L’accelerazione della vita contemporanea trova in Cellula, prima personale dell’iraniano Mohsen Baghernejad Moghanjooghi presso ME Vannucci a Pistoia, una controtendenza significativa, radicata in una ricerca artistica che sceglie di riappropriarsi dei ritmi naturali come forma di resistenza culturale. Nato a Teheran nel 1988 e formatosi all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, città dove vive e lavora, Moghanjooghi approda in Italia nel 2011 portando con sé un bagaglio di esperienza maturato in cinque anni come assistente in uno studio di architettura nella sua città natale. Questa formazione tecnica, unita al successivo lavoro da restauratore edile, lo ha naturalmente avvicinato all’utilizzo di materiali quali malte cementizie, mattoni e pietra, accendendo in lui l’interesse per il loro uso nelle civiltà del passato, ad esempio nelle antiche malte a base di calce. È proprio su questa competenza materica che oggi si basa la sua pratica artistica, dove la conoscenza dei processi costruttivi si trasforma in linguaggio espressivo.

Mohsen Baghernejad Moghanjooghi, “Cellula”, 2025, installazione site specific, nylon, cavi di acciaio, argilla espansa, acqua nebulizzata, sculture in cemento, solfato di rame e acciaio, dimensioni ambiente. Courtesy l’artista e ME Vannucci, Pistoia. Photo credit Erika Pellicci
La svolta decisiva arriva nel 2025, quando l’artista trasforma il progetto D’io Bio – nato durante la residenza Una Boccata d’Arte in Calabria e composto da tre opere in cui la parola scritta diventa materia – in una vera e propria azienda agricola dedicata alla ricerca e alla coltivazione dei funghi. Questa scelta rappresenta molto più di un cambiamento professionale: configura una diversa concezione del tempo, del corpo e della produzione artistica, in cui l’opera diventa ecosistema vivente e lo spazio espositivo si trasforma in laboratorio di crescita controllata. La transizione dalla città alla campagna non è soltanto geografica, ma epistemologica e segna il passaggio da una logica produttiva industriale a una temporalità biologica assurta a medium artistico. L’allestimento di Cellula si presenta come un ambiente totale che ricrea le condizioni di una serra ibrida tra naturale e artificiale, dove un impianto di nebulizzazione costante genera un microclima che attiva processi di trasformazione materica. Questa grande installazione, protetta da una membrana di plastica trasparente, è assimilabile a un’incubatrice all’interno della quale prendono forma sculture-organismo che sfidano i confini tra regno vegetale e minerale. I materiali impiegati – cemento mescolato a solfato di rame, pigmenti reattivi all’umidità, terra – attingono direttamente dall’esperienza nel restauro architettonico dell’artista, ma vengono qui ricontestualizzati in una dimensione processuale che li trasforma in agenti di una mutazione cromatica continua.

Mohsen Baghernejad Moghanjooghi, “membrana”, 2025, tessuto poliestere impermeabile dipinto a mano, 150×140 cm; “Cellula”, 2025, installazione site specific, nylon, cavi di acciaio, argilla espansa, acqua nebulizzata, sculture in cemento, solfato di rame e acciaio, dimensioni ambiente. Courtesy l’artista e ME Vannucci, Pistoia. Photo credit Erika Pellicci
Quando l’umidità ne altera la composizione chimica, le opere subiscono metamorfosi superficiali che vanno dall’azzurro intenso del rame ossidato al verde brillante, ossimorica dimostrazione di come la conoscenza tecnica dei materiali da costruzione possa generare un’insospettabile estetica dell’impermanenza. L’opera, seppure realizzata con componenti inerti dal punto di vista chimico, non si presenta come entità conclusa, ma come sistema vitale in continua evoluzione, dove il tempo diventa agente scultoreo e l’artista (come il collezionista a cui l’opera è affidata) un curatore di processi biologici. Le sculture a forma di funghi e di vegetazioni ibride, realizzate attraverso miscele di diversi tipi di cemento (nero, grigio e bianco), articolano un paesaggio post-organico dove la mimesi della crescita naturale avviene attraverso la materia industriale, in una suggestiva rielaborazione poetica integrata dell’esperienza passata nell’ambito edilizio e della ricerca micologica attuale. La scelta di utilizzare pigmenti reattivi configura un’opera che necessita di cure costanti, trasformando il rapporto tra fruitore e oggetto artistico in una relazione di tipo affettivo e responsabile. L’installazione richiede attenzione quotidiana: l’innaffiatura regolare, il controllo dell’umidità, la protezione dalle contaminazioni esterne diventano gesti rituali dotati di un reale potenziale trasformativo, a livello sia fisico sia concettuale. L’opera, inoltre, configurandosi come essere vivente che esige dedizione, introduce un’etica della cura ribelle alla logica superficiale del consumo culturale. L’aspetto performativo emerge attraverso gli indumenti protettivi ispirati alle giacche utilizzate dai lavoratori durante la Grande Guerra: mantelli bianchi attraversati da sintetici motivi vegetali pittorici permettono al visitatore di entrare fisicamente nella cellula-installazione senza comprometterne l’equilibrio ambientale. Questi capi, che richiamano tanto l’abbigliamento da laboratorio quanto quello liturgico, trasformano l’accesso all’opera in una sorta di iniziazione in cui il fruitore è indotto a sperimentare una temporanea identità minerale, porosa e traspirante. La dimensione immersiva dell’installazione coinvolge tutti i sensi: il suono costante del nebulizzatore, l’umidità che impregna l’aria e l’odore intenso della terra bagnata creano un’esperienza sensoriale sinestetica che riconnette il corpo alla dimensione elementare del vivente.

Mohsen Baghernejad Moghanjooghi, “Cellula”, 2025, installazione site specific, nylon, cavi di acciaio, argilla espansa, acqua nebulizzata, sculture in cemento, solfato di rame e acciaio, dimensioni ambiente. Courtesy l’artista e ME Vannucci, Pistoia. Photo credit Erika Pellicci
La ricerca sull’incisione, documentata dalle opere in marmo, trasla il discorso sulla temporalità dal piano ciclico della natura al rapporto con la tradizione e la memoria culturale. I testi incisi, che includono riferimenti alla poesia persiana e riflessioni esistenziali dell’artista, introducono la dimensione narrativa e biografica all’interno di un discorso più ampio sulla trasmissione culturale e l’identità diasporica, rivelando come l’esperienza migratoria dell’artista da Teheran a Torino continui a informare in profondità la sua riflessione estetica. L’uso di un marmo raro, proveniente da cave ormai esaurite, conferisce alle opere una dimensione di precarietà e irripetibilità che dialoga con la riflessione ecologica sull’estinzione e la conservazione. Le composizioni fotografiche utilizzano, invece, ingrandimenti microscopici di funghi, muschi e sangue per rilevare la continuità formale tra i diversi livelli del vivente, suggerendo una visione ecosistemica dove i confini tra organico e inorganico, umano e non-umano si dissolvono.

Mohsen Baghernejad Moghanjooghi, “Dicono che pioverà”, 2025, taglio laser su feltro verde, 500 x 270 cm. Courtesy l’artista e ME Vannucci, Pistoia. Photo credit Erika Pellicci
Il progetto espositivo di Cellula configura, dunque, una riflessione sulla responsabilità dell’arte di fronte alle questioni ecologiche e alla crisi produttiva globale. La scelta di sperimentare un’identificazione tra arte e agricoltura non rappresenta un gesto di fuga nostalgica, ma una forma di ricerca che utilizza la vita quotidiana come laboratorio sperimentale. In questo senso, l’arte diventa una pratica politica di resistenza e di cura, proponendo modelli alternativi di produzione e consumo che sfidano la logica estrattiva dominante. Il lavoro di Moghanjooghi interroga i ritmi della contemporaneità riproponendo in forma cristallizzata l’esperienza diretta del tempo biologico e configurando uno spazio di riflessione dove arte, scienza ed ecologia convergono nell’immaginare nuove modalità per abitare il mondo. La cellula espositiva suggerisce la delicata sensazione dell’isolamento necessario per la sopravvivenza, ma anche dell’interconnessione profonda che lega tutti i livelli del vivente in un unico sistema di relazioni reciproche, sempre riflettendo sottotraccia il percorso biografico di un artista che ha saputo trasformare la propria esperienza migratoria e professionale nel microclima emotivo di una pratica estetica innovativa.
Info:
Mohsen Baghernejad Moghanjooghi. Cellula
18/05 – 31/07/2025
ME Vannucci
Via Gorizia, 122 – Pistoia
www.mevannucci.com
Laureata in storia dell’arte al DAMS di Bologna, città dove ha continuato a vivere e lavorare, si specializza a Siena con Enrico Crispolti. Curiosa e attenta al divenire della contemporaneità, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.



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