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Più di ogni corpo. Chiara Cecconello e Nadezda Gol...

Più di ogni corpo. Chiara Cecconello e Nadezda Golysheva a Panorama, Venezia

C’è una frase di San Giovanni Crisostomo, pronunciata nel 362 d.C., che parla della prossimità dei fedeli ai corpi dei martiri, di cosa significa stare vicini a qualcosa di sacro, di quanto quella vicinanza trasformi chi la abita. È da lì che parte Più di ogni corpo, la mostra che Panorama, spazio espositivo indipendente situato nel sestiere di San Marco, dedica a Chiara Cecconello e Nadezda Golysheva fino al 19 aprile 2026. Il titolo non è un prestito decorativo, piuttosto una soglia concettuale attraverso cui le due artiste, con linguaggi molto diversi tra loro, entrano in dialogo con la Chiesa di San Zulian, che affaccia sullo stesso campiello dello spazio, e con le domande che quella chiesa porta con sé. Il punto di partenza condiviso è dunque un luogo fisico e simbolico insieme: un edificio che continua a funzionare, a essere attraversato ogni giorno da residenti e turisti, a ospitare pratiche liturgiche. Non una rovina da contemplare, ma uno spazio vivo, con i suoi oggetti, i suoi ritmi, le sue figure dipinte o scolpite. Cecconello e Golysheva non lo citano né lo documentano: lo usano come materiale, interlocutore e campo di tensione.

Chiara Cecconello, Nadezda Golysheva, “Più di ogni corpo”, installation view, courtesy Panorama Venezia

Chiara Cecconello, Nadezda Golysheva, “Più di ogni corpo”, installation view, courtesy Panorama Venezia

Nadezda Golysheva parte da un dettaglio quasi nascosto: la figura di San Paolo di Tebe, eremita raffigurato sulla superficie dell’urna nell’altare maggiore della Chiesa. San Paolo di Tebe è una figura limite: secondo la tradizione cristiana, si ritirò nel deserto egiziano all’età di sedici anni e vi rimase per quasi un secolo, solo, lontano da ogni forma di vita sociale. Una scelta assoluta, irripetibile, difficile persino da immaginare nella sua radicalità. L’installazione, Eremo, non celebra quell’ascesi né la rende eroica. La trasla, piuttosto, in una grammatica domestica: un letto, una stuoia. Oggetti del riposo e del raccoglimento, della notte e della preghiera, che Golysheva usa per mettere in tensione due polarità difficili da conciliare. Da un lato il gesto assoluto del ritiro spirituale, dall’altro le forme contemporanee di isolamento, quelle che conosciamo bene, frammentate, volontarie o subite. La differenza tra chi si ritira dal mondo per scelta radicale e chi si chiude in casa per stanchezza, per disagio, per necessità, non è solo quantitativa: è ontologica. Eppure, qualcosa tra le due condizioni risuona e l’installazione lavora esattamente in quello spazio di risonanza ambigua. Le vetrine di Panorama, opacizzate per diventare parte dell’opera, sottraggono alla vista e restituiscono un’atmosfera intima e al tempo stesso inaccessibile. Si percepisce qualcosa dall’esterno, ma non si vede davvero. È una scelta che funziona anche come metafora dell’esperienza eremitica stessa: il ritiro non è invisibilità, è una forma di presenza altra, che si lascia intuire senza consegnarsi.

Chiara Cecconello, Nadezda Golysheva, “Più di ogni corpo”, installation view, courtesy Panorama Venezia

Chiara Cecconello, Nadezda Golysheva, “Più di ogni corpo”, installation view, courtesy Panorama Venezia

Golysheva lavora spesso con materiali naturali e tecniche tradizionali, e la sua ricerca gravitante attorno alla memoria dei luoghi, alle relazioni tra corpi e spazi, trova qui una delle sue articolazioni più precise. L’opera non ha la pesantezza del monumento né la leggerezza del gesto performativo: abita una zona intermedia, sospesa, che è probabilmente quella più fedele all’esperienza che vuole evocare. Chiara Cecconello presenta a Panorama prima rimessa in voce, primo capitolo di RIMESSA, progetto realizzato in collaborazione con Ida Malfatti. Il punto di partenza dichiarato è un gioco da bambine, un approccio sperimentale alla liturgia sacra che nasce da una postura irriverente, curiosa, pre-teorica. La liturgia non come sistema codificato da rispettare, ma come struttura sonora da smontare e riassemblare. L’installazione sonora occupa gli spazi interni di Panorama e si espande nel campiello esterno con una scansione temporale precisa: ogni giorno alle 10:00, alle 12:00, alle 19:30. Gli orari non sono casuali, scandiscono la giornata secondo una logica quasi canonica, da ufficio delle ore, e impongono all’opera un ritmo che è anche una liturgia laica, ripetuta e attesa. Voci e suoni vengono riprocessati attraverso la ripetizione di fonemi e l’innesto di citazioni tratte dagli atti dei processi a Giovanna d’Arco. Giovanna d’Arco è una figura che porta con sé stratificazioni difficili da districare: visioni, guerra, martirio, processo, riabilitazione postuma. Ma ciò che interessa a Cecconello non è la narrazione agiografica né quella storica, è la voce, o meglio il problema della voce: chi parla, chi viene creduto, come il corpo parlante viene interrogato, trascritto, tradito dalla trascrizione. Gli atti processuali sono un testo in cui la voce è già mediata, già interpretata da chi scrive, già ridotta a referto. Lavorarci significa interrogare la distanza tra il suono e il suo residuo scritto.

Chiara Cecconello, Nadezda Golysheva, “Più di ogni corpo”, installation view, courtesy Panorama Venezia

Chiara Cecconello, Nadezda Golysheva, “Più di ogni corpo”, installation view, courtesy Panorama Venezia

La pratica di Cecconello, formata tra IUAV e la Hochschule für Künste di Brema, si muove da anni in questo territorio: quello in cui l’udibile e l’inudibile si scambiano di posto, in cui la voce non è solo veicolo di significato ma materia, corpo, presenza. Gli ambienti polifonici che costruisce non illustrano concetti: li abitano, li rendono percettibili attraverso una fisicità che è propria del suono. Ciò che tiene insieme le due opere non è un’affinità stilistica. I linguaggi di Cecconello e Golysheva sono distinti, e la mostra non cerca di uniformarli. Il filo è più sottile e più resistente: riguarda il modo in cui i corpi si relazionano allo spazio sacro, alla distanza, alla presenza. L’eremita che si ritira è un corpo che sceglie la lontananza come forma di avvicinamento. Giovanna d’Arco è un corpo la cui voce è stata raccolta, trascritta, giudicata, bruciata. Il panegirico di Crisostomo parla di fedeli che si stringono attorno alle reliquie, corpi vicini a corpi, nella speranza che la prossimità trasmetta qualcosa.

Chiara Cecconello, Nadezda Golysheva, “Più di ogni corpo”, installation view, courtesy Panorama Venezia

Chiara Cecconello, Nadezda Golysheva, “Più di ogni corpo”, installation view, courtesy Panorama Venezia

Più di ogni corpo non offre risposte a queste tensioni, né propone una sintesi. Funziona invece come uno spazio di ascolto in cui le domande possono stare senza essere risolte. È forse questo il senso più preciso del titolo: non un’affermazione sulla supremazia del corpo, ma un’interrogazione su ciò che lo eccede, su ciò che rimane quando il corpo non c’è più, o si è volontariamente sottratto, o è stato ridotto a voce trascritta.

Info:

Chiara Cecconello e Nadezda Golysheva. Più di ogni corpo
11.02-19.04.2026
Panorama Venezia
Campiello San Zulian 602, Venezia
panoramavenezia.com


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