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Not yet: il grido di resistenza del teatro indipen...

Not yet: il grido di resistenza del teatro indipendente a Santarcangelo Festival 2025

Santarcangelo Festival, diretto per il quarto anno dal curatore, drammaturgo e critico polacco Tomasz Kirenczuk, ha inaugurato lo scorso fine settimana la sua 55sima edizione, che ancora per tre giorni si diffonderà in vari luoghi del borgo medievale di Santarcangelo di Romagna, con epicentro in piazza Ganganelli. Una novità è la riapertura degli spazi delle ex-corderie, suggestivo complesso industriale per la produzione di corde e reti ora abbandonato, inutilizzato dal 2013. L’entusiasmo è alto, in questa grande e longeva festa del teatro che si propone come comunità allargata, per le trentotto compagnie italiane e internazionali attese, venti delle quali in prima nazionale, per oltre 140 proposte, nove djset a Imbosco fino a tarda notte e otto incontri pubblici.

Santarcangelo Festival 2025, opening in piazza Ganganelli, ph Pietro Bertora, courtesy Santarcangelo Festival

Santarcangelo Festival 2025, opening in piazza Ganganelli, ph Pietro Bertora, courtesy Santarcangelo Festival

Ma alte sono anche le tensioni per i recenti drastici tagli del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo che hanno penalizzato alcune tra le realtà più culturalmente accreditate del settore: anche il punteggio dello stesso Santarcangelo Festival è stato abbassato dalla commissione multidisciplinare ministeriale da 28 a 14. In conferenza stampa Kirenczuk ha affermato con forza come allo Stato non spetti occuparsi della programmazione e della curatela delle istituzioni culturali, ma bensì garantire le condizioni economiche, sociali e strutturali per il loro funzionamento efficace e per lo sviluppo dei processi artistici. Il curatore, individuando in tale disinvestimento un’allarmante analogia con gli aspetti più coercitivi della politica culturale del suo Paese d’origine, denuncia un atto intimidatorio verso la cultura indipendente e una mirata censura omologante. Not yet, il tema di questa edizione, si è rivelato dunque una sorta di presagio: “non ancora” è il tempo dell’attesa, ma anche della tensione verso una prospettiva, seppure incerta, di progettazione e sperimentazione radicale. Not yet è un invito a riflettere sull’incertezza dei nostri tempi, incertezza che per Tomasz Kirenczuk non è espressione di rassegnazione, ma atto di speranza e immaginazione politica. Caratteristica fondante di Santarcangelo Festival, l’attenzione per gli argomenti sensibili e l’attrazione verso il non binario, assunte a linee guida di una ricerca volta a scandagliare le tendenze emergenti e a tentare inedite ibridazioni mediali. Not yet, a posteriori, anche perché gran parte degli spettacoli che abbiamo visto sembravano più degli studi seminali di linguaggio che delle opere teatrali cristallizzate, componendo nel loro insieme una stimolante panoramica internazionale dei più recenti protocolli di ricerca sul corpo espressivo, aperti al dibattito e alla circolazione tra gli addetti ai lavori.

Hana Umeda, “RAPEFLOWER”, performance, 55 min., ph courtesy Santarcangelo Festival

Hana Umeda, “RAPEFLOWER”, performance, 55 min., ph courtesy Santarcangelo Festival

A livello di interpreti e regia, il gender gap dell’industria teatrale è sovvertito da una predominanza femminile, che nel week end inaugurale è stata netta. Fin dall’inizio, il festival è entrato nel vivo con argomenti impattanti, come ad esempio lo stupro al centro di RAPEFLOWER di Hana Umeda (Varsavia / Berlino). La performer giapponese-polacca affronta questo tema senza cercare di sciogliere la complessa intersezione di istanze psicologiche, etiche, sociologiche e politiche in esso implicate, dimostrando un coraggio estetico che trascende la denuncia per farsi atto di riappropriazione. RAPEFLOWER non è testimonianza ma trasmutazione: rielaborandolo attraverso le movenze della danza jiutamai contaminata con asettiche dimostrazioni di procedure di sicurezza, Umeda trasforma il trauma in energia creativa. La scelta di utilizzare un’arte performativa che nel XIX secolo veniva eseguita in ambienti appartati solo da donne, molte delle quali probabilmente abusate, a favore di un pubblico maschile crea un ponte temporale che universalizza l’esperienza soggettiva della violenza di genere. Umeda fa del suo corpo violato un territorio di resistenza estetica, in cui si incarnano altre iconiche vittime celebrate dalla storia dell’arte del passato (le eroine tragiche dipinte da Artemisia Gentileschi in primis), i cui volti deformati da rabbia o paura si sovrappongono a tratti sul ventre dell’artista. Il Not yet è qui il tempo necessario per elaborare il trauma, ma anche l’attesa di una società che sappia guardare al corpo femminile senza proiettarvi stereotipi vittimizzanti. La performance indaga la zona grigia della condizione post-traumatica per curare il dolore con una sorta di esorcismo che ribalta l’arrendevolezza della vittima, ora pronta a mostrarsi fiera e non più oggetto di pietà, a raccontarsi senza essere ridotta al proprio dolore, a espellere con ferocia ciò che tiene vive le ferite e a urlare, infine, un canto violento, nuda, contro un campo fiorito che si tinge di rosso.

Kenza Berrada, “BOUJLOUD (man of skins)”, performance, 60 min., ph Helene Harder, courtesy Santarcangelo Festival

Kenza Berrada, “BOUJLOUD (man of skins)”, performance, 60 min., ph Helene Harder, courtesy Santarcangelo Festival

Anche la performer marocchino-francese Kenza Berrada (Rabat / Parigi) in BOUJLOUD (man of skins) affronta il tema dell’abuso sessuale, condannando la connivenza delle strutture familiari patriarcali nel proteggerlo con una segretezza omertosa. Per sovvertire la prospettiva dei confini identitari, l’artista invoca l’ancestrale figura del Boujloud, essere catartico vestito di pelli di montone, protagonista in alcune zone del Marocco di celebrazioni carnevalesche tradizionali connesse alla fertilità femminile, successive alla Festa del Sacrificio. Berrada qui prova a indossare letteralmente “la pelle degli altri” (vittime, aggressori, testimoni) in un processo di metamorfosi affine ai rituali di possessione, ma anche alle pratiche teatrali più radicali. Il tamburo, tradizionale guida rituale, scandisce come un metronomo le trasformazioni di un corpo posseduto da voci multiple, alternandosi alla voce narrante suadente dell’attrice in scena. BOUJLOUD (man of skins) interroga la fissità identitaria in un mondo normativo: cosa significa essere donna, marocchina, emigrata, artista? La maschera tradizionale diventa dunque strumento di critica sociale, rivelando come ogni identità, in ultima istanza, si fondi su una costruzione performativa. Il Not yet qui è il tempo della metamorfosi: in un’epoca di ideologie contrapposte e migrazioni globali, Berrada propone un corpo quasi animalesco come strumento di liberazione dalle imposizioni.

Silvia Calderoni e Ilenia Caleo, “temporale {a lesbian tragedy}”, ph Pietro Bertora, courtesy Santarcangelo Festival

Silvia Calderoni e Ilenia Caleo, “temporale {a lesbian tragedy}”, 70 min., ph Pietro Bertora, courtesy Santarcangelo Festival

Il duo italiano composto da Silvia Calderoni e Ilenia Caleo in temporale {a lesbian tragedy} si concentra invece sulla costruzione di un immaginario allucinato che attinge alla virtualità delle “backrooms”, spazi infiniti e perturbanti generati dalla creatività digitale collettiva. Il “temporale” evocato dal titolo è al tempo stesso condizione meteorologica ed emotiva: le perturbazioni atmosferiche si fanno metafora di stati affettivi esasperati e instabili, mentre i corpi si disarticolano in scena assecondando le provvisorie isterie della mente. Calderoni e Caleo, conosciutesi nel 2012 al Teatro Valle Occupato in Animale politico project di Motus, portano nella loro ricerca performativa la radicalità dell’attivismo politico e un’estetica inconfondibile. In scena il rapido susseguirsi di apparizioni stranianti, composizioni di corpi paludati in modo eccentrico e oggetti quotidiani interpretati in maniera impropria fa lampeggiare esalta l’insospettabile seduzione degli spazi affettivi marginali (non solo queer, vorremmo aggiungere). In un contesto nazionale di generalizzata restaurazione conservatrice, il temporale rivendica le possibilità destrutturanti di un’immaginazione radicale e prova a diventare tempesta, necessaria per spazzare via le certezze etero-normative.

Xenia Koghilaki, “Slamming”, performance, 35 min., ph Pietro Bertora, courtesy Santarcangelo Festival

Xenia Koghilaki, “Slamming”, performance, 35 min., ph Pietro Bertora, courtesy Santarcangelo Festival

La brutalità, questa volta quella della folla sovraeccitata, è invece il punto di partenza di Xenia Koghilaki (Atene / Berlino), che in Slamming, trasforma la sfrenatezza del mosh pit, stile di danza estremo in cui i partecipanti si spingono e si scontrano a vicenda, in una ricerca sulla fiducia collettiva. Attraverso una coreografia performata da tre instancabili danzatrici sintonizzate a ritmiche incalzanti (un corpo triplice nelle oscillazioni all’unisono come nelle pose scultoree, anche individuali), Koghilaki esplora la relazione tra le pratiche di danza subculturali e le dinamiche di sfogo collettivo nella folla. Slamming sfida l’idea preconcetta che associa l’energia punk alla distruzione: qui l’urto diventa carezza, la collisione si trasforma in abbraccio. Le tre performer non simulano ciò che avviene ai piedi del palco in un concerto, ma scavano nell’essenza antropologica di un territorio liminale dove i corpi si incontrano senza mediazioni sociali. La coreografa, con la sua ricerca sui “meccanismi che regolano il movimento condiviso”, dimostra come la danza possa percepire e recuperare la componente tribale sottesa alle pratiche contemporanee. Il Not yet qui prefigura una comunità resa solidale dalla fisicità condivisa, proponendo il corpo come ultimo territorio di autenticità relazionale in un tempo di distanziamento digitale.

Maud Blandel – I L K A, “l'oeil nu”, performance, 60 min., ©Margaux Vendassi, Camille Tonnerre, ph courtesy Santarcangelo Festival

Maud Blandel – I L K A, “l’oeil nu”, performance, 60 min., ©Margaux Vendassi, Camille Tonnerre, ph courtesy Santarcangelo Festival

L’atmosfera si fa più meditativa in l’oeil nu di Maud Blandel (Losanna), in cui sei performer si muovono in gruppo come una costellazione mutevole di corpi celesti in decomposizione, ma anche come le sinapsi di una memoria in fase di riorganizzazione. Quello della coreografa svizzera è uno studio sulle dinamiche di relazione ed equilibrio tra i corpi nello spazio, componenti fondative di ogni azione scenica. Un po’ fumosa la relazione tra questo tipo di riflessione “tecnica” e le sovrastrutture concettuali ed emotive suggerite dalle parole proiettate a schermo: l’associazione della morte stellare alla tragica esplosione del cuore paterno, desiderata sublimazione della sofferenza nella dimensione cosmica o i versi di The Hollow Man (1925) di T.S Eliot. In questa astrofisica personale, la morte non è fine ma trasformazione energetica, e la danza (questa ad avviso di chi scrive l’intuizione più interessante) si fa strumento per misurare e connettere distanze incommensurabili.

Ewa Dziarnowska, “This resting, patience”, performance, 180 min., ph courtesy Santarcangelo Festival

Ewa Dziarnowska, “This resting, patience”, performance, 180 min., ph courtesy Santarcangelo Festival

La coreografa polacca Ewa Dziarnowska (Poznań / Berlino) in This resting, patience ha presentato invece una performance durational di tre ore in cui il pubblico era invitato a partecipare a un’esperienza di seduzione. Al centro della scena, il corpo atletico e androgino di Leah Marojević offerto come idolo metamorfico capace di incarnare, alternativamente, la massima seduttività maschile e femminile attraverso le attitudini codificate della danza e della mimica. Prima “vittima” dichiarata del suo carisma la stessa Dziarnowska, in scena assieme a lei in qualità di specchio imperfetto, controparte amorosa e ancella amorevole, oltre che regista degli spostamenti del pubblico coinvolto nella magnificazione attiva del suo fulgore da scultura tardo-antica. Il formato sperimentale dissolve i confini tra installazione e performance, tra arte e vita quotidiana, tra rumore e musica. La pazienza richiesta allo spettatore, rinvigorito nell’attenzione da cambi di colonna sonora, costumi o attitudini che arrivano un attimo prima della tentazione di demordere, propone la lentezza come strategia di resistenza al consumo culturale e come presupposto necessario per accedere a una dimensione più autentica dell’esperienza estetica, dove la contemplazione è un atto rivoluzionario.

Muna Mussie, “Cinema Impero”, video still frame, 20 min., ph courtesy Santarcangelo Festival

Muna Mussie, “Cinema Impero”, video still frame, 20 min., ph courtesy Santarcangelo Festival

L’artista eritrea-italiana Muna Mussie (Keren / Bologna): in Cinema Impero orchestra un dispositivo, fruibile su prenotazione da uno spettatore alla volta, che è al tempo stesso cinema, teatro e installazione algoritmica. Il titolo richiama l’omonima sala cinematografica progettata da Mario Messina nel 1937 ad Asmara, capitale dell’Eritrea, in cui il pubblico locale poteva accedere solo alle balconate, mentre la platea era riservata ai colonizzatori italiani. L’artista affianca al buio lo spettatore nella piccola sala del C’entro – Supercinema Santarcangelo, sussurrando un commento personalizzato alle immagini che scorrono sullo schermo, in cui si alternano documentari di propaganda fascista tratti dall’archivio Luce (con audio originale), riprese del cinema Eritreo in decadenza e filmati privati, descritti dall’intelligenza artificiale. Il format individuale, opponendosi alla spettacolarizzazione mediatica oggi imperante, recupera l’intimità del racconto orale come rivoluzionario strumento di evasione dal controllo e decostruzione delle persistenze della narrazione coloniale. Inserendo l’intelligenza artificiale come co-narratore fallacemente neutrale, l’artista amplia la riflessione interrogando la nostra capacità di distinguere tra memoria, simulazione e costruzione ideologica. A essere chiamata in causa è qui la nostra difficoltà a decifrare le dinamiche di potere che attraversano linguaggi e tecnologie, ma anche la speranza di una narrazione postcoloniale che sappia guardare alla storia senza rimozioni né celebrazioni.

Santarcangelo Festival 2025, Imbosco, ph Pietro Bertora, courtesy Santarcangelo Festival

Santarcangelo Festival 2025, Imbosco, ph Pietro Bertora, courtesy Santarcangelo Festival

La 55sima edizione di Santarcangelo Festival si chiude all’insegna della sua mission più autentica: essere laboratorio di sperimentazione radicale e spazio di resistenza culturale. Se le performance del weekend inaugurale hanno dimostrato come il corpo femminile sia diventato territorio privilegiato di indagine estetica e politica, gli ultimi giorni del festival (11-13 luglio) promettono di mantenere alta questa tensione sperimentale. Tra gli spettacoli programmati: Qui a peur di Davide-Christelle Sanvee (Lomé / Ginevra), che affronta il lascito traumatico di episodi di razzismo vissuti direttamente dall’artista, Magic Maids di Eisa Jocson e Venuri Perera (La Union, Colombo / Amsterdam), una performance che demistifica i legami tra la storia europea della caccia alle streghe e le reti globali di sfruttamento del lavoro domestico femminile raccogliendo le storie non raccontate di lavoratrici domestiche dalle Filippine, Sri Lanka e Indonesia e  Language: no broblem di Marah Haj Hussein (Kofor Yassif / Antwerp), un’esplorazione del multilinguismo attraverso un viaggio tra geografie, voci e immaginari. Santarcangelo Festival conferma così la sua capacità di essere cartina di tornasole delle tensioni contemporanee, trasformando l’incertezza del nostro tempo in energia creativa e il “non ancora” in promessa di futuro.

Info:

Santarcangelo Festival
55sima edizione: Not yet
4 – 13 luglio 2025
www.santarcangelofestival.com


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