Parigi: Jagna Ciuchta al Bétonsalon

Per dirla in poche parole e senza tanti giri retorici Bétonsalon vuole essere un centro d’arte e di ricerca e quindi di stimolo alla creazione artistica sperimentale. L’obiettivo di questa istituzione è di voler agire in maniera riflessiva, inclusiva, femminista, antirazzista, lottando contro ogni forma di discriminazione e prevaricazione, ma rimanendo aperta a una dimensione collettiva dove sia possibile scrivere storie d’arte plurali e non monotematiche o monodiche o unidirezionali. Diciamo pure che, nella maniera più idealistica possibile, pur assumendo l’onere di istanze sociali e politiche, l’intento è quello di non avere un indirizzo integralista, ma di amplificare in maniera diversificata e divergente le più svariate visioni del mondo. Bétonsalon è un’associazione, senza fini di lucro, fondata nel 2003, e dal 2007 ha sede all’interno dell’Università di Parigi, nel 13° arrondissement.

Ora il centro ospita, fino al 27 novembre, una mostra di Jagna Ciuchta, un’artista polacca che, dopo essersi laureata all’Accademia di Belle Arti di Poznań e aver conseguito il dottorato a Parigi, si è definitivamente trasferita in questa città. Anche questa mostra, che inizia come il progetto di una personale, secondo la sua più consueta prassi artistica, è divenuta una sarabanda che ha coinvolto altri autori o opere di altri autori, secondo un piano che allarga l’ipertrofia dell’ego verso un “noi” collettivo e segnato dallo spirito dell’accoglienza. Infatti la sua pratica estetica, in linea perfetta con un sentire non assoluto o di appartenenza univoca, si rivolge più al processo che alla singola immagine, più all’inclusione che all’esclusione, tanto che ci viene da pensare anche a un senso di appropriazionismo che a seguito della raccolta di una miriade di dati (tra loro anche scollegati) trascende poi nel collage, cioè in una pratica che nella somma dà senso a ogni singola immagine. Un po’ come nelle bacheche del mitico Joseph Cornell. E questo succede dal 2011, tanto da permetterci di parlare di prassi consolidata. Ecco, allora, che in questa “bacheca”, in questa precisa occasione, ritroviamo la partecipazione di Aïcha e Sheila Atala, Miriam Cahn, Patty Chang, Arnaud Cousin, Chloé Dugit-Gros, Allal El Karmoudi, Fadma El Karmoudi, Karima El Karmoudi, Nan Goldin, Nancy Holt, Marta Huba, Suzanne Husky, Graciela Iturbide, Janka Patocka, Samir Ramdani, Martha Salimbeni, Alina Szapocznikow, Dorothea Tanning, Eden Tinto Collins, T. Venkanna.

La personale diviene allora a tutti gli effetti una collettiva intrecciata a più mani, una strategia pianificata per diventare un vettore di relazioni affettive ed estetiche che sono indissociabili dagli aspetti economici e istituzionali della sua pratica, nonché dalla relazione di questo insieme di immagini con l’ambiente che le accoglie. Spinta da un desiderio di autonomia reale, simbolica ed estetica rispetto al quadro tradizionale, ben confezionato e dai confini per circoscritti, Jagna Ciuchta definisce i propri strumenti anche in una sequenza di documenti. Le opere mettono così in scena la confusione tra registri reali e fantasiosi, spazi interni ed esterni, il sé e gli altri, in una forma di radicale e generosa ospitalità. Utilizzando la prassi consolidata di incorporare opere che immerge nel corpo degli allestimenti scenografici o fotografici, Jagna Ciuchta veste il ruolo invisibile della curatrice, una curatrice “ingenua” (per citare le sue parole) che gioca con le regole predefinite delle istituzioni in cui è esposto il suo lavoro. Ma è ovvio che la regia, sebbene si dichiari ingenua, è ben salda nelle sue mani (oltre che nella sua testa). La sua ospitalità, intesa come desiderio di contatto, di avvolgimento, o addirittura di assorbimento, porta a una sorta di abnegazione, di continuo mutamento e alla definizione di forme instabili o di orizzonti non sempre conclusi. I meccanismi di Jagna Ciuchta sono in continua evoluzione, sono una specie di work in progress, dato che riorganizza continuamente l’allestimento, trasformando la scenografia, secondo un ritmo che potremmo definire come un ossessivo tambureggiamento tribale, a partire dall’opening e fino alla conclusione della mostra. Ritorna così quell’ego che in un primo momento pareva dover scomparire: ritorna il potere dell’artista, la centralità delle sue scelte arbitrarie ed emotive, la sua capacità di creare altri sistemi di valori, di fare le cose in modo diverso da un curatore, pur restando pienamente consapevole del rischio di cannibalizzazione inerente all’atto di accogliere o desiderare l’altro, nel collocare una ben precisa immagine al posto di un’altra che non si rivela pertinente o più semplicemente nello spostamento di qualche traccia estetica che possa indicare un diverso soffio emotivo o alito o colpo d’ala.

Questa mostra, molto complessa e coinvolgente, è stata realizzata in collaborazione con il Centre of art image/imatge, Orthez, dove un primo capitolo è stato esposto dall’11 giugno al 28 agosto 2021. Inoltre si avvale di prestiti provenienti dalla Collezione Antoine de Galbert (opere di Miriam Cahn , Patty Chang, Graciela Iturbide, Dorothea Tanning e T. Venkanna), Frac Provence-Alpes Côte d’Azur (opera di Nan Goldin), Loevenbruck e Galleria Piotr Stanislawski (opera di Alina Szapocznikow), Electronic Arts Intermix e 49 Nord 6 Est-Frac Lorraine (lavoro di Nancy Holt), e dalla boutique oeufs-de-yoni.com (per il lavoro di Marta Huba), e cade sotto l’egida di Émilie Renard in veste di coordinatrice del progetto.

Sonia Bartolomeo

Info

Jagna Ciuchta, Le pli du ventre cosmique
17/09 – 27/11/2021
Bétonsalon – centre d’art et de recherche
9, Esplanade Pierre Vidal-Naquet
75013 Paris
+33.1.45.84.17.56
info@betonsalon.net

Jagna Ciuchta, Le pli du ventre cosmique (The Fold of the Cosmic Belly), 2021, Bétonsalon – Center for Art and Research, Paris. Exhibition view with series of drawings by Allal El Karmoudi (2018), pen on paper and Fadma El Karmoudi (2018), pen and oil pastel on paper; Arnaud Couzin, Untitled, undated, enameled ceramic sculptures. Photo Jagna Ciuchta. Adagp, Paris, 2021

Jagna Ciuchta, Le pli du ventre cosmique (The Fold of the Cosmic Belly), 2021, Bétonsalon – Center for Art and Research, Paris. Exhibition view with Samir Ramdani, Styx, 2016, color video, 23’; Marta Huba, Stoned Belly, the Eggs, 2021 (detail), clothing, ivy root suckers, chains, heavy weight strap, subcutaneous injection syringe (gonadotropin antagonist), plastic box, needles, yoni eggs (crystal quartz, rose quartz, rhodonite), nylon stockings. Photo Jagna Ciuchta. Adagp, Paris, 2021

Jagna Ciuchta, Le pli du ventre cosmique (The Fold of the Cosmic Belly), 2021, Bétonsalon - Center for Art and Research, Paris. Exhibition view with Chloé Dugit-Gros, Wrong Body, 2018–2019, plaster; Graciela Iturbide, Rosa, Juchitán, México, 1979, gelatin print, Collection Antoine de Galbert, Paris; Arnaud Couzin, Untitled, undated, enameled ceramic sculptures. Photo Jagna Ciuchta. Adagp, Paris, 2021Jagna Ciuchta, Le pli du ventre cosmique (The Fold of the Cosmic Belly), 2021, Bétonsalon – Center for Art and Research, Paris. Exhibition view with Chloé Dugit-Gros, Wrong Body, 2018–2019, plaster; Graciela Iturbide, Rosa, Juchitán, México, 1979, gelatin print, Collection Antoine de Galbert, Paris; Arnaud Couzin, Untitled, undated, enameled ceramic sculptures. Photo Jagna Ciuchta. Adagp, Paris, 2021

Jagna Ciuchta & Janka Patocka, Le pli du ventre cosmique, introduction (The Fold of the Cosmic Belly, introduction), 2021, detail, with the cut-out papers by Janka Patocka, Untitled (2020-2021), plexiglas, plywod, acrylic paint, paper tape, xerox, aluminium tape. View of the exhibition Le pli du ventre cosmique (The Fold of the Cosmic Belly), 2021, Bétonsalon – Center for Art and Research, Paris. Photo Jagna Ciuchta. Adagp, Paris, 2021


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