Francesco Lauretta è nato a Ispica, nel 1964, e dopo aver trascorso alcuni anni a Torino è approdato e Firenze, dove attualmente risiede e ha lo studio. È un artista poliedrico che declina la pittura di impianto figurativo con le installazioni, la scultura e i materiali più eterogenei. La rivista si è occupata di lui in varie riprese, dedicandogli una copertina e organizzandogli una mostra nel lontano 2005: “Tenetevi svegli!”. Ora, in occasione della sua mostra da Giovanni Bonelli, abbiamo incontrato l’autore per percorrere assieme a lui i contenuti di questa nuova avventura.

Vista parziale della mostra “Parade” di Francesco Lauretta alla Galleria Giovanni Bonelli di Milano. Ph Francesca Liantonio
Francesca Liantonio: Parade è un titolo che porta con sé una lunga genealogia, da Seurat a Cocteau. Dunque, che tipo di “parata” è quella che hai immaginato per questa mostra?
Francesco Lauretta: La mia Parade non è una parata celebrativa, né un evento spettacolare nel senso classico. È piuttosto un corteo instabile, fatto di immagini che avanzano senza trionfo, un’ironia di simboli che non reggono più il peso della loro storia. Mi interessava lavorare su una parata che fosse anche una parodia: processione fragile, ironica e disallineata, un canto deviato, uno scarto, una variazione su qualcosa che conosciamo fin troppo bene. Questa mostra mette in scena un racconto che non procede per linearità ma per apparizioni successive, come accade nei riti o nei sogni, un racconto dove il movimento non conduce a una meta ma insiste su una ripetizione circolare. La pittura non è mai autonoma, non è mai sola: entra in relazione con lo spazio, con il movimento del corpo, con il tempo dell’attraversamento. La galleria diventa palcoscenico e la pittura si espande nell’ambiente, assumendo la forma di una narrazione. In questo senso, Parade è una messa in scena della pittura come esperienza espansa, dove ciò che conta non è l’immagine in sé, ma la sua capacità di attivare una sequenza di slittamenti percettivi e simbolici.

Francesco Lauretta, “Bubblegum”, 2025, olio su tela, 193 x 255 cm. Ph courtesy Galleria Giovanni Bonelli
La prima rappresentazione di Parade di Cocteau ebbe luogo a Parigi al Théâtre du Châtelet il 18 maggio 1917, in un momento storico attraversato dai fuochi della Prima Guerra Mondiale. Allo stesso modo, oggi, questa tua mostra avviene in un momento storico complesso: quanto conta, per te, il contesto in cui una mostra prende forma?
Il contesto in cui una mostra prende forma per me è sempre determinante, anche quando non viene dichiarato apertamente. La Parade che nasce oggi vive in un tempo attraversato da crisi e instabilità, in un momento storico complesso, fragile e attraversato da tensioni che non sono così lontane da quelle del 1917. Non credo alle coincidenze temporali come dato neutro: ogni parata, ogni messa in scena collettiva, porta con sé il peso del tempo in cui avviene. Una pressione silenziosa che modella il gesto artistico. Di quell’idea di parata mi interessa soprattutto la sua ambiguità. Da un lato è festa, gioco, spettacolo; dall’altro è disciplina, potere, esposizione violenta. È un evento collettivo che può diventare facilmente propaganda. La sua apparente “assenza di trama” è in realtà ciò che la rende pericolosa e affascinante: una sequenza di immagini che non spiega, ma insiste. Una natura apparentemente innocente, ma carica di tensione. Parade diventa così una forma di sospensione, un dispositivo che tiene insieme ironia e inquietudine, leggerezza e disagio. Non celebra, ma espone il nostro stare “sul bordo”, dentro una storia che sembra ripetersi senza mai risolversi. Una dimensione sospesa, in cui il performativo e il collettivo convivono con una sensazione di vuoto, di precarietà, di instabilità diffusa.

Francesco Lauretta, “Parade 1”, 2025, inchiostro su carta pigmento d’oro, 29,5 x 20 cm. Ph courtesy Galleria Giovanni Bonelli
In mostra compaiono nomi scritti a parete – scrittori, artisti, musicisti – che tu definisci “intercessori”: presenze silenziose che “premono” sulla tua personalità. Gilles Deleuze diceva che senza “intercessori” non vi è opera: parla di loro come condizione necessaria della creazione. Tu come riconosci i tuoi intercessori? Che ruolo hanno queste presenze nella tua pratica quotidiana: sono suggestioni, alleanze, o vere e proprie forze che agiscono sul tuo lavoro?
Io riconosco i miei intercessori nel tempo, non per scelta strategica ma per necessità vitale. Sono figure che mi accompagnano quotidianamente, che hanno contribuito a formare il mio modo di pensare, di respirare, di stare al mondo. Non li considero influenze nel senso tradizionale, ma presenze attive, forze che agiscono interiormente e che rendono possibile il mio lavoro.

Francesco Lauretta, “Famiglia”, 2025, olio su tela, 195 x 280 cm. Ph courtesy Galleria Giovanni Bonelli
I cavalli sono il cuore visivo di Parade che la attraversano dall’inizio alla fine: evocano danza, gioco infantile, potere, memoria. Appaiono come marionette sospese, testimoni di un ciclo storico chiuso. Che tipo di figura sono nella tua pratica artistica: simboli, parodie, fantasmi? Evocano un’immagine malinconica o liberatoria? C’è forse una relazione fra questi cavalli sospesi e la nostra condizione di vita contemporanea?
I cavalli che attraversano Parade non sono simboli stabili, né icone eroiche. Sono figure in crisi, fantasmi della pittura e della storia. Il cavallo è stato per secoli compagno dell’uomo, strumento di conquista, di potere, di dominio. Oggi quella funzione è decaduta, e proprio questa decadenza mi interessa. I miei cavalli sono fragili, sospesi, a volte ridicoli. Perdono la loro prepotenza e diventano quasi oggetti folkloristici, marionette, residui. Per questo infine il mio cavallo si è tramutato in un docile asinello addobbato a festa. In questa trasformazione c’è una malinconia evidente, ma anche una possibilità liberatoria: la caduta del cavallo coincide con la messa in crisi di un immaginario violento e patriarcale. In fondo questi cavalli parlano della nostra condizione contemporanea: addomesticata, fragile, sospesa tra nostalgia e necessità di cambiamento.

Francesco Lauretta, “Parade”, 2025, olio su tela, 192 x 228 cm. Ph courtesy Galleria Giovanni Bonelli
La mostra si costruisce attorno a uno spazio vuoto e a un movimento circolare, un percorso che può sempre ripetersi. Quanto conta per te il corpo del visitatore e la sua esperienza fisica nello spazio? Tendine brillanti aprono la visione su piccoli disegni rossi, è un sipario giocoso che si apre. Cosa succede quando si “attraversa” l’opera?
Il corpo del visitatore per me è fondamentale. Non penso mai a un’opera come a qualcosa da guardare soltanto: mi interessa ciò che accade quando si cammina dentro lo spazio, quando il corpo entra in relazione con le distanze, con il vuoto, con la ripetizione del percorso.
Le tendine brillanti funzionano come un sipario giocoso, ma anche come una soglia. Attraversarle significa accettare di entrare in una dimensione altra, in cui la pittura non si offre subito, ma chiede tempo, attenzione, disponibilità. Quando si attraversa e si prova a entrare nell’opera, non succede qualcosa di spettacolare: succede qualcosa di sottile. Una variazione percettiva, una tensione invisibile che si deposita lentamente. La pittura, qui, non è oggetto ma campo di esperienza. Diverso per ognuno di noi.

Francesco Lauretta, “Supreme”, 2025, olio su tela, 202 x 277 cm. Ph courtesy Galleria Giovanni Bonelli
Parli di “urto” come momento in cui percezione, senso e movimento collidono. È allora l’urto un movimento fisico e percettivo che si trasforma anche in momento emotivo?
Quando parlo di urto, mi riferisco a un momento in cui percezione, movimento e senso finalmente si scontrano. Non è violenza fisica, ma una frizione interna, qualcosa che non torna immediatamente. L’urto è proprio questo: un punto di instabilità che apre, anziché chiudere.
Se Parade fosse una soglia più che un approdo, non un punto di arrivo ma una partenza, quale sensazione ti piacerebbe che il pubblico portasse con sé?
Parade non è un punto di arrivo ma una partenza fragile. Mi piacerebbe che il pubblico uscisse dalla mostra con una sensazione ambigua: qualcosa di leggero, forse divertente, ma allo stesso tempo inquietante.
Francesca Liantonio
Info:
Francesco Lauretta, Parade
Galleria Giovanni Bonelli
via L. P. Lambertenghi 6, Milano
29.01.2026 – 28.02.2026
martedì – sabato 11.00 – 19.00
+39 02 87246945
info@galleriagiovannibonelli.it
www.galleriagiovannibonelli.it

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