Miss America: Francisco Tropa

Il maestoso Palazzo de’ Toschi, luogo che durante Arte Fiera era già stato deputato a ospitare precedenti mostre di Art City, torna a farsi scenario espositivo anche in questa edizione 2026, accogliendo un progetto di stampo concettuale che ragiona sulla nozione di realtà, rappresentazione e illusione, all’interno del campo dell’arte, utilizzando gli strumenti che le sono propri.

Francisco Tropa, “Miss America”, installation view at Palazzo de’ Toschi, ph. Carlo Favero, courtesy Banca di Bologna

Francisco Tropa, “Miss America”, installation view at Palazzo de’ Toschi, ph. Carlo Favero, courtesy Banca di Bologna

La mostra dal titolo Miss America curata dal direttore di Arte Fiera uscente, Simone Menegoi, è la prima personale in Italia di Francisco Tropa, uno degli artisti portoghesi più significativi dell’ultimo trentennio: nato a Lisbona nel `68, ha rappresentato il Portogallo alla 54ª Biennale di Venezia (2011), partecipato alla Biennale di Istanbul, a quella di Melbourne, di San Paolo, a Manifesta Lubiana, nonché ha tenuto importanti personali in istituzioni museali come il Musée d’art moderne de Paris, il Museu Serralves do Porto e il Noveau Musée National de Monaco. Nella sua pratica artistica combina installazione, scultura, disegno, fotografia, cinema e performance. Si avvale di un linguaggio concettuale creando commistioni tra arte e ingegno tecnico utilizzando materiali tradizionali come il bronzo, il vetro, il legno, ma anche arcaici come sabbia, acqua, foglie, insetti. La sua poetica indaga la memoria (generalmente collettiva) e lo scorrere di un tempo non lineare e sospeso che va a intrecciare presente, tempo storico e dimensione mitica.

Francisco Tropa, “Miss America”, installation view at Palazzo de’ Toschi, ph. Carlo Favero, courtesy Banca di Bologna

Francisco Tropa, “Miss America”, installation view at Palazzo de’ Toschi, ph. Carlo Favero, courtesy Banca di Bologna

La mostra si compone di due lavori, entrambi datati 2025: il primo, Lantern with clock mechanism, è una proiezione di ombre prodotte da un piccolo meccanismo a orologeria posto di fronte a fonti luminose facente parte di un ciclo già presentato in Biennale nel 2011. Operazioni simili le ritroviamo in lavori precedenti, come ad esempio quello in cui una lanterna illumina l’immagine di una goccia d’acqua o mostra il movimento della sabbia all’interno di una clessidra, sempre con evidente connessione con lo scorrere del tempo, oppure quello in cui la stessa è messa in relazione a ragnatele, foglie secche, insetti morti, a dare forma a una sorta di vanitas contemporanea, richiamante il genere seicentesco della natura morta che mette in scena l’inevitabile precarietà dell’esistenza. L’elemento tempo insieme al movimento è centrale nella poetica dell’artista, che spesso intreccia l’arte con la filosofia e la storia; sua caratteristica distintiva è quella di lavorare per cicli che possono durare anni prima di completarsi e che spesso pone in dialogo tra loro.

Francisco Tropa, “Miss America”, installation view at Palazzo de’ Toschi, ph. Carlo Favero, courtesy Banca di Bologna

Francisco Tropa, “Miss America”, installation view at Palazzo de’ Toschi, ph. Carlo Favero, courtesy Banca di Bologna

Tropa utilizza questo tipo di oggetti meccanici suggestionato dalle lanterne magiche, antenate del proiettore di diapositive, diffuse sino al XIX secolo come principale dispositivo di pre-cinema, un teatro delle ombre che fa leva sul potere del ricordo, un ritorno alle origini della creazione. Al contempo, come osserva Simone Menegoi, l’opera apre a ulteriori rimandi: il corteo di ombre rievoca l’allegoria del Mito della caverna di Platone (rintracciabile nel libro VII de La Repubblica) dove «il prigioniero liberato dai ceppi e uscito dalla caverna vi fa ritorno dopo aver appreso la differenza fra realtà e illusione non per insegnare agli altri prigionieri questa differenza e indurli ad abbandonare la caverna (…) bensì per condividere con loro il fascino delle apparenze e della disciplina che sulle apparenze tradizionalmente si basa: l’arte».

Francisco Tropa, “Miss America”, installation view at Palazzo de’ Toschi, ph. Carlo Favero, courtesy Banca di Bologna

Francisco Tropa, “Miss America”, installation view at Palazzo de’ Toschi, ph. Carlo Favero, courtesy Banca di Bologna

Il secondo ambiente, (la Sala dei Convegni), bagnato da un’illuminazione naturale o artificiale (in base al momento della visita), accoglie una grande installazione che inaugura per l’artista un nuovo ciclo che sarà ulteriormente sviluppato nella mostra ospitata presso la galleria Jocelyn Wolff di Parigi questa primavera; potremmo definirlo un estendal, uno stenditoio esteso, che occupa tutta l’ampiezza del salone centrale e che si compone di corde che vanno da parete a parete sostenute da canne di bambù (che sono in realtà calchi in bronzo, analogamente alle mollette, e chiamano in causa  il concetto di mimesis) da cui pendono dei piccoli cartelli (serigrafie su carta riproducenti vecchie iscrizioni facenti parte di una collezione di Tropa) che rimandano al mondo della ristorazione (“torno subito”, “specialità della casa”). Probabile è il riferimento all’immigrazione portoghese dell’inizio del XX secolo e ai sogni di un popolo per una nuova vita che spesso si scontrava con un inevitabile ridimensionamento e il conseguente ripiegare su lavori umili. L’installazione prevedeva, durante i giorni della fiera, un’attivazione dinamica della stessa da parte di sei giovani performer (tre ragazzi e tre ragazze provenienti dal mondo della danza) impegnati a stendere, con movimenti lenti, ampie lenzuola bianche dopo averle estratte da bacinelle, dando vita a una vera e propria coreografia in un continuo allestimento e disallestimento. Un’azione quotidiana, semplice, di poco conto e di solito privata, spostata in un contesto istituzionale, diventa atto poetico e pubblico che richiede di soffermarsi anche su azioni destinate a perdersi. Si tratta di un intervento che palesa una nostalgia per un mondo “analogico”, passato e che ci riporta a immaginari cinematografici in bianco e nero propri di film neorealisti. E a proposito di cinema i teli appesi funzionano come schermi su cui si proiettano le ombre e le storie di chi li attraversa. Le lenzuola bianche rievocano altresì tele ancora vergini, pagine da scrivere, ma anche sudari, bandiere che rimandano alla resa, alla tregua, alla pace.

Francisco Tropa, “Miss America”, installation view at Palazzo de’ Toschi, ph. Carlo Favero, courtesy Banca di Bologna

Francisco Tropa, “Miss America”, installation view at Palazzo de’ Toschi, ph. Carlo Favero, courtesy Banca di Bologna

E riguardo al titolo? Come si sposa l’effervescente e misterioso Miss America, volutamente non svelato dall’artista, in relazione a quanto detto? Anche il titolo contiene un’ambiguità evidente per una lettura polisemica in parallelo con l’opera artistica, andando a rafforzarla; racchiude infatti la parola “miss” che si dà nel duplice significato di “signorina” e “mancare”. Seguendo questa traccia quella “Miss America”, celebrata come archetipo di perfezione, possibilità, inclusione, meritocrazia, quell’America dove hanno trovato rifugio e lustro innumerevoli artisti del secolo scorso, diventa un paese che “manca” in quanto non rappresenta più il sogno americano, ma è sempre più incline a difendere i propri interessi strategici attraverso pressioni economiche, alleanze e interventi militari. La pratica di Tropa riflette sul tempo, sulla memoria e sulla storia umana cercando di coinvolgere lo spettatore affinché prenda parte al processo di significazione della stessa, aprendo interrogativi e andando al di là della superficie seduttiva, per un’arte che sappia unire all’estetica, la componente etica.

Info:

Francisco Tropa. Miss America
3/02/2026 – 01/03/2026
A cura di Simone Menegoi
Palazzo de’ Toschi
Sala Convegni Banca di Bologna
Piazza Minghetti 4/D, Bologna


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