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Presenze e ambiguità nell’opera di Sara Enrico: un...

Presenze e ambiguità nell’opera di Sara Enrico: una sensualità sospesa

Le opere di Sara Enrico (Torino, 1979) abitano un territorio di confine, fatto di pulsazioni, ambiguità e tensioni sensoriali che dialogano con le genealogie dell’Eccentric Abstraction, quella sfida alla radice delle forme primarie che informava le riflessioni di Lucy Lippard trovando attuazione nella prima esperienza espositiva alla Marilyn Fischbach Gallery di New York nel 1966. A questo magma sensistico afferivano artiste come Eva Hesse, Dorothea Tanning, Keith Sonnier, Alice Adams, Louise Bourgeois, nelle cui opere i confini si dissolvono generando “qualcosa di più sensuale e sensibile”[1]. Sara Enrico utilizza materiali di diversa natura per costruire oggetti che oscillano tra corpo e artificio. Non imitano nulla: insinuano. Lasciano emergere pieghe, cedimenti, tensioni che ricordano il corpo.

Sara Enrico, “RGB (skin)”, 2021, stampa a sublimazione su poliestere, ph. Cristina Leoncini, courtesy Museo d’arte contemporanea di Termoli, Collezione MACTE, Termoli

Sara Enrico, “RGB (skin)”, 2021, stampa a sublimazione su poliestere, ph. Cristina Leoncini, courtesy Museo d’arte contemporanea di Termoli, Collezione MACTE, Termoli. La realizzazione di RGB (skin) è stata possibile grazie a Cantica21. Italian Contemporary Art Everywhere, un’iniziativa congiunta del Ministero della Cultura ed il Ministero degli Esteri (MAECI-DGSP/MiC-DGCC, 2020)

È qui che si chiarisce la parentela con Eva Hesse, Dorothea Tanning e Louise Bourgeois: la stessa ambiguità sensoriale, la stessa capacità di destabilizzare lo sguardo. Le opere di Enrico non spiegano, non rassicurano: spingono chi le guarda in quel punto esatto in cui la materia smette di essere oggetto e inizia a farsi presenza. Che cosa accade quando le leggi della natura sembrano sovvertirsi? Quando il materiale si piega al proprio opposto, quando il duro diventa molle, quando il leggero prende improvvisamente peso? Come scriveva Milan Kundera, l’opposizione tra duro e morbido è “la più misteriosa e ambigua di tutte le opposizioni”[2], mentre Lucy Lippard associava il soft a un erotismo lento, fatto di movimenti intimi, quasi corporei. L’associazione di due polarità opposte apre a una dimensione straniante. Quel processo di costante trasformazione degli elementi di cui parlano prima Eraclito, poi Jung. Ciò che esiste, mutando nel suo contrario, genera un senso di morbosità latente che altera l’armonia. Eppure, è quanto di più naturale ci sia. È dunque la natura stessa a inquietarci, quella possibilità di essere tutto e il suo opposto, di abbandonare una pelle per abitarne un’altra. È questo movimento continuo che ci rende partecipi del più oscuro e vitale mistero della vita. Tra due dimensioni opposte si crea spesso una zona d’ombra, qualcosa che risiede nel mezzo, in cui si coagula quella tensione disarmante.

Sara Enrico, “Cut Out”, 2017, poliuretano, pigmento, unghie finte, ph. Danilo Donzelli, courtesy the artist and Galleria Tiziana Di Caro

Sara Enrico, “Cut Out”, 2017, poliuretano, pigmento, unghie finte, ph. Danilo Donzelli, courtesy the artist and Galleria Tiziana Di Caro

Gli oggetti realizzati in tessuto da Sara Enrico si muovono su questa tensione materica, che trascende la rappresentazione realistica per privilegiare la pura esperienza sensoriale. Si tratta di superfici che ingannano la percezione, dove tele impregnate di gesso convivono con asciutte forme di gommapiuma dal profilo aguzzo. Questo gioco di evocazioni spinge a saperne sempre di più: ci ritroviamo a girare intorno a questi strani oggetti, abbiamo bisogno di consumarne con lo sguardo la superficie. Questa densità materica non è solo un fatto epidermico, ma è anche concettuale. L’artista invade lo spazio in cui il corpo generalmente abita indagando le micro-variazioni che ne definiscono posture e assestamenti, le inclinazioni degli arti che rivelano energia o quiete. Le sue sculture sembrano conservare tracce di un corpo frammentato o assente, sonnolento o improvvisamente vigile. Ogni superficie racconta un contatto, un movimento sospeso, un gesto nell’atto di compiersi. Gli oggetti diventano così involucri sensoriali: forme che parlano del corpo senza mostrarlo, suggerendo la sua presenza attraverso impronte e tensioni percepibili. Ed è proprio qui che risiede la qualità più sottile della produzione dell’artista. La sensualità latente non nasce tanto dalla forma in sé, quanto da ciò che vi accade all’interno; passaggi di stato, oscillazione tra polarità incongrue, dalla convivenza tra pieno e vuoto, rigidità e cedevolezza, espansione e contrazione. Per Adam Budak, capo curatore della Galleria Nazionale di Praga, la materia nelle sue opere non è mai inerte, ma costruisce una Gestalt erotica, una configurazione percettiva densa di attriti: superfici che si tendono, cedono, collassano; forme che sembrano respirare o trattenere un impulso. Le sue opere ingannano la percezione per mostrare che l’ambiguità è un fatto naturale e che proprio da questo conflitto nasce una forma di sensualità primaria e viscerale.

Sara Enrico, “The Jumpsuit Theme”, 2019 cemento e pigmenti, ph. Alessandro Nassiri, courtesy Mart, Archivio fotografico e Mediateca

Sara Enrico, “The Jumpsuit Theme”, installation view, 2019, cemento e pigmenti, ph. Alessandro Nassiri, courtesy Mart, Archivio fotografico e Mediateca

La citazione non è diretta ma si tratta di un’affinità innegabile.  The Jumpsuit Theme di Enrico entra in risonanza con i corpi arcuati e in torsione, oscillanti tra contrazione ed espansione di Louise Bourgeois. Eredità che ritorna in Cut Out (2017) di Sara Enrico, oggetto in poliuretano dipinto dotato di propaggini quasi organiche, sospeso alla parete come la cartapesta di Several di Hesse, che racchiudeva un’anima di gomma. Sara Enrico ne riprende la grammatica con una lucidità sorprendente. Oggi come allora le artiste continuano a indagare la postura del corpo e il modo in cui questo abita lo spazio attraverso media sofisticati.

Valerie Caputo

[1] Lucy R. Lippard, “Landmark Exhibitions Issue. Curating by Numbers”, Tate Papers, issue 12, 2009, p.1.

[2] M. Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, 1984, tr. it. G. Dierna, Milano, Adelphi, 2024, pp. 15-16.

Info:

www.saraenrico.net


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