Mahin Monfared. Il colore dell’emozione

Nel 1911 Sigmund Freud in un saggio sui due principi che guidano il funzionamento della nostra mente suggeriva l’idea che l’arte si basasse proprio su una conciliazione tra due principi, quello del piacere e quello della realtà, e che presupponesse anche una sorta di bilanciamento tra Eros e Thanatos.

La prima conseguenza di questa intuizione è che l’opera nella sua ultima essenza sia vita organica strappata alla dispersione da cui proveniamo e verso la quale siamo costantemente sospinti dal destino.

Tali concetti sembrano particolarmente indicati per accompagnare l’osservazione dei dipinti dell’artista iraniana Mahin Monfared (Tehran, 1956) che nel corso della sua ormai ventennale carriera ha rinunciato a una dimensione figurativa e narrativa per percorrere la strada dell’immersione meditativa nell’intento di rivolgere uno sguardo olistico al mondo e di restituirlo nella sua misteriosa integralità sulla tela.

La progressiva eliminazione dei dettagli della pittura sembra rispecchiare una prospettiva neoplatonica dell’esistenza: se la realtà tangibile non è altro che un segno di una realtà superiore che ci contiene e ci sovrasta, trascendere i dettagli per allontanarsi dalla resa mimetica del visibile significa depurarlo da ogni distrazione per esprimere nella maniera più compiuta possibile l’aldilà dell’apparenza visiva.

Con la dissoluzione dei contorni lineari e di tutte le gerarchie con cui siamo solitamente abituati a interpretare il disegno, i colori divengono in misura crescente tematici, come se fossero fenomeni che mostrano solo sé stessi e in quanto tali oggetto primario del quadro.

Ampie pennellate gestuali si sovrappongono senza mescolarsi sulla tela: ciascuna di esse, in quanto autonomo strumento di creazione artistica, è portatrice della sua intrinseca imponderabilità, ma al tempo stesso esprime la sua funzione nel quadro sempre soltanto in relazione alle altre componenti della struttura pittorica.

La pennellata, mediante il colore che porta con sé e la forma che la sua consistenza implica, nel momento in cui dispiega sé stessa sul piano pittorico (anche senza una struttura stabilita a priori) individua rapporti e correlazioni, mette a confronto le orditure, fa dialogare le diverse tonalità, genera spazio.

Nei dipinti di Mahin Monfared l’occhio è chiamato a vagare come una spola incessantemente, ad attraversare la superficie pittorica e a sperimentarne l’estensione, trattenendo lo slancio verso la profondità e trasformandolo in una spinta centrifuga verso i margini della tela oltre i quali sembra che l’immagine possa dilatarsi all’infinito.

L’artista fissa nel quadro qualcosa di sfuggente: se non l’attimo almeno un equivalente che ne renda il perpetuo mutamento con l’intenzione di cogliere attraverso il gesto pittorico le forme primordiali e il loro movimento, senza cedere alla tentazione di disperdere l’energia in divagazioni manieristiche.

Per Mahin Monfared la pittura ha più a che fare con l’empatia e con il sentimento che con la rappresentazione, i suoi paesaggi astratti rappresentano atmosfere interiori, sogni o veglie eccitate dove lo spazio è percepito come un riflesso della totalità cosmica, come una nuova interpretazione possibile della natura generata dalla totale compenetrazione spirituale tra il soggetto senziente e il mondo che lo abbraccia.

Se lo spazio del quadro diventa metafora della totalità dell’essere, la sua unità cosmica presuppone un trattamento indifferenziato di terra e cielo, di primo piano e sfondo, fatto che conferisce identica materialità (o immaterialità) a tutti i livelli della rappresentazione e che orienta in senso esclusivamente psicologico l’idea di profondità che la sovrapposizione di stesure cromatiche continua a suggerire.

Se la pittura viene esercitata come strumento di smaterializzazione del reale, la pennellata attende solo un’ispirazione istintiva per dare forma e colore a un indicibile moto dell’animo. Esplicitando le proprie sensazioni, l’artista sperimenta le sue capacità rabdomantiche e sensitive e al tempo stesso mette alla prova i mezzi pittorici, li esplora nel loro potenziale, tenta di oltrepassare i loro limiti.

Quelli di Mahin Monfared sono paesaggi mentali poderosamente strutturati dal colore: l’artista costruisce il quadro mediante titaniche masse colorate ormai del tutto indipendenti dalla realtà tangibile, dove le pennellate, vere e proprie trascrizioni di un’emozione al culmine della sua intensità, trattengono ed emanano un’energia a tratti violenta.

Se l’assenza di forme riconoscibili in una tavolozza che continua a dimostrare un viscerale attaccamento alla vita reale potrebbe evocare allucinate visioni intraviste nella nebbia di una memoria incerta, nei quadri dell’artista iraniana sembra non esserci posto per l’incertezza e per l’intorbidirsi delle cose svanite.

Tutto avviene qui e ora, Eros e Thanatos si scontrano nelle superfici di colore che si sovrappongono e si contrappongono reciprocamente, le tensioni cromatiche non fanno riposare lo sguardo e il colore si modifica e si modula sotto l’effetto dei toni vicini.

L’opposizione genera un continuo movimento tra superfici che perdono compattezza e inglobano il tono della tela e il fondo, al punto che tutto diventa indifferentemente pittura.

L’aderenza al gesto e all’immediatezza della percezione non impedisce, però, all’artista di controllare con saldezza la composizione nel suo complesso, che risulta sempre bilanciata sia nei suoi contrasti più accesi che nelle zone in cui la superficie è strutturata da una delicata organizzazione di sfumature.

E forse l’abilità più interessante di Mahin Monfared sta proprio qui, nella sua innata capacità di conciliare in un’unica visione strutture e registri pittorici molto differenti tra loro: pennellate pesanti contro superfici cromatiche sottili, colori forti stesi con fluidità e impasti vigorosi più materici, gesti perentori e scritture sismografiche, spruzzi, graffiature e linee rette.

La radicale riduzione dell’apparato formale la lascia libera di confrontarsi con la materialità di un colore in cui proietta tutta sé stessa per appropriarsi del mondo e offrirlo come pura energia allo spettatore.

Info:

www.mahinmonfared.com

Mahin Monfared, Untitled. Acrylic on paper, 2019

Mahin Monfared, Untitled. Acrylic on paper, 2019

Mahin Monfared, Untitled. Acrylic on paper, 2019