Marcin Dudek. The Crowd Man (uno di noi)

In Italiano la parola “folla” proviene da “follare”, termine usato nell’industria tessile per dire “sottoporre tessuti di lana a follatura”. L’altro significato è “pestare, comprimere il panno per conferirgli una maggiore consistenza”. Entrambi rimandano dunque a impressioni sensoriali di schiacciamento. In altre lingue non è diverso. In inglese antico “crūdan” significa “premere, affrettarsi” di origine germanica; in olandese “kruien” vuol dire “spingere in una carriola”. Nell’inglese parlato le definizioni di “muovere spingendo” e “spingere sulla propria strada” hanno generato la parola “congregare”, e quindi (dalla metà del XVI secolo) al sostantivo di oggi. In polacco, le origini della parola provengono da “tłumić”, cioè “reprimere”.

Sembra dunque che, almeno di nome, la folla non sia un’entità destinata a farci stare bene. Schiacciare corpi, spingere, reprimere, non descrive una situazione amichevole. Dall’altro lato, “l’uomo è l’animale della mandria, ha bisogno dell’intimità, del calore e del contatto fisico con gli altri” (Camilla Läckberg, “Fyrvaktaren”). La folla soddisfa i nostri bisogni intrinseci, si riferisce alle radici dell’umanità, fa nascere il desiderio di potere situato nella parte animalesca del cervello. Fare parte della folla, il gruppo poco prevedibile, sveglia gli istinti dei nostri antenati non civilizzati, accende gli impulsi naturali gestiti da regole conosciute solo dagli psicologi della folla e la nostra incoscienza. Farne parte ci toglie la responsabilità e ci permette a stare fuori regola, insieme agli altri, di sentirsi forti e sovrumanamente capaci di conquistare il mondo insieme.

Marcin Dudek, nato nel 1979, ha studiato all’università d’arte Mozarteum di Salisburgo e Central Saint Martins di Londra. Crea installazioni, quadri, oggetti, sculture, spesso combinandoli con le performance. Più o meno dall’età di undici anni faceva parte della sottocultura hooligan, che è rimasta finora per lui una delle principali fonti di propulsione creativa. Dal 31 maggio fino al 26 agosto 2019, al Museo Contemporaneo di Wroclaw, Polonia possiamo vedere la sua personale intitolata “The Crowd Man” a cura di Piotr Lisowski

“L’uomo della folla” (“The Man of the Crowd”) è un racconto scritto da Edgar Allan Poe, pubblicato nel 1840. Ad un certo punto della storia l’autore dice: “Gli effetti selvaggi della luce mi hanno incatenato ad un esame di volti individuali; e sebbene la rapidità con cui il mondo di luce svolazzava davanti alla finestra, mi impedisse di lanciare più di uno sguardo su ogni volto, tuttavia sembrava che, nel mio particolare stato mentale, potessi leggere spesso, anche in quel breve intervallo di un’occhiata, la storia di lunghi anni”.

Marcin Dudek a Wroclaw esprime la sua passione di scoprire l’enigma della folla, ma lui, al contrario di un poeta nobile, indaga il mondo dove l’agressività è comune, i comportamenti impulsivi sono il pane quotidiano e si parla di sopravvivenza fisica piuttosto che di decifrazione delle anime. La ricerca è concreta, quasi scientifica, l’artista costruisce sistemi che poi osserva, richiamando al tempo stesso le sue ansie personali. Al contrario dell’io lirico tranquillo, ottocentesco di Poe, nascosto dietro la vetrina del bar per guardare la massa neutrale, dal 1990 Dudek ha fatto parte del gruppo di tifosi della squadra di calcio Cracovia (dove giocava Krzysztof Piątek tra 2016-2018). Dopo anni di partecipazione alla vita dello stadio, si è trasformato in un artista, apprendendo la rara abilità di tirare fuori ciò che è cresciuto in lui e che ha lasciato un segno sulle traccie mentali che riflettono la sua personalità e, di conseguenza, i suoi lavori. Diventare artista implica saper descrivere l’esperienza con la forma più adatta.

Già dall’inizio della mostra l’atmosfera colpisce con due installazioni. La prima “Recovery and Control” (2017), situata proprio all’inizio del percorso, è un cancello di sicurezza, di solito usato alle entrate degli eventi di massa. Un attimo dopo vediamo le tribune “Breaks Into Song” (2017-2019) spogliate da ogni eemento accessorio, lasciando solo lo scheletro base di metallo e i frammenti sporgenti. Il racconto visuale molto peculiare di Dudek si presenta nei suoi collage tra cui “The Stone Steps of East Sector” (2017). Sono le forme sparpagliate, guardando quali entriamo in un universo molto specifico che assomiglia alla testimonianza verbale di una persona sopravvissuta a eventi traumatici. Si riconoscono le espressioni della pura coscienza, che qua, invece di provare a nascondere qualcosa, rimangono come sono davvero, raccolte nello spazio limitato del quadro. Le serie di collage sono composte da vari materiali, tra cui: foglio autoadesivo, nastro adesivo, nastro in PVC, frammenti di libri, cartoni, legno ricoperto di vernice UV e nastro in tessuto.

In mostra vediamo un racconto, da una parte già lontano temporalmente, ma ancora vicino dal punto di vista emotivo, composto da impulsi che fluiscono senza fine all’interno di un cerchio chiuso. Gli oggetti, alcuni dei quali enormi e non piacevoli al primo sguardo, sembrano straordinariamente personali. La raccolta dà l’impressione di accedere al contenuto di una stanza privata, anche se, tranne qualche vestito che appartiene realmente all’autore (modificato con gesso, legno, fibra di vetro e nylon), l’ambiente è emozionalmente lacerato e gelido. È un’ambientazione ambivalente perché il tocco dell’artista inaspettatamente ingentilisce l’osservazione di un mondo che nella realtà risulta spesso volgare.

Dobroslawa Nowak

Info:

Marcin Dudek. The Crowd Man
a cura di Piotr Lisowski
31.5.19–26.8.19
MWW Wroclaw Contemporary Museum

Marcin Dudek. The Crowd Man

For all images: Marcin Dudek. The Crowd Man installation view at MWW Wroclaw Contemporary Museum ph: Małgorzata Kujda