«Tu non altro che il canto avrai del figlio, / o materna mia terra; a noi prescrisse / il fato illacrimata sepoltura». (Ugo Foscolo, A Zacinto, 1803)
Material for an Exhibition. Storie, memorie e lotte dalla Palestina e dal Mediterraneo, curata da Sara Alberani e in corso al Museo di Santa Giulia a Brescia, è una mostra densa, da percorrere e vivere con pazienza, senza guardare l’orologio. Convivono nello spazio espositivo opere di Dina Mattar e Mohammed Al-Hawajri, l’installazione All of your Stars Are but Dust on my Shoes (2021) di Haig Aivazian e la più ampia rassegna di lavori di Emily Jacir mai presentata in Italia. Una mostra portata fisicamente sulle spalle degli artisti, dato che diversi quadri di Al-Hawajri e Mattar, fondatori di Eltiqa Group for Contemporary Art, sono stati salvati dalle macerie della loro casa, bombardata alla fine del 2023.

Dina Mattar, “Our Burdens Are on Our Journey”, 2024-2025, acrylic on canvas, 200 × 500 cm, Sharjah Art Foundation Collection, ph. Alberto Mancini, courtesy Museo di Santa Giulia, Brescia
Nonostante tutto, si tratta di opere che non parlano direttamente del genocidio, ma «della cultura, della vita, […]»[1]e di una storia, quella di Gaza, il cui corso è stato spezzato e frammentato dall’occupazione in corso. In questo contesto, l’archivio, sia in senso fisico sia come azione di raccolta, diventa uno strumento fondamentale per proteggere la memoria del popolo palestinese contro la sua cancellazione e dispersione. Our Burdens Are on Our Journey (2024-2025) è l’opera magna di Dina Mattar, un vasto programma iconografico in cui il realismo magico e simbolico tipico dell’artista dialoga idealmente con la narrazione a fondo sociale e politico di José Clemente Orozco o David Alfaro Siqueiros. Vita e morte si mescolano nei gradi di pallore delle figure che abitano la scena, martiri senza volto sono accompagnati da mani che si intrecciano o portano taniche d’acqua e ceste di pane, riferimento alla crisi umanitaria e alla carestia indotta.

Mohammed Al-Hawajri, “The Tree of Life is Burning”, 2023, acrylic on canvas, 217 × 317 cm, “Animal Farm”, 2014, acrylic on paper, 70 × 100 cm; “Al-Hawajri’s Animals”, 2022, acrylic on canvas, exhibition view, ph. Alberto Mancini, courtesy Museo di Santa Giulia, Brescia
Nei lavori di Mohammed Al-Hawajri spicca il colore denso e vibrante, mentre nei disegni la materia si mescola con un tratto a matita sottile e stilizzato. Una pittura in cui non mancano riferimenti all’arte occidentale del secolo scorso, come Rouault, Soutine, Baselitz e Marwan Kassab-Bachi, suo maestro. Se nella serie Animal farm la memoria corre verso le rappresentazioni fantastiche di Franz Marc o esempi dell’Espressionismo tedesco, in The Trees Die Standing (2014) il corpo capovolto del martire rimanda all’iconografia della crocifissione di San Pietro. In The Tree of Life is Burning (2023) la quiete degli animali è interrotta dal rogo dell’albero della vita, mentre sullo sfondo incombe un apocalittico attacco delle fiere. La costruzione iconografica – il verde e il rosso si riferiscono alla divisione tra inferno e paradiso, ma anche ai colori della bandiera palestinese – si innesta sul ricordo dell’infanzia trascorsa nelle campagne dell’entroterra natia.

Haig Aivazian, “All of your Stars Are but Dust on my Shoes”, 2021, HD, stereo, color, 17’38”, ph. Alberto Mancini, courtesy Museo di Santa Giulia, Brescia
Dalla luce provocata dal rogo dell’albero si passa all’illuminazione intesa come strumento di sorveglianza, controllo e mappatura. L’installazione di Haig Aivazian si compone di video girati con il cellulare, footage trovati online e una griglia tracciata sulle dimensioni della sala. Una struttura che si ispira ai programmi di sicurezza predittiva utilizzati dalla polizia in caso di rivolte o in zone a rischio delle città.

Emily Jacir, “Material for a Film”, 2005 – ongoing, mixed media, ph. Alberto Mancini, courtesy Museo di Santa Giulia, Brescia
La koinè mediterranea a cui allude il sottotitolo della mostra diventa tangibile nelle opere di Emily Jacir. In Material for a Film (2005 – in corso) l’artista recupera la figura di Wael Zuaiter, intellettuale palestinese ucciso con tredici colpi di pistola dal Mossad nel 1972, quando si trovava a Roma impegnato nella traduzione dall’arabo all’italiano, mai realizzata, de Le Mille e una notte. In mostra è presente il libro perforato che Zuaiter portava con sé il giorno del suo omicidio, creando una sovrapposizione biografica tra l’oggetto e il suo corpo. Il testo diventa simbolo di una storia censurata e spezzata, allo stesso modo di molte altre vite che Jacir commemora attraverso la ripetizione di un gesto violento. Per questa ragione, spara a mille libri bianchi che, collocati su una libreria scultorea, compongono un cenotafio. La cadenza straniante con cui gli oggetti-corpi riempiono lo spazio tramuta la ripetizione in atto di resistenza.

Emily Jacir, “Memorial to 418 Palestinian villages which were destroyed, depopulated and occupied by Israel in 1948”, 2001, refugee tent, embroidery thread, record book, National Museum of Contemporary Art, Athens, ph. Alberto Mancini, courtesy Museo di Santa Giulia, Brescia
In La mia Roma (omaggio ai sampietrini) (2016) il riferimento è alla pietra come simbolo dell’insurrezione, ma non manca il dato biografico: Jacir è affascinata dal sampietrino perché, come per il libro, racconta nelle sue sbozzature la storia di chi l’ha plasmato. Chiudono la mostra l’installazione video We Ate the Wind (2023), presentata in Italia per la prima volta, e Memorial to 418 Palestinian villages which were destroyed, depopulated and occupied by Israel in 1948 (2001). La prima è dedicata alle storie di emigrazione che nel secondo dopoguerra hanno coinvolto la popolazione italiana, soprattutto meridionale, verso la Svizzera. Nella danza e nella musica si realizza la resistenza allo sradicamento e al silenzio, quindi l’affermazione dell’identità culturale. Memorial è stata realizzata a New York con la partecipazione di 140 persone, che hanno cucito su una tenda i nomi dei villaggi espropriati e occupati da Israele durante la Nakba del 1948. Jacir ha lasciato una parte della tenda vuota, consapevole che nel tempo avrebbe dovuto aggiungerne altri, mentre l’uso dell’inglese è dovuto alla volontà di rendere l’opera comprensibile ed evidente a quante più persone possibili.
Lorenzo Rebosio
[1] Siamo un unico corpo e un unico popolo. Una conversazione con Mohammed Al-Hawajri, Emily Jacir, Dina Mattar. Moderata da Sara Alberani. In S. Alberani (a cura di) Material for an Exhibition. Storie, memorie e lotte dalla Palestina e dal Mediterraneo, Skira, 2025, Milano, p. 37
Info:
AA.VV., Material for an Exhibition. Storie, memorie e lotte dalla Palestina e dal Mediterraneo
8/11/2025 – 22/02/2026
Museo di Santa Giulia
Via dei Musei 81, Brescia
Fondazione Brescia musei

A seguito della laurea in Economia e Gestione dei Beni Culturali, consegue la magistrale in Storia dell’Arte. La scrittura è un modo per entrare a diretto contatto con la ricerca degli artisti, conoscerli nel profondo e far emergere le stratificazioni del loro linguaggio. L’opera risponde a un codice intimo, condiviso e complesso, che richiede costante approfondimento e dialogo.



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