Per non perdere GERMANO CELANT

«Ognuno può criticare, violentare, demistificare e proporre riforme, deve rimanere però nel sistema, non gli è permesso di essere libero. Creato un oggetto vi si accompagna. Il sistema ordina così. L’aspettativa non può essere frustrata, acquisita una parte, l’uomo, sino alla morte, deve continuare a recitare. Ogni suo gesto deve essere assolutamente coerente col suo atteggiamento passato e deve anticipare il futuro. Uscire dal sistema vuoi dire rivoluzione. Così l’artista, novello giullare, soddisfa i consumi raffinati, produce oggetti per i palati colti.»

Questo è l’incipit di Arte Povera: Appunti per una guerriglia. È datato 23 novembre 1967 e a scriverlo è Germano Celant. In poche frasi scolpisce in una forma marmorea perfettamente tornita, lo status quo del panorama artistico di quegli anni. Ma allo stesso tempo le parole che seguono ne disegnano il ripensamento, la struttura per una nuova forma da forgiare, possibile solo grazie all’«uscita dal sistema» che stava ormai annichilendo la ricerca artistica, addormentata dall’energia propulsiva che il nuovo modello economico capitalistico stava disegnando, il paradigma pop difficilmente superabile da plausibili alternative. Nasce ufficialmente l’Arte Povera. Tuttavia è lo stesso Celant a precisare alla fine di quello che a tutti gli effetti può considerarsi un manifesto, che la guerriglia preannunciata era già in corso, numerosi gli artisti che iniziavano a prenderne parte in differenti luoghi d’Italia attuando un decisivo cambio di rotta («Questo testo nel suo farsi è già lacunoso. Siamo infatti già alla guerriglia»). Dunque non un’invenzione ma una sensibilità entropica verso un clima ormai saturo che proponeva come contrapposizione alla produzione di «oggetti per i palati colti» la scoperta di «un’arte povera, impegnata con la contingenza, con l’evento, con l’astorico, col presente […] con la concezione antropologica, con l’uomo “reale”». Non più un’identificazione uomo-mercato ma un’identificazione uomo-natura, come Celant stesso aveva descritto la nuova tendenza, un «atteggiamento».

Il 29 aprile 2020 muore Germano Celant per le complicazioni causate dal Covid-19. Alla priorità del ‘chi era’ che l’articolo commemorativo solitamente pone in questi casi è l’istantaneo bisogno di rileggere i suoi lucidi testi a prendere il posto del ricordo cronologico. Chi era Germano Celant lo sappiamo tutti benissimo: il padre dell’Arte Povera ma anche uno storico dell’arte, soprattutto un critico e un curatore. Dal 1967 Celant aveva portato avanti l’inventiva intellettuale fulminante tipica del critico insieme alla chiaroveggenza illuminata del curatore, come più facilmente accadeva in passato quando armoniosamente le due attività non potevano escludersi l’un l’altra, e come invece raramente accade oggi. L’identità-eredità storico artistica che inevitabilmente lo caratterizzava, non gli impediva di mantenere nella più attuale contemporaneità la vivacità di un personaggio senza tempo.

Era la sensazione che si percepiva ad esempio visitando la sua penultima mostra alla Fondazione Prada nella sede veneziana di Palazzo Ca’ Corner della Regina, Jannis Kounellis, ovvero la più grande retrospettiva dedicata all’artista dopo la morte nel 2017. Attraversando le magnificenti sale espositive ci s’imbatteva nei frammenti di alcuni brani sull’opera di Kounellis tra i più significativi e su alcune immagini delle originarie installazioni, riportate su lastre metalliche posizionate nell’intradosso di ogni ingresso o leggermente nascoste, si aveva la sensazione di essere silenziosamente accompagnati nello spazio, ogni tanto delicatamente interrotti da un colpetto sulla spalla, quello di una guida riverente, quasi rispettosa della potenza silente, divina, emanata dalle imponenti opere di Kounellis.

La cifra distintiva di Celant era ancora oggi quella di essere una personalità a metà tra il simbolo storico e l’innovatore del presente, probabilmente il solo a rappresentare ancora oggi quest’attitudine nella generazione gloriosa dei cosiddetti critici militanti degli anni Settanta-Ottanta. Non a caso la sua attività di curatore era rimasta quella attiva di quegli anni. Citiamo soltanto il suo ruolo di senior curator al Guggenheim di New York (dal 1989 al 2008), di direttore della 47. Biennale di Venezia (1997), di soprintendente artistico e scientifico della Fondazione Prada, di curatore della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova a Venezia. Nel 2016 era stato project director di The Floating Piers, l’opera di Christo e Jeanne-Claude al Lago d’Iseo tra gli eventi più frequentati degli ultimi anni. Tutte cariche istituzionali ma pragmatiche, che hanno dato vita a fruizioni artistiche entusiasmanti, dalla qualità insostituibile che solo Celant metteva in atto.

Se pensiamo oggi a quel ripensamento bisognoso del ruolo del critico, nuovo ma nell’allora temporale che preannuncia un necessario eterno ritorno di un destino non per forza della scomparsa, non possono non venire in mente alcune parole di Celant. Ancora una volta di fulminante attualità (in Arte Povera + Azioni Povere, catalogo della mostra presso gli Antichi Arsenali di Amalfi,1968, Rumma editore, Salerno 1969, p.53):
«Ad Amalfi ho intuito che non si può spiegare, speculare, organizzare, dare titoli, condizionare, invitare, organizzare, promuovere incontri non richiesti, strutturare una collettività, cercare un dialogo. Il lavoro di un critico, nel momento che si instaura come autonomo, spontaneo e individuale, diventa violento, dittatoriale, vivo ma mortificante, nel tempo stesso, l’altrui libertà. È inutile discutere con persone con diversa sensibilità»

Suoneranno forse come parole ciniche ma bisogna ammettere, attuali. La rilettura dei testi di Celant ci riporta ora a una riconsiderazione dei mestieri dell’arte, adesso più che mai. Negli orizzonti di prassi dove si muove, deve mantenere un’aura visibile negli accadimenti del nostro presente. Che si attui pure una limitazione degli episodi artistici (sarà forse arrivato il momento di una naturale selezione?) ma che questi siano d’impatto, d’azione, per «pensare e fissare, percepire e presentare, sentire ed esaurire la sensazione in una immagine, in un’azione, in un’oggetto, arte e vita, un procedere per binari paralleli che aspira al suo punto all’infinito». (Ivi, p. 9)

Selezione video:

Germano Celant and Michelangelo Pistole discuss ‘Ileana Sonnabend and Arte Povera’

24.09.2015 | Anselm Kiefer e Germano Celant | Hangar Bicocca

da sinistra: Tommaso Trini, Achille Bonito Oliva, Germano Celant, Filiberto Menna, Marcello Rumma (in alto a destra). Assemblea durante la mostra “Arte Povera + Azioni Povere”, Amalfi, 1968 (foto Bruno Manconi, courtesy © Lia Rumma)

“Arte Povera + Azioni Povere”, Amalfi, Antichi Arsenali, 1968 (Archivio Lia Rumma)

Art Povera – Germano Celant First Edition softcover edition, 1969 Published by PraegerLandmark

Fondazione Prada, Jannis Kounellis. Installation view Palazzo Ca’ Corner della Regina, Venezia, 2019, courtesy Fondazione Prada

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