Marta Roberti. In Metamorfosi

In metamorfosi. Siamo in perenne mutamento, il nostro corpo cambia lentamente ma costantemente, tanto da sembrarci a un certo punto della vita una nuova muta, una nuova pelle. La nostra mente, le nostre abitudini e le nostre certezze sono perennemente messe alla prova, oscillano e si trasformano. Cogliere la totalità delle nostre mutazioni, tramite il bilancio di una vita è una pratica assai complessa: la metamorfosi è un processo, delicatissimo, in cui si nascondono e si intersecano una molteplicità di elementi, che non si possono identificare di primo acchito. In metamorfosi, la mostra di Marta Roberti, curata da Cecilia Canziani, racconta la vicendevolezza che esiste tra uomo e animale, che non è la progressiva trasformazione dell’Homo sapiens ma la somiglianza delle due specie, talvolta così vicina da risultare come una fusione capace di smantellare i confini dell’identificazione. La cornice della mostra, la Galleria Sara Zanin, accoglie sedici opere configurate come due serie di lavori: S’io mi intuassi come tu t’inmii  e Lotus goddesses. Si susseguono autoritratti dell’artista, animali e creature mitologiche, che raccontano il mito e portano con sé molteplici di significati. L’artista ha concesso a Juliet Art Magazine una piacevole chiacchierata. Di seguito, gli esiti!

Claudia Panera: Mi piacerebbe iniziare questa intervista parlando un po’ di te. Ma voglio darti anche uno spunto. Una piovosa domenica pomeriggio di novembre, ho avuto la fortuna di vederti ritrarre, su un piccolo quadernino se ben ricordo, delle piante. Questo mi ha molto colpita poiché ho sempre notato aspiranti artisti o amatori cimentarsi nella pratica del disegno. Pertanto, che cosa rappresenta per te questo esercizio?
Marta Roberti: Ricordo benissimo di aver disegnato durante una domenica piovosa di novembre all’Orto Botanico di Roma. Mi sarebbe sembrata una visita incompleta se me ne fossi andata dall’orto senza disegnare e quindi, nonostante i fogli si bagnassero, mi ero seduta davanti a una pianta. Effettivamente si trattava di un esercizio che ha il nome  di “blind drawing” e che pratico il più spesso possibile usando le piante come modelli. Senza guardare mai il foglio bisogna tracciare i contorni di ciò che si sta osservando fissamente.     Si cerca di disegnare molto lentamente attivando una coordinazione tra occhio e mano: la pupilla segue le linee dei contorni delle foglie e la mano la segue. È un esercizio che pratico da parecchi anni, da quando ho conosciuto il libro Disegnare con la parte destra del cervello di Betty Edwards. Nel metodo da lei proposto si parte dall’idea che saper disegnare è un sapere vedere e che per ben disegnare occorre disattivare l’emisfero sinistro, discorsivo e razionale, e attivare invece il destro che è intuitivo e capace di cogliere le forme. Per disegnare occorre dimenticarsi che si sta disegnando un fiore o un naso, ma vedere un fiore o un naso come delle forme senza nome. È un esercizio meditativo, un modo per spegnere la mente che ci parla in continuazione per entrare in contatto con il fuori.

In metamorfosi. Come nasce questo progetto espositivo?
In metamorfosi è un progetto nato poco più di un anno fa, grazie a una collaborazione con L’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi che mi aveva chiesto di pensare a un progetto di mostra su Dante Alighieri in vista della ricorrenza dei 700 anni dalla morte. Ho proposto al direttore Andrea Baldi di realizzare degli arazzi in Kashmir, a partire da miei disegni ispirati alla Divina Commedia. Non era la prima occasione che avevo di riferirmi al poeta, poiché da poco avevo inviato la mia candidatura al Bando Cantica promosso dal Mibact  e dal Maeci, che richiedeva di immaginare un progetto artistico su Dante. In quel periodo ero incuriosita dalle tesi del filosofo Emanuele Coccia, che tracciava in termini nuovi questioni che da sempre hanno mosso la mia ricerca, definendo la metamorfosi come il paradigma stesso della vita. “Indipendentemente dalla specie e dal regno a cui appartengono, tutti i corpi viventi, presente, passato e futuro, sono la stessa vita che si trasmette da corpo a corpo, da specie a specie, da epoca a epoca. La metamorfosi è il rapporto che unisce tutti gli esseri viventi al pianeta, di cui sono l’espressione: la vita è solo la farfalla di questo enorme bruco che è la nostra Terra”. Mentre ero sollecitata a pensare a due progetti su Dante ero anche pervasa dalla tematica della metamorfosi e ho quindi immaginato di andare alla ricerca di questo paradigma trasformativo all’interno della Divina Commedia. Da questa idea sono nati il progetto Bestiario dell’altro mondo, che ha vinto il bando Cantica, e anche la serie di disegni intitolati S’io m’intuassi come tu t’inmii, esposti nella galleria di Sara Zanin. I disegni di figure metamorfiche individuate nel poema dantesco ed esposti in galleria sono le immagini che ho realizzato in vista della loro riproduzione in forma di arazzi. I disegni che parlano di trasmutazione sono a loro volta il passaggio per un ulteriore metamorfosi dalla carta al tessuto. Questi arazzi che verranno messi in mostra presso l’Istituto italiano di Cultura di New Delhi a febbraio sono stati realizzati da artigiani a Srinagar, in Kashmir, con la tecnica del punto a catenella. Ogni filo di cotone è stato colorato da un tintore che ha tentato di riprodurre con pigmenti naturali i colori che ho usato nei miei disegni. Gli artigiani, in seguito, hanno provato a tradurre i disegni e, in particolare, la miriade di piccoli segni tracciati con pastelli olio, in fili colorati. È stata per me la prima collaborazione con altri artigiani: una sfida enorme di cui non mi ero resa conto quando ho proposto questo progetto. Fare dei miei disegni lo spunto da cui altri devono ricavare un’altra opera utilizzando una tecnica così diversa e normalmente da loro usata per un altro genere di immagini, è stato faticoso per gli artigiani Kashmiri. È stato però un grande privilegio sentirmi dire che realizzando questi arazzi loro stessi hanno dovuto individuare strategie nuove che riutilizzeranno. Anche per me è avvenuto qualcosa di simile perché, pur non volendo semplificare il mio tratto, ho cercato di rendere le forme più facilmente traducibili, e questa modalità che ho acquisito continuerà a influenzare il mio lavoro.

Ho letto che i tuoi disegni sono realizzati grazie a una particolare tecnica, che crea sempre il disegno e un doppio, una sorta di multiplo. La molteplicità che non vuole essere copia ma possibilità. Ti va di parlarci di questa interessante tecnica e del suo fine? Rappresenta la tua cifra espressiva?
Per disegnare utilizzo delle carte copiative: una carta carbone è sempre disposta tra la matita e il foglio su cui disegno. Non vedo mai direttamente il colore o la grafite imprimersi sul foglio e in un certo senso i miei sono sempre dei ‘blind drawings’. Da qualche anno ho cominciato a realizzare delle carte carbone con i pastelli a olio e la gamma dei colori che posso usare è aumentata enormemente. I miei primi lavori degli inizi del 2000 erano monocromi in blu o nero di video animazioni in stop motion, in cui disegnavo manualmente su carta ogni movimento, montando poi con il computer le fotografie di centinaia e a volte migliaia di disegni. La carta copiativa mi aiutava nella ripetizione delle minime variazioni o più spesso, di semplici vibrazioni prodotte dalla differenza tra un disegno e l’altro. Continuando a disegnare con la carta carbone mi sono resa conto che mi interessava molto sia il segno che resta impresso su di essa e sia il tipo di tratto che la carta genera su un altro foglio. Per questo motivo ho cominciato a lavorare sulle matrici, componendo disegni su fogli di carta carbone che poi incollo tra loro per generare figure molto grandi. Tracciando i disegni sul retro della carta carbone la incido ed essa, perdendo del colore, lo va a imprimere su un altro foglio: per questo molte delle mie opere possiedono anche un doppio, che in un secondo momento vado ad assemblare in altri disegni come un puzzle.

S’io mi intuassi come tu t’inmii  e Lotus goddesses, i titoli dei due cicli esposti. Raccontaci che cosa esprimono e come sono nati.
Ho già parlato della prima serie e quindi descrivo direttamente la seconda intitolata Lotus goddesses. Anche questa serie ha una relazione con l’India. Nei tre mesi precedenti la mostra ho partecipato a una residenza online a Calcutta. So che suona piuttosto strano, ma effettivamente in quel periodo ero spesso connessa alla piattaforma della Indo-European Residency Project Kolkata, dove potevo trovare materiale di ogni genere su Calcutta e incontrare altri artisti o altre persone di rilievo, residenti a Calcutta e invitati a partecipare a incontri su zoom. Per questa residenza ho avviato una serie di disegni sulla mitologia Indiana intitolata appunto Lotus goddesses, derivata da una ricerca iconografica e teorica sulle divinità femminili che appaiono ritratte con degli animali. È indubbiamente la prosecuzione del lavoro cominciato con la Divina Commedia, in cui erano creature mitologiche a metà tra animale e umano ad apparire come i soggetti dei miei disegni sulla metamorfosi. Spesso le divinità induiste sono associate a un animale, definito Vahana (Vāhanam o veicolo animale, letteralmente “quello che porta, quello che tira”) che denota l’essere, tipicamente un animale o un’entità mitica, che una divinità particolare usa come veicolo. Questi animali rappresentano emblematicamente chi le cavalca e la dea può essere vista seduta o in piedi sul Vahana.  Mi sono immersa in questo mondo immenso dove ogni divinità femminile non è che un modo dell’apparire della Shakti, il principio femminile dell’energia divina. Shakti si manifesta in tantissime dee (devu), ciascuna con la sua personalità e la sua iconografia tipica. È un mondo da cui credo mi sarà difficile uscire, per la profondità e il fascino da cui mi sento travolta. In mostra appaiono alcuni disegni in cui, come già nella serie dei disegni della Divina Commedia, ho usato il mio corpo e il mio volto come modello per creare immagini ispirate a queste divinità che cavalcano tigri, asini e buoi. Ho asciugato le mie rappresentazioni da tutti i vari oggetti che ogni dea di solito prende tra le mani delle sue numerose braccia. Nei miei disegni ognuna di loro ha tra le mani solo una foglia secca di fiore di loto, che, ritornando all’inizio della nostra intervista, avevo fotografato proprio in quel giorno piovoso di novembre all’Orto Botanico.

Delle opere esposte, solo alcune possiedono cornice e vetro. Le altre sono prive di supporto e protezione e sono pertanto più esposte, più fragili ma anche più libere e, permettimi di esprimere un parare personale, anche più coinvolgenti. Perché? Che tipo di riflessione ed esigenza c’è dietro?
In mostra ho lasciato i disegni più grandi senza cornice, poiché l’enormità del disegno su questa carta molto leggera realizzata artigianalmente ha un suo valore installativo. I disegni più piccoli sono stati incorniciati perché mi è sembrato che la stessa carta in dimensioni più piccole non fosse così forte dal punto di vista installativo, ma è stato anche un esperimento, perché raramente incornicio i disegni in mostra.

Qualcuno, forse chi non conosce il tuo lavoro, potrebbe vedere le tue opere come un tentativo di invenzione. Io penso invece che sia più un tentativo di comprensione e identificazione di te stessa che cerca chiaramente anche una via di espressione. Cosa puoi dirci a riguardo?
Credo che usare la mia immagine, il mio corpo e il mio volto rappresentandomi in queste creature nella forma dell’autoritratto sia un modo per divenire le forme che rappresento. In un certo senso il disegnare, almeno nel modo in cui lo vivo io, nasce da una necessità, a metà tra il consapevole e l’inconsapevole, di divenire ciò a cui sto dando forma con dei segni. Questa questione di annullare la distinzione tra soggetto e oggetto, di entrare e di confondermi in ciò che è fuori di me, di rendere indistinti soggetto e sfondo è ciò che ho sempre cercato sin dai miei primi disegni animati. Anche l’esercizio di ‘blind drawing’ di cui ho parlato, comporta una sorta di processo metamorfico: fissare continuativamente lo sguardo sulle linee che compongono una pianta e, al contempo, con la mano tracciarle su un foglio che non guardo, impedisce che il mio io cosciente intervenga a modificare i segni in vista di una composizione corrispondente a un’idea di forma pregressa. È un processo in cui riesco a dimenticarmi di me e a divenire per brevi minuti quella pianta che con il movimento della mano e degli occhi sto ricalcando senza interruzione.

Il tuo lavoro esplica una dimensione esistenziale?
Se per esistenziale intendiamo una riflessione su cosa sia l’Essere, cosa significa esistere e come l’esistenza umana si rapporta alle altre creature vegetali, animali e minerali, il mio lavoro senza ombra di dubbio esplica una dimensione esistenziale. In particolare credo di esprimere l’idea per cui ogni singola esistenza nella sua breve comparsa nel tempo non è che un mutamento, o metamorfosi, della vita intesa in senso ampio come Essere.

Mi rendo conto che questa potrebbe essere una domanda complicata. Tuttavia, mi piacerebbe che in poche battute, anche con una sola parola, descrivessi la tua mostra.
Forse, non mi sento ancora pronta a definire la mia mostra in modo sintetico, esprimendo tutto ciò che in essa è avvenuto in poche battute. Ho provato in questa lunga intervista a definire le questioni che riguardano ciò che in queste serie di lavori consiste in una novità e ciò che invece in esse è un proseguimento della mia precedente ricerca.

Claudia Pansera

Info:

Marta Roberti. In metamorfosi
A cura di Cecilia Canziani
11 dicembre 2021 – 5 febbraio 2022
Z2O Sara Zanin Gallery

Marta Roberti, In Metamorphosis , installation view of the first room, ph. Giorgio Benni. Courtesy Z2O Sara Zanin Gallery

Marta Roberti, In Metamorphosis, installation view of the first and second room, ph. Giorgio Benni. Courtesy Z2O Sara Zanin Gallery

Marta Roberti, In Metamorphosis , installation view of the second room, ph. Giorgio Benni. Courtesy Z2O Sara Zanin Gallery

Marta RobertiMarta Roberti, In Metamorphosis , installation view of the third room, ph. Giorgio Benni. Courtesy Z2O Sara Zanin Gallery

Marta Roberti, In Metamorphosis , installation view of the third room, ph. Giorgio Benni. Courtesy Z2O Sara Zanin Gallery

Marta Roberti, S’io mi intuassi… Arpie, Inferno XIII, 2020, pastello a olio su carta dello Yunnan, 160 x 250 cm, courtesy the artist & z2o Sara Zanin

Marta Roberti, In Metamorphosis , installation view of the third room, ph. Giorgio Benni, courtesy Z2O Sara Zanin Gallery

Marta Roberti, Gru n°1, 2021, oil pastel on Yunnam paper, cm 37 x 37 with glass frame. Ph. Giorgio Benni, Courtesy Z2O Sara Zanin Gallery

Marta Roberti, African Blind Drawind, 2019, oil pastel on Yunnam paper, cm 34 x 25,5 whit glass frame. Ph. Giorgio Benni, Courtesy Z2O Sara Zanin Gallery


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