Mater Ex Mater – Act I, mostra personale di Navid Azimi Sajadi (Teheran, 1982) in corso a Bologna nella giovane galleria di ricerca Studio la Linea Verticale, è la prima configurazione pubblica di un progetto che avrebbe dovuto essere più vasto e che ora nelle sue lacune mostra in concreto le conseguenze distruttive di ogni guerra. La pressione geopolitica ha, infatti, reso impossibile completare il piano originale, e ciò che il pubblico incontra è quanto l’artista è riuscito a portare fuori dall’Iran prima che il conflitto chiudesse ogni varco. Tappeti prodotti sotto la sua supervisione diretta nel distretto di Mozafariyeh (storica area all’interno del bazar di Tabriz, rinomata fin dal XII secolo per il commercio e la produzione di tappeti persiani di alta qualità, ora sito UNESCO), ceramiche afferenti a cicli realizzati in precedenza, disegni su carta, cartoni preparatori. Un Act I che reca inscritta nel titolo la propria incompiutezza come condizione strutturale, cifra di una resistenza culturale che si esercita proprio nell’atto di portare in salvo frammenti di un universo visivo minacciato dall’irruzione violenta della storia.

Navid Azimi Sajadi, “Mater Ex Mater”, installation view at Studio la Linea Verticale, Bologna, courtesy Studio la Linea Verticale
Ma sarebbe riduttivo leggere Mater Ex Mater soltanto attraverso la lente dell’urgenza biografica e politica. Il progetto affonda le radici in una domanda che Navid Azimi Sajadi si pone da anni con crescente insistenza: cosa significa essere un artista iraniano contemporaneo? Non si tratta di un’appartenenza identitaria da difendere né di un folklore da preservare, ma dell’esigenza etica ed esistenziale di capire da dove venga il proprio sguardo, quali siano le strutture profonde (simboliche, formali, filosofiche) che lo improntano prima che si mettano in moto la coscienza critica e la volontà progettuale.

Navid Azimi Sajadi, “Mater Ex Mater”, installation view at Studio la Linea Verticale, Bologna, courtesy Studio la Linea Verticale
La risposta che Sajadi ha trovato è un metodo: andare a ritroso nella storia dell’arte persiana, islamica, bizantina e mediterranea per scoprire che anche culture percepite come distanti o schierate su fronti geopolitici opposti condividono, a strati profondi, gli stessi archetipi. Che il cipresso della miniatura persiana e quello della pittura italiana sono lo stesso albero. Che il filo spinato può diventare una scrittura indecifrabile ma eloquente. Che lo scorpione degli amuleti iraniani e quello dell’iconografia mesopotamica risalgono alla stessa ricetta, farmacologica prima ancora che simbolica, ritrovata in una città bruciata di novemila anni fa. Che la stella a cinque punte del Tempio di Ishtar e quella dei libri di archeologia che il padre gli mostrò da bambino sono lo stesso segno, e che quel segno è onnipresente nelle moschee, oltre che nelle bandiere nazionali, in primis quella statunitense.

Navid Azimi Sajadi, “Mater Ex Mater”, installation view at Studio la Linea Verticale, Bologna, courtesy Studio la Linea Verticale
Questo cortocircuito tra lontano e vicino, tra antico e contemporaneo, tra Oriente e Occidente, è la materia prima di cui Navid Azimi Sajadi nutre il suo immaginario. I tappeti prodotti a Tabriz, esposti in mostra come arazzi appesi alle pareti e già riconoscibili a prima vista come qualcosa di inclassificabile, sono la manifestazione più recente e più compiuta di questo processo. Su fondi avorio attraversati da disegni ricamati con filo nero e turchese, figure ibride e simbologie dense si dispongono con la logica di una scrittura generativa: mani aperte che si incrociano su un corpo-nodo, una gamba armata sormontata da una stella-ziggurat, una barca dotata di piedi che cammina sul Nilo, il fiume in cui venne abbandonato Mosé, restituito come composizione grafica di onde mutuata da una Bibbia miniata, il sarveragon, il cipresso fluido che cammina sulle radici della tradizione poetica persiana. Ogni composizione nasce da un disegno preparatorio e da una combinazione di parole polisemantiche. È l’artista stesso a sottolineare l’origine letteraria del proprio processo creativo, in cui l’immagine si configura nella mente come mix di oggetti che fondono le loro rispettive simbologie in un nuovo discorso visivo, simile a un geroglifico o a una poesia. La tecnica della tessitura, appresa dai maestri del bazar di Tabriz, adattata attraverso una carta preparatoria millimetrata che trasforma il disegno in una successione di punti, aggiunge la dimensione del tempo rituale: ogni tappeto è un atto di traduzione che dura mesi e coinvolge mani diverse in una catena di trasmissione artigianale che diventa essa stessa parte del significato.

Navid Azimi Sajadi, “Untitled”, 2025, tappeto, arazzo in lana con base in cotone intessuto a mano, 89×151 cm (179 con frange), courtesy Studio la Linea Verticale
In parallelo ai tappeti, un’installazione di ceramiche circolari collegate da catene arrugginite, realizzata nel 2020 durante una residenza al Castello della Zisa di Palermo, crea sulla parete una costellazione sospesa che evoca al contempo una collana di ex-voto e un ritrovamento archeologico sottomarino. Su ciascun disco, una colatura turchese riproduce l’esatta tonalità blu che contraddistingue un corpus di scarti di produzione ceramica iraniana risalenti all’XI secolo, pezzi mal riusciti che Sajadi ha studiato nei musei e poi replicato come errore deliberato. Quest’elemento coloristico informale, nella cui sagoma possiamo intravedere il cipresso con la chioma al vento, le ali di Serafino o la fiamma che ricorrono altrove, convive con figurazioni nere dai contorni marcati che combinano sigilli persiani, iconografia bizantina, gesti liturgici e bestiari occulti in una proliferazione allegorica che non chiede di essere decodificata, ma di essere riconosciuta dallo sguardo e dall’inconscio.

Navid Azimi Sajadi, “Untitled”, 2025, Kilim, arazzo in lana intessuto a mano, 170 x 108 cm, courtesy Studio la Linea Verticale
Come suggerisce il titolo, Mater è qui tanto la madre quanto la materia, il grembo che genera e che trattiene, lo spazio sacro e il luogo della caduta, nella tensione dualistica che percorre tutto il progetto e che trova la sua formulazione più esplicita nella coppia di Cautes e Cautopates, i due portatori di fiaccola (simboleggianti l’inizio e la fine del ciclo del sole e della vita) che affiancano il dio Mitra nella tauroctonia. Quello di Navid Azimi Sajadi è un sistema di pensiero in costruzione permanente, fondato su un archivio visivo che si autoalimenta e si trasforma aprendosi a continue osmosi eretiche. Il suo processo creativo, eclettico nelle tecniche e nei materiali, ma saldamente unitario nell’ispirazione, assimila la logica con cui nell’antichità gli artigiani sovrascrivevano le stesse simbologie ad architetture, ceramiche e tappeti, intesi come componenti paritarie di un mondo armonico e interconnesso, senza distinzione gerarchica tra arte e oggetto d’uso. Soprattutto in questo senso, Mater Ex Mater – Act I è un atto artistico e insieme politico di portata universale, nel suo schierarsi contro la semplificazione delle identità culturali e contro la polarizzazione ideologica tra le civiltà del Mediterraneo creata dalla storia e dalla geopolitica, che le opere di Sajadi, con paziente ostinazione, continuano a smontare.
Info:
Navid Azimi Sajadi. Mater Ex Mater – Act I
30/04/2026 – 4/06/2026
Studio la Linea Verticale
via dell’Oro 4b, Bologna
www.studiolalineaverticale.it
Laureata in storia dell’arte al DAMS di Bologna, città dove ha continuato a vivere e lavorare, si specializza a Siena con Enrico Crispolti. Curiosa e attenta al divenire della contemporaneità, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.



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