York, Carrousel du Louvre, Frieze Los Angeles, Art Dubai. Il suo lavoro si colloca nell’ambito del genere figurativo iperrealista, ma l’artista sardo rifiuta l’idea che la sua pittura sia un’asettica imitazione del reale. Nei suoi dipinti, in prevalenza ritratti e figure femminili, la precisione tecnica serve a catturare ciò che lui stesso definisce “quello che spesso sfugge”: il tempo sedimentato nella pelle, la verità di uno sguardo, il respiro sospeso. La luce caravaggesca che attraversa le sue tele crea atmosfere dove il silenzio diventa linguaggio e il gesto quotidiano acquisisce monumentalità. Le sue opere recenti, dalla serie “Impressions” a dipinti come “Mollycoddle” o “Behind friendly lines”, mostrano un’evoluzione verso l’essenziale. Dopo aver affrontato problemi di salute che hanno trasformato il suo approccio creativo, Pili lavora per sottrazione, completando un’opera non quando non c’è più nulla da aggiungere, ma quando non c’è più nulla da togliere. Per approfondire la sua poetica, abbiamo avuto il piacere di rivolgergli qualche domanda.

Ivan Pili
Andrea Guerrer: Hai interrotto una carriera musicale internazionale per tornare alla pittura dopo venticinque anni di astensione. Questa lunga assenza ha cambiato il tuo modo di vedere e dipingere? Cosa hai portato con te dalla musica nella pratica pittorica?
Ivan Pili: Quando ho smesso di dipingere, alla fine degli anni ‘80, pensavo davvero che quella fase fosse chiusa, come tante passioni dell’adolescenza. La musica aveva preso tutto: studio continuo, competizioni, viaggi, palchi. Poi, nel 2014, con l’ictus, quel mondo si è interrotto di colpo. Non è stato facile, ma il bisogno di esprimermi non si è spento: ha semplicemente cambiato strada. Tornare alla pittura dopo venticinque anni non è stato un “ritorno”, ma una rinascita. Non dipingo più come da ragazzo: il tempo, il corpo e lo sguardo sono cambiati. Quello che la malattia ha tolto in velocità e brillantezza, me lo ha restituito come capacità di stare nel silenzio, di osservare senza fretta, di accettare una lentezza che oggi considero un valore. Dalla musica mi porto tre elementi che sono diventati fondamentali anche nella pittura: innanzitutto il ritmo e la pausa, perché in musica non parlano solo le note, ma anche i silenzi, e in pittura vale lo stesso, ciò che non dipingo pesa quanto ciò che definisco. Poi il lavoro per strati, perché nella fisarmonica ogni fraseggio nasce da micro-scelte, come nei miei dipinti succede con le velature: un’immagine deve “suonare” nel tempo. Infine la disciplina, perché anni di studio mi hanno insegnato pazienza, costanza e metodo, e in studio dipingo con la stessa mentalità: l’ispirazione si costruisce a forza di presenza quotidiana. La lunga distanza dalla pittura, paradossalmente, mi ha fatto diventare più pittore. Mi ha obbligato a scegliere davvero questo linguaggio, non come hobby o ripiego, ma come atto necessario. Oggi non dipingo per fare un “bel quadro”: dipingo per dare senso allo spazio che la musica ha lasciato libero.

Ivan Pili, “Dawn from the Shadow”, 2024, olio su tela, 50 × 70 cm, courtesy of the artist
L’iperrealismo oggi convive con un’epoca dominata dall’immagine digitale e dall’intelligenza artificiale generativa. Quale significato ha scegliere questa tecnica così laboriosa e time-consuming nel contesto attuale? È una forma di resistenza o qualcos’altro?
Viviamo sommersi da immagini che nascono e scompaiono in un attimo. L’intelligenza artificiale oggi può creare un volto o un’intera scena prima ancora che noi abbiamo finito di pensarla. In questo contesto, passare giorni o settimane su un’unica immagine potrebbe sembrare una scelta anacronistica, quasi testarda. Ma per me non è resistenza in senso romantico: è semplicemente il mio modo di stare dentro un’immagine, con il tempo che richiede. L’iperrealismo, oggi, è soprattutto un esercizio di lentezza. Non ha senso cercare di reggere il confronto con una macchina: lei produce, io mi prendo il tempo di guardare, scegliere, cambiare idea. E proprio questi limiti, che l’IA non ha, sono parte fondamentale del risultato. Ma non si tratta nemmeno di un vero ritorno al passato: è più simile a ciò che accadde quando arrivò la fotografia. All’inizio molti pittori si sentirono minacciati, poi invece la fotografia diventò uno strumento prezioso, quasi un alleato. Forse con l’IA accadrà lo stesso. Per questo non vedo l’iperrealismo come un atto nostalgico, ma come un modo di restituire densità, responsabilità e tempo a un’immagine in un’epoca che tende a renderle tutte intercambiabili. La pittura non compete con la velocità: si prende il suo passo. E forse è proprio lì che conserva la sua forza.

Ivan Pili, “She, the power, the life”, 2015, olio su tela, 70 × 100 cm, courtesy of the artist
La fotografia può catturare istantaneamente ciò che tu impieghi settimane o mesi a dipingere. Qual è, secondo te, la differenza principale tra un ritratto fotografico e un ritratto dipinto? Cosa può fare la pittura che la fotografia non può?
Fotografia e pittura non competono, si sfiorano. La fotografia ha la forza di catturare un istante con una lucidità e un’immediatezza che la pittura non può e non deve imitare. Dietro un ritratto fotografico non c’è soltanto “un clic”: c’è uno sguardo, una scelta di luce, un modo preciso di posizionarsi davanti al tempo che passa. La pittura, invece, attraversa il tempo in modo diverso. Non registra un momento: lo ricostruisce, lo rimonta, lo ripensa. Un dipinto nasce da una serie di decisioni lente: cosa mostrare, cosa togliere, dove lasciare respirare l’immagine, quale parte far scivolare nell’ombra. È un processo che include inevitabilmente i miei dubbi, le mie esitazioni, le mie insistenze. Per questo dico che la pittura traduce più che copiare. Non perché sia superiore, ma perché è un altro linguaggio. La fotografia coglie una presenza nel tempo; la pittura tenta di restituire quel tempo in un’unica superficie. A volte semplifico un fondale, altre amplifico una piega di luce che nella realtà era insignificante. Non lo faccio per artificio: accade perché il mio modo di guardare entra nel quadro, si sedimenta e cambia ciò che vedo. C’è poi la dimensione fisica dell’opera. Una tela non è solo un’immagine: è un corpo. Assorbe la luce della stanza, muta leggermente durante il giorno, invecchia negli anni, porta con sé la storia materiale dei suoi strati. È un originale unico, con le sue fragilità e i suoi silenzi.

Ivan Pili, “Like a Catharsis”, 2021, olio su tela, 70 × 100 cm, olio su tela, courtesy of the artist
Nei tuoi dipinti ricorre spesso la figura femminile, rappresentata con una particolare attenzione all’intimità e alla vulnerabilità. Come scegli i soggetti e i momenti da rappresentare? C’è un tema specifico che senti più vicino alla sua ricerca?
Scelgo spesso la figura femminile perché, nel mio modo di vedere, possiede una gamma di sfumature emotive molto ampia, capace di raccontare quella parte più silenziosa e introspettiva dell’essere umano che è al centro della mia ricerca. Non è una scelta ideologica o estetizzante. È più semplice: nei gesti femminili trovo una naturalezza nel mostrarsi vulnerabili senza dichiararlo, un modo di abitare il corpo che lascia affiorare micro-tensioni, esitazioni e piccoli cedimenti che spesso passano inosservati. Sono proprio quei dettagli, quasi sottilissimi, che mi interessa dipingere. La figura maschile porta talvolta una postura più dichiarata, più protetta, più costruita. Nel corpo femminile percepisco invece con più immediatezza quella zona intermedia tra forza e fragilità, tra controllo e abbandono. E questa ambivalenza è esattamente la materia che cerco nei miei lavori. C’è anche un aspetto personale: guardare un corpo femminile mi mette in una condizione di ascolto più profondo, meno competitiva, meno analitica. Mi permette di osservare senza sovrascrivere, di restare in sospensione. In sintesi, non dipingo figure femminili perché “sono donne”, ma perché in quel modo di stare nel mondo, nei gesti piccoli e nelle posture non protagoniste, trovo i linguaggi emotivi che voglio

Ivan Pili, “The Countdown”, 2024, olio su tela, 70 × 100 cm, courtesy of the artist
Hai dichiarato che un’opera è completa “quando non c’è più nulla da togliere”. Questo approccio sottrattivo sembra quasi opposto alla natura additiva della pittura. Come riconosci nella pratica quel momento? E cosa comporta questo principio nelle fasi di lavoro su una tela?
Questa frase non nasce da me, ma negli anni mi è stata attribuita perché descrive molto bene il mio metodo di lavoro. La pittura nasce aggiungendo materia, sì, ma l’immagine finale prende forma quando inizio a togliere: togliere elementi, togliere distrazioni, togliere virtuosismi inutili. È un lavoro di pulizia, quasi di scavo. Una sorta di scultura al contrario: invece di levare materia fisica, elimino informazioni visive. Questa sottrazione si vede a più livelli. Nella composizione, ad esempio, preparo bozzetti ricchi di oggetti, dettagli e ambienti completi, poi comincio a togliere tutto ciò che non serve alla tensione della figura: una finestra diventa un’ombra, una stanza intera si riduce a un tono neutro, non perché non abbia importanza ma perché distrae da ciò che voglio far vivere. Anche nel dettaglio la sottrazione è evidente: l’iperrealismo spingerebbe a descrivere tutto, mentre io scelgo cosa non descrivere. Ammorbidisco una piega, sfumo una texture, rendo opaco un punto che sarebbe ultra-definito. Questa selezione fa respirare la figura e, paradossalmente, rende la realtà più vera quando non è tutta dichiarata. Il momento in cui capisco che un’opera è completa arriva quando togliere ancora significherebbe svuotare il quadro, mentre aggiungere sarebbe soltanto decorazione. È una sensazione molto fisica: il dipinto smette di chiedermi interventi e comincia a restituirmi una presenza chiara, essenziale, necessaria. Probabilmente questo approccio nasce anche dalla mia storia personale: dopo l’interruzione della musica ho dovuto togliere molto dalla mia vita. E ho scoperto che, a volte, proprio attraverso la sottrazione si arriva più velocemente all’essenza. Vale nella vita, e vale nella pittura.
Info:

Attore e performer, ama le arti visive in tutte le loro manifestazioni.



NO COMMENT