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Paolo Ciregia. Dio è morto e il diavolo cammina

Paolo Ciregia. Dio è morto e il diavolo cammina

Paolo Ciregia (Viareggio, 1987) – selezionato tra i 24 fotografi della Foam Talent Call (Amsterdam) 2016 per talenti internazionali under 35 – da alcuni anni investiga sistemi di potere e propaganda, guerre, ideologie, simboli e linguaggio, attraverso articolate installazioni che rivelano un chiaro pessimismo nei confronti dell’uomo e della storia. Lo intervisto in occasione della sua seconda personale alla Mc2 Gallery di Milano: “Dispositivi di resistenza”, curata da Vincenzo Maccarone con testo critico di Carlo Sala.

Raccontami dei tuoi esordi come artista.
In realtà ero uno studente di geologia. Sono sempre stato distante dall’arte, anche se molte cose le ho assorbite da mia nonna che era una pittrice fiamminga. Ho iniziato a fotografare tardi, a 26 anni, e d’inverno viaggiavo tanto per passione. Della geologia mi interessava la materia: quanto puoi portarla al limite? Quanto invece c’è di imprevedibile nella bidimensionalità della fotografia? Di solito poco. Ma nel mio caso, lavorando tanto in camera oscura, c’è sempre l’effetto sorpresa. Mentre con la materia ti ritrovi a confrontarti con il fallimento che è il concetto più importante del mio lavoro. Magari hai in testa di fare una cosa con il ferro o con la plastica e ti rendi conto che il mezzo non te lo permette. La fotografia è troppo immediata. È già tutto lì. Oltre all’aspetto accattivante dell’arte, voglio che ci sia una parte concettuale solida.

Perché hai deciso di documentare conflitti?
Ho lavorato come fotogiornalista in Senegal e in altri paesi. Il conflitto russo-ucraino è stato il primo che ho seguito. Già da 5 anni vivevo in Ucraina, una delle ultime nazioni satellite dell’Unione Sovietica dove si cercava di guardare oltre, verso l’Europa e l’Occidente. C’erano i semi per una svolta. Il mio primo lavoro riguardò i giovani: come i laureati cadevano nel tunnel degli stupefacenti e della prostituzione. Se alcuni ancora riuscivano a credere nel futuro, molti altri si sentivano sconfitti. Per me è stata la controprova di un fallimento rivoluzionario. Spero che si comprenda che non c’è mai una visione positiva nei miei lavori. Non c’è via d’uscita. Io non sto facendo propaganda, non sono un attivista, piuttosto un artista a cui interessa indagare l’uomo e i meccanismi di guerra e rivoluzione. Sono andato da Kiev fino alla Crimea per analizzare quanto la fotografia e i media incidessero in una rivoluzione. Poi c’è stato uno switch, verso qualcosa che assomigliava più all’arte.

La tua è stata una progressione rapida dall’uso del medium fotografico nella sua forma più oggettiva alla successiva manipolazione delle immagini fino all’esplosione installativa.
Il primo passaggio è stato sul campo. Un lavoro video in b/n (U Okraina, 2015) per cui ho inserito una scheda SD obsoleta all’interno di una macchina HD. Nel momento in cui registrava i fotogrammi ne perdeva un sacco. Le persone si muovevano a scatti. L’ho montato esattamente in questo modo. Per quanto si voglia descrivere in maniera oggettiva non ci si riesce mai, perché ci sono sempre delle parti mancanti. Più cercavo di documentare il fatto, più lo contrastavo. Una volta tornato a casa, ho adottato una forma di critica completa su me stesso e su quello che avevo fatto. Questo archivio di gigabyte di morte a cosa serve? C’era veramente bisogno che fossi lì? Ero contrario alle foto emblematiche della guerra. La manipolazione è stata una forma di rifiuto. Quello che ho fatto in Perestrojka (2015) è stato eliminare l’immagine del morto. La sagoma bianca attorno a cui le persone si concentrano è più potente perché ti permette di soffermarti un secondo. C’é una pausa all’interno di qualcosa di estremamente violento. Poi l’installazione, la scultura sono state un modo per uscire dalla fotografia ed entrare nella materia.

Addentriamoci nella personale “Dispositivi di resistenza” in cui presenti un corpo di opere nuove: la serie 40 dittatori (fotografia, video, scultura) che è stata presentata in anteprima ad Artverona, il neon God is dead and the devil walks e l’opera sonora Intermezzo.
Conosciamo Mao Tse Tung, Hitler e Mussolini, ma siamo sicuri di averne realmente assorbito la storia? Per questo sono nate le scansioni da sotto dei busti di 40 leader politici (40 dittatori), per dimostrare quanto un piccolo gesto possa far risaltare la situazione in una maniera completamente diversa. Da sotto diventa qualcos’altro. Una caverna in cui entrare e continuare a cercare. Oppure lo spazio visto dall’alto. Quando c’è una dittatura la persona fisica sparisce e rimane solo la statua, il busto, il feticcio. I loro volti racchiudono tutti gli ideali ed è come se gli occhi fossero ancora vigili sulle persone per incutere paura. Io volevo analizzare i dittatori in modo da annullare completamente la testa, la parte identificabile, e con questo gesto disinnescarli. Perché se non leggi la didascalia diventa qualcosa di irriconoscibile. Ho iniziato a collezionare i busti in giro per il mondo, ma la ricerca si è limitata a quello che potevo trovare in bronzo. In Cambogia non trovi niente di Pol Pot o in Sud America non c’è niente in bronzo, più in legno o in marmo. I busti sono stati fusi in un crogiolo e il liquido derivante è stato inserito in un’altra scultura minimale. Mi piacerebbe chiarire che la forma non è stata presa da un chicco di melograno. Non si tratta di un’idea legata ad una vita nuova…

Tutto il contrario, direi più un’idea di oppressione.
Infatti, quello che mi interessa del melograno non è il suo colore rosso o il simbolo di abbondanza a cui è legato, piuttosto come il chicco si forma al suo interno. Nella perfezione del frutto i chicchi sono tutti pressati. Ogni chicco non è libero di cambiare forma. È come un individuo all’interno di un sistema di regole, dove viene compresso senza avere il potere di esprimersi. Dalla perfezione all’oppressione. La stessa cosa vale per l’opera God is dead and the devil walks che va a colmare il buco che ha lasciato la scultura. Non si tratta della morte di un Dio religioso, ma di un dittatore onnipresente che si è sostituito alla religione. Qualcosa che non vedi, ma di cui percepisci la potenza. Senza portare nulla di buono, come in tutte le rivoluzioni. Come se ci fosse un ciclo di negatività che si ripercuote sempre sull’individuo.

“Dio è morto e il diavolo cammina” è il vero statement di questa mostra.
Qualcuno sostiene che è un concetto molto nietzschiano. Lui almeno vedeva possibilità positive per l’uomo senza Dio. Io invece, non credo nell’uomo. Voglio riportare alla luce non una soluzione, ma quanto l’uomo sbagli di continuo. Il lavoro del 2017 con la luce a intermittenza trasmette in codice morse “historia magistra vitae”. Messo in un loop luminoso, solo in pochi possono percepirne il messaggio. È come condannare l’uomo a ripetere gli sbagli perché non gli si danno gli strumenti.

Incorpori anche il suono nelle tue opere. Nel video di 40 dittatori il suono quasi percuote il visitatore…
Il suono è molto importante sia in 40 dittatori che nell’installazione Intermezzo (per cui la galleria organizzerà un evento prima della chiusura della mostra) che è la registrazione dei bombardamenti nell’aeroporto di Donetsk, dove mi sono trovato per caso con un altro giornalista. Si sentono i caccia che sparano e contemporaneamente il cinguettio degli uccellini. C’è una risposta della natura all’uomo. È un dialogo che si forma piano piano.

È forse la tua unica opera a possedere questa duplice visione positiva e negativa.
Questo potere non è nell’uomo, è nella natura. Io sono pro natura, anzi pro meteoriti. (ride)

Petra Chiodi

Info:

Paolo Ciregia. Dispositivi di resistenza
28 ottobre  – 7 dicembre 2019
a cura di Vincenzo Maccarrone
mc2gallery
Via G. Lulli, 5 Milano

Paolo CiregiaPaolo Ciregia, Mussolini from the Burning dictators series, 2019, 40” loop vide. Courtesy Mc2 gallery/ Paolo Ciregia

Paolo Ciregia, Mao from the Burning dictators series, 2019, 40” loop video. Courtesy Mc2 gallery/ Paolo Ciregia

Paolo Ciregia, God is dead and the devil walks. Photo: Santiago Reyes Villaveces. Courtesy Mc2 gallery/ Paolo Ciregia

Paolo Ciregia, Dispositivi di resistenza, exhibition view at mc2galley, Photo: Santiago Reyes Villaveces. Courtesy Mc2 gallery/ Paolo Ciregia

Paolo Ciregia, Dispositivi di resistenza, exhibition view at mc2galley, Photo: Santiago Reyes Villaveces. Courtesy Mc2 gallery/ Paolo Ciregia

Paolo Ciregia, Mussolini, from the 40 dictators series, 2019, inkjet baryta. Courtesy Mc2 gallery/ Paolo Ciregia

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