Luogo e Segni. Punta della Dogana a Venezia

La collettiva “Luogo e Segni”, curata da Martin Bethenod, direttore di Palazzo Grassi – Punta della Dogana, e Mouna Mekouar, curatrice indipendente, potrebbe diventare una mostra anche senza le opere esposte. Il titolo semanticamente sostanzioso rappresenta una mostra organizzata in occasione del decimo anniversario della Fondazione Pinault. L’elegantissima rassegna di lavori importanti sviluppa una narrazione costruita da 36 artisti, di cui una – Carol Rama – ha prestato il nome di una sua opera, creata nel 1975, al titolo generale. L’esposizione sarà accompagnata da un ampio programma di eventi, performance e incontri aperti al pubblico che avranno luogo a Punta della Dogana e al Teatrino di Palazzo Grassi. La mostra, inaugurata il 23 marzo a Punta della Dogana, nello storico edificio veneziano del XVII secolo, ristrutturato da Tadao Ando nel 2009, sarà visitabile fino al 15 febbraio.

Andando con logica, per capire meglio da dove si sviluppa il concetto dell’esposizione, conviene tornare alla sua origine nominale – Carol Rama. L’artista autodidatta, nata a Torino, attiva nella sua città di provenienza e sul palcoscenico internazionale dagli anni ’40, “traspone nelle sue opere, spesso autobiografiche, ossessioni e paure, in un linguaggio fatto di un repertorio surreale e provocatorio”, come spiega il catalogo mostra. “Luogo e Segni” di Carol Rama, composto da un dipinto e da una pellicola nera, gioca con la potenzialità, il futuro, il tempo, crea una tensione al confine tra oggetto e astrazione, scrittura automatica e notazione, “può essere considerato una mappa immaginaria o un misterioso rebus”. L’artista “ha perseguito un approccio creativo alla struttura e alla composizione, ibridando la sua arte con mezzi non convenzionali, come materiali industriali, immagini provocatorie e leggende psicologicamente coinvolte”. L’artista è scomparsa nel 2015 all’età di 97 anni e la sua importanza è stata riconosciuta solo tardivamente.

In questa occasione l’artista non si relaziona solo con la collezione di Punta della Dogana, ma anche con la parallela mostra della Fondazione Pinault a Palazzo Grassi, monografica di Luc Tuymans intitolata “La Pelle”, a cura di Caroline Bourgeois. È molto difficile in questo periodo decidere dove dirigere i propri passi a Venezia, rendendosi conto di tutte le debolezze umane, ma decisamente vale la pena di vedere entrambe le mostre, non solo perché dialogano a vicenda.

Cominciando la visita in galleria, oltrepassiamo le tende rosse dell’artista americano Felix Gonzalez-Torres. L’opera chiamata “Untitled (Blood)” (1992), cioè “Senza titolo (Sangue)” avverte che a soli pochi passi più avanti, è in corso un’invasione. Fortunatamente, l’espansione territoriale dei 17 nuovi artisti approdati nella collezione Pinault (tra cui Berenice Abbott, R. H. Quaytman, Liz Deschenes, Trisha Donnelly, Lucas Arruda, Hicham Berrada e Edith Dekyndt) è poco sanguinosa e i due piani dell’estesa esposizione di Punta della Dogana riescono ad accoglierli valorizzandoli allo stesso modo.

Tornando all’episodio: le sopramenzionate tende di Felix Gonzalez-Torres entrano in un dialogo pianificato con un artista americana Roni Horn, a cui era molto vicino. L’AIDS è al centro della vita e del lavoro di Gonzalez-Torres, portato via nel 1996 da questa malattia. È uno dei temi principali del suo lavoro, che prende le vie anche dell’attivismo politico, sviluppato in particolare con il “Group Material” (il collettivo artistico newyorkese anni ’80, i cui membri hanno lavorato in modo collaborativo per avviare l’educazione delle comunità e l’attivismo culturale). La prima opera di Gonzalez-Torres all’entrata della mostra titolata “Untitled (7 Days of Bloodworks)”(1991) è un’indagine discreta e minimalista sugli effetti della progressione del virus dell’AIDS nel sangue per un periodo di una settimana. La potente “Untitled (Blood)” (1992) diventa una rappresentazione metaforica dello stesso sangue, descritta da una cortina di perline di plastica, tesa da un lato all’altro della stanza. Le perle rosse e bianche evocano rispettivamente i globuli rossi e bianchi. “La percezione di questo lavoro, ai confini dell’astrazione e dell’autobiografia, dell’intimo e del politico, richiede la partecipazione fisica del visitatore, invitato ad attraversarlo nel senso proprio del termine. Esegue quindi una sorta di condivisione e cerimonia di empatia, leggera e grave, tragica e gentile” – leggiamo nel catalogo della mostra. È senza dubbio una delle opere più emblematiche di tutta la collezione, esposta per la prima volta alla sua inaugurazione.

Roni Horn, invece, ci fa congelare in modo ragguardevole, solo a pochi passi più avanti, nella sala centrale. L’opera nella prima sala si fonde con l’ambiente circostante, difatti Horn descrive le proprie opere come contestuali. L’hommage alle poesie di Emily Dickinson, una continua fonte di ispirazione per l’artista, l’ha portata a creare la serie “White Dickinson”. Le citazioni estratte dagli scritti della poetessa sono applicate a barre di alluminio collocate sulla parete.

“Well and Truly” (2009-10) è esposto nella sala centrale, enorme e lucida. Si può supporre che la i dieci colossali blocchi di vetro, trasparenti e delicati in diverse tonalità di blu, assomiglianti alla superficie dell’acqua, non abbiano mai visto uno spazio più adatto alla loro presenza. “Well and Truly” è una ricerca sull’acqua a lungo termine. L’avventura mentale è iniziata quando si concentrava sul paesaggio islandese, sulle “innumerevoli sfumature dell’acqua e la mutevole geografia delle caratteristiche umane”. (catalogo mostra) “Le mie ambizioni si basano tanto sul dialogo con le mie circostanze. Non direi che c’è qualche sola cosa che mi attraesse verso l’acqua. Ovviamente, quando cominci a pensarci, esplode proprio, perché è cosi ricca. È tutto e niente. Mi sento quasi come se riscoprissi l’acqua, ancora, ed ancora, ed ancora”. L’approccio Rinascimentale di Horn rende impossibile descriverla in modo troppo conciso. L’artista crea disegni, libri, installazioni fotografiche, sculture. Fa anche la collezionista e ha prestato alcune opere per “Luogo e Segni”.

I grandi nomi (e le grandi opere) non terminano qua. Al lato opposto della prima sala vediamo già: Constantin Brancusi, Vija Celmins, Agnes Martin e Louise Bourgeois. La rimanente trentina d’artisti richiede altre ore di ricerca, perché ne vale la pena. Sulla spina dorsale dei lati polari (in colore e in calore) di Roni Horn e Felix Gonzalez-Torres, con una spezia della drammatica Carol Rama, i curatori hanno costruito un corpo apprezzabile. Particolarmente impegnativa per la quantità delle opere e l’essenzialità formale del linguaggio, “Luogo e Segni” è una mostra piacevole nonostante la sua complessità.

Dobroslawa Nowak

Info:

Luogo e Segni

Artisti:  Etel Adnan, Berenice Abbott, Giovanni Anselmo, Lucas Arruda, Hicham Berrada, Louise Bourgeois, Charbel-joseph H. Boutros, Constantin Brancusi, Nina Canell, Vija Celmins, Tacita Dean, Edith Dekyndt, Liz Deschenes, Trisha Donnelly, Simone Fattal, Dominique Gonzalez-Foerster, Felix Gonzalez-Torres, Roni Horn, Ann Veronica Janssens, Lee Lozano, Agnes Martin, Julie Mehretu, Ari Benjamin Meyers, Philippe Parreno, Alessandro Piangiamore, R. H. Quaytman, Carol Rama, Lala Rukh, Stéphanie Saadé, Anri Sala, Rudolf Stingel, Sturtevant, Tatiana Trouvé, Wu Tsang, Robert Wilson e Cerith Wyn Evans.

24/3 – 15/12 2019
Ogni sabato in entrambe le sedi sono organizzate visite guidate gratuite. Alle 15 visita guidata di “Luogo e Segni” e alle 17 di “La Pelle – Luc Tuymans”. La prenotazione non è richiesta.

Punta della Dogana

(from left to right) Roni Horn, White Dickinson THE CAREER OF FLOWERS DIFFERS FROM OURS ONLY IN INAUDIBLENESS, 2006, Courtesy the artist and Hauser & Wirth, Felix Gonzalez Torres, “Untitled” (Blood), 1992, Pinault Collection, “Untitled” (7 Days of Bloodworks), 1991, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

(from left to right) Cerith Wyn Evans, We are in Yucatan and every unpredicted thing, 2012-2014, Pinault Collection, Rudolf Stingel, Untitled, 1990, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Carol Rama, Luogo e segni, 1975, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Liz Deschenes, FPS(60), 2018, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Roni Horn, Well and Truly, 2009-2010, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Nina Canell, Days of Inertia, 2015, Courtesy Daniel Marzona, Barbara Wien, Mendes Wood Dm Galleries. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Cover image: @Dobroslawa Nowak