Quando apriamo un manuale di storia dell’arte, la prima sensazione che ci investe non è di natura estetica, ma puramente amministrativa. Ciò che colpisce è l’ordine implacabile che organizza la materia: grandi periodi, maestri incontestabili, firme rassicuranti. Questa struttura, nella sua apparente neutralità, ci offre il conforto di una coerenza artificiale, quasi a suggerire che la Storia segua un percorso lineare, ascendente e già definito. Le opere arrivano soltanto in un secondo momento, avvolte in quell’aura di “capolavoro” che, a ben guardare, non riflette quasi mai un valore intrinseco o mistico, quanto piuttosto il risultato di lente sedimentazioni politiche, accordi istituzionali e flussi economici.

“News From the Near Future. 30 anni della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo”, work detail: Maurizio Cattelan, “Bidibidobidiboo”, 1996, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo 2025. Courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Photo credit: Giorgio Perottino
È un meccanismo che Francis Haskell aveva svelato con una lucidità disarmante: la storia dell’arte non è la semplice successione di invenzioni formali, ma il prodotto di relazioni fondate sulla protezione e sul potere. Nessun artista cresce o crea in isolamento. In Mecenati e pittori, Haskell descriveva una condizione che oggi definiremmo di servitù: il successo non fioriva da una presunta genialità autonoma, menzogna romantica dura a morire, ma dalla capacità di navigare le architetture del consenso, ottenendo vitto e legittimazione in cambio di fedeltà. Questa asimmetria brutale tra la creatività individuale e i sistemi che la convalidano non riguarda solo l’estetica, ma tocca il cuore stesso delle dinamiche sociali. Pierre Bourdieu, in Le regole dell’arte, ha descritto questo campo come uno spazio di guerra per il capitale simbolico, dove l’artista dipende interamente da un universo di interpreti e istituzioni. Senza il loro timbro, un’opera rischia di restare un gesto muto, un segnale perso nel rumore di fondo (come già avevano intuito Duchamp, Manzoni, Klein, ecc). La creazione non nasce mai in totale autonomia: essa si nutre del contesto che la accoglie e che, nell’atto stesso di accoglierla, la definisce e la legittima.

“News From the Near Future. 30 anni della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo”, installation view room one, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo 2025. Works: Margherita Manzelli (left); Paul McCarthy, Ed Atkins; Enrico David, Berlinde De Bruyckere, Sanya Kantarowski, Michael Armitage. Courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Photo credit: Giorgio Perottino
Se un tempo questa visibilità dipendeva dall’umore dei patroni di corte, oggi passa attraverso le maglie del mercato, controllato da collezionisti, fondazioni e istituzioni private. I nuovi mecenati non indossano più abiti rinascimentali, ma continuano a orientare la produzione culturale con la stessa efficacia. In Italia, nazione dove la rete pubblica per il contemporaneo appare sfilacciata e dove si avverte l’assenza cronica di vere Kunsthalle dedicate alla ricerca, le fondazioni private hanno finito per occupare l’intero orizzonte. La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ne rappresenta l’esempio paradigmatico: non più semplice spazio espositivo, ma dispositivo complesso di formazione, accompagnamento e, soprattutto, di legittimazione storica.

“News From the Near Future. 30 anni della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo”, installation view corridor, work detail: Doug Aitken, “Electric Earth”, 1999 Fondazione Sandretto Re Rebaudengo 2025. Courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Photo credit: Giorgio Perrottino
È esattamente in questo scenario che si inserisce News from the Near Future. La mostra, concepita per celebrare il trentennale dell’istituzione e distribuita tra la sede della Fondazione e il Museo Nazionale dell’Automobile di Torino, evita saggiamente la forma della retrospettiva tradizionale, termine che ormai evoca archivi polverosi, per proporsi come un “atlante affettivo”. Le circa centocinquanta opere esposte non seguono una cronologia didascalica, ma si organizzano come nodi di una rete fatta di residenze, committenze e collaborazioni. Ne emerge una fotografia nitida del nostro tempo, attraversata da tematiche ricorrenti: il corpo, l’identità, la memoria, il digitale e il modo in cui i nostri immaginari tentano faticosamente di costruire il futuro.

“News From the Near Future. 30 anni della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo”, installation view room two, MAUTO 2025. Background Slavs & Tatars, Pascale Marthine Tayou, Oscar Murillo; Adrian Villar-Rojas (foreground). Courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Photo credit: Giorgio Perottino
Negli spazi della Fondazione, opere come Fade to Black di Philippe Parreno dialogano con Electric Earth di Doug Aitken, innescando cortocircuiti generazionali e suggestioni poetiche; al MAUTO, invece, la mostra tenta genealogie più ardite che culminano in The End – Rocky Mountains di Ragnar Kjartansson, dove l’arte contemporanea invade il tempio dell’industria automobilistica, in un confronto tra la pesantezza del Novecento e l’immaterialità del presente. Il titolo stesso della rassegna, preso in prestito dall’opera di Fiona Tan del 2003, allude a un montaggio di cinegiornali d’inizio secolo: frammenti visivi che scorrono tra memoria e immaginazione, ricordandoci che il nostro sguardo sul domani è sempre filtrato dalle rovine di ieri. I nomi convocati – Cindy Sherman, Isa Genzken, Arthur Jafa, Simone Leigh, Wolfgang Tillmans, Tino Sehgal – delineano un firmamento globale che conferma, ancora una volta, come il sistema sia saldamente dominato da chi detiene il capitale simbolico. Infatti, se fino agli anni Ottanta la legittimazione passava attraverso l’appartenenza a gruppi, correnti e scuole, la globalizzazione degli anni Novanta ha imposto una logica più atomizzata: quella dell’artista-icona, del marchio riconoscibile che condensa un intero discorso in un singolo gesto. La collezione Sandretto riflette questa dinamica con una precisione quasi sociologica.

Di fronte a tale dispiegamento di forze, sorge una domanda inevitabile: è davvero possibile rendere più accessibile il palcoscenico dell’arte? Esiste un modo per scardinare meccanismi che, pur cambiando pelle, continuano a riproporre logiche antiche? I media evolvono, i nomi ruotano, ma gli ingranaggi profondi restano di una stabilità sorprendente. Basta spostare leggermente lo sguardo per accorgersi che il “futuro vicino” continua a funzionare con gli stessi, identici strumenti del passato e che, con ogni probabilità, le sue “news” continueranno ad arrivare, almeno per un po’, dalle stesse fonti.
Info:
A.VV. News from the Near Future
28/10/2025 – 8/03/2026
A cura di Bernardo Follini ed Eugenio Re Rebaudengo
Progetto “Convergenze” Curato da Giacinto di Pietrantonio al MAUTO
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Torino)
Museo Nazionale dell’Automobile – MAUTO (Torino)
www.fsrr.org

Nicola Bigliardi (1995) è storico dell’arte, curatore e scrittore. Dopo le lauree in Economia e Storia dell’Arte, è attualmente dottorando in Filosofia estetica all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Nella sua pratica intreccia indagine storico-artistica e scrittura narrativa, come testimoniano “Whisky & Soba” (Midgard, 2025), “Cinematics” (Postmediabooks, 2023) e “Lo spiritoso nell’arte” (Bookabook, 2021). Collabora con gallerie d’arte, enti no-profit e associazioni e tiene lezioni e conferenze per musei, università e istituzioni culturali.



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