Per ogni appassionato di arte contemporanea, visitare Art Basel per la prima volta non può che essere una rivelazione: la “madre di tutte le fiere” si presenta fin da subito come monumentale, a partire dall’iconico sfondato architettonico del complesso fieristico denominato Messe Basel, firmato dallo studio Herzog & de Meuron, che ne costituisce l’anticamera esterna. Quest’area pubblica al coperto funge da ingresso ai padiglioni fieristici e la sua suggestiva apertura al centro, battezzata dagli architetti come la “finestra sul cielo”, è diventata uno dei simboli della città svizzera. Molto scenografico, quest’anno, anche l’intervento di Katharina Grosse (1961, Friburgo in Brisgovia), artista visiva tedesca nota per le sue installazioni ambientali site-specific, che in occasione della 55sima edizione della fiera ha trasformato l’intera Messeplatz, incluse la fontana e la facciata del Padiglione 2, in una colorata nuvola urbana di vernice spray magenta, applicata con pistole a spruzzo industriali nei giorni precedenti l’apertura. Art Basel è, senza dubbio, la principale fiera del mercato internazionale dell’arte e anche questa volta ha riunito quasi trecento gallerie tra le più rinomate (e potenti) al mondo, che per una settimana hanno fatto diventare la fiera un sontuoso museo dell’arte del XX e XXI secolo.

Katharina Grosse, “Choir”, 2025, site-specific installation in Messeplatz, courtesy of Art Basel
Negli stand, spaziosi come salotti, hanno trovato posto opere che per qualità, dimensioni e importanza degli autori competono per la destinazione museale o forse, ancora meglio, per l’ingresso in qualche mega-collezione, capace di orientare con la sua influenza le acquisizioni istituzionali. Fin dai giorni cruciali della preview VIP, si sono riscontrate transazioni da capogiro. Per citare alcuni tra i casi più eclatanti, l’aragosta in acciaio inossidabile lucidato a specchio di Jeff Koons (York, Pennsylvania, 1955), Lobster, 2007-12, sorvegliata costantemente da personale dedicato durante tutta la manifestazione, è stata venduta per “sette cifre” da Gagosian (New York, Stati Uniti / Londra, Regno Unito / Parigi, Francia / Roma, Italia / Ginevra, Svizzera / Hong Kong), il dipinto Mid November Tunnel (2006) di David Hockney (Bradford, Yorkshire, Inghilterra, 1937) è stato alienato dalla galleria Annely Juda Fine Art (Londra, Regno Unito) per una cifra compresa tra 13 e 17 milioni di dollari a una collezione privata (l’opera più costosa aggiudicata)[i], mentre Hauser & Wirth (Zurigo, Svizzera / Londra, Regno Unito / New York, Stati Uniti / Los Angeles, Stati Uniti / Somerset, Regno Unito / Hong Kong / St. Moritz, Svizzera) ha dichiarato di essere in trattativa con un’istituzione per Untitled (Go-Go Dancing Platform), 1991, di Felix Gonzalez-Torres, (Guáimaro, Cuba, 1957 – Miami, Florida, 1996) presente nella sezione Unlimited e valutato 16 milioni di dollari. E tante altre sono state le vendite milionarie.

Gagosian booth, Art Basel 2025, ph. courtesy of Art Basel
Questi dati sono resi ancora più intriganti dal loro trapelare capillarmente ma quasi sottotraccia in un contesto in cui sarebbe di certo da parvenu aspettarsi di trovare qualche prezzo di opera esposto in evidenza. Tutti quelli che contano si ritrovano lì, per contrattare i destini dell’arte contemporanea o, se non altro, per non mancare in una parata di rappresentanza in cui il sistema fa bella mostra di sé nella sua veste più opulenta. Notazioni mondane a parte, all’origine di questo prestigio c’è, come accennavamo all’inizio, la straordinaria qualità delle opere esposte, sia negli stand specializzati in grandi maestri di primo Novecento, sia in quelli dove prevalgono opere impeccabili di affermati mid-career. Questa fiera è l’habitat in cui si consolidano le tendenze: non, quindi, un laboratorio di sperimentazione ma l’anello di congiunzione tra la ricerca e la sua consacrazione selezionata dalle progettualità convergenti di istituzioni e mega-collezionisti. Qui si ha l’opportunità di vedere in vendita ciò a cui poi avremo accesso solo visitando un museo di buona reputazione oppure qualche dimora d’eccezione. Rispetto a questa fiera le altre, che pur siamo abituati a seguire con interesse, sembrano una declinazione al dettaglio di tendenze candidate a predominare (anche in maniera effimera) nel medio termine, non più depotenziate da presentazioni più affollate e in scala ridotta. L’inoppugnabile qualità della maggior parte delle opere esposte fa diventare qui d’un tratto intelligibili le motivazioni estetiche per cui certi autori riscuotano un successo generalizzato, eccellenza che risulta molto meno evidente quando opere più ordinarie dei medesimi artisti li rappresentano in manifestazioni commerciali meno ambiziose. A essere chiamata in causa, seppure in un’accezione generica e più vicina a ragioni di mercato che alle originarie riflessioni sulla riproducibilità tecnica, è la ben nota questione dell’aura dell’opera d’arte, inevitabilmente messa in crisi da una produzione artistica targettizzata (o ghettizzata) per diverse fasce di collezionismo, secondo un meccanismo che richiama la logica del prêt-à-porter.

Felix Gonzalez-Torres, “Untitled (Go-Go Dancing Platform)”, 1991, Art Basel Unlimited 2025, ph. courtesy of Art Basel
Dalle proposte presentate dalle gallerie in questa cinquantacinquesima edizione, è emerso con chiarezza come la pittura abbia riconquistato una posizione di assoluto protagonismo, confermando una tendenza già in atto da tempo. Per fortuna, non c’era quasi traccia di quella figurazione surreale, deformante e approssimativa che da qualche anno sembra predominare nelle fiere italiane, dimostrando come la pittura non debba temere di risultare nostalgica o citazionista se ritorna (finalmente) a prendersi cura del disegno e del colore. La sfida, ora, è quella di metabolizzare le lezioni delle avanguardie storiche e delle neoavanguardie per elaborare linguaggi inediti, spesso ibridati con tecnologie contemporanee e sensibilità ecologiche. La pittura più rappresentata negli stand delle gallerie di primo piano si è rivelata essere quella monumentale, espressione di una gestualità amplificata e di una cosciente rivendicazione della presenza fisica dell’opera nello spazio, indipendentemente dall’orientamento astratto o figurativo. Emblematiche di come la pittura contemporanea abbia assorbito la lezione dell’arte concettuale senza rinunciare ai valori materici del supporto sono, ad esempio, le due opere di Mark Bradford (Los Angeles, 1961) Ain’t Got Time to Worry e Sin and Love and Fear (2025) presentate da Hauser & Wirth (Londra, Regno Unito / New York, USA / Zurigo, Svizzera). L’artista, ibridando la pittura con l’assemblaggio di materiali di recupero urbano, esplora le strutture sociali e politiche che oggettivano le comunità emarginate e i corpi delle popolazioni vulnerabili con elaborate procedure di stratificazione formale, materiale e concettuale. Un altro filone emerso con forza è quello della pittura astratta di nuova generazione, che ha saputo superare la dicotomia tra astrazione calda e fredda proponendo sintesi inedite in cui la sperimentazione con pigmenti industriali, vernici fluorescenti e tecniche miste fa dialogare la tradizione pittorica con l’universo visivo dei new media.

David Zwirner booth, Art Basel 2025, ph. courtesy of Art Basel
Al contempo, opere come gli Abstrakte Bilder degli anni ʽ80 di Gerhard Richter (Dresda, Germania, 1932) presentati da David Zwirner (New York, USA / Londra, Regno Unito / Parigi, Francia), ancora estremamente attuali nello scandagliare il modo in cui ci relazioniamo alle immagini, ci ricordano come i maestri della generazione precedente continuino a essere un punto di riferimento per le ricerche contemporanee. Altrettanto potenti, seppure più minimali, i lavori esposti, sempre nello stesso stand, di Michaël Borremans (1963, Geraardsbergen), Josh Smith (1976, Okinawa), e Oscar Murillo (1986, La Paila), tutte accomunate da una materia pittorica gestuale, ma contenuta, tesa a costruire superfici di vibrazione più che di impatto. Anche Xavier Hufkens (Bruxelles, Belgio) ha presentato un booth coerente in questa direzione, puntando su artisti come Lesley Vance (1977, Milwaukee) e Nicolas Party (1980, Losanna), con opere in cui la pittura assume un ruolo formale, decorativo e quasi esoterico, sospesa tra astrazione e figurazione rarefatta. Parallelamente al versante aniconico, si è assistito a un ritorno prepotente della pittura figurativa, declinata secondo parametri in ogni caso distanti dal realismo tradizionale. Un esempio tra tutti, il successo di Adrian Ghenie (Baia Mare, Romania, 1977), rappresentato dalla Galeria Plan B (Berlino, Germania) testimonia come anche artisti della generazione più giovane abbiano trovato nella pittura figurativa un terreno fertile per indagare le complessità dell’identità contemporanea. A dominare, in generale, è una pittura spesso realizzata con tecniche miste, sovrapposizioni di velature, serigrafie, pigmenti opachi o cangianti. Le opere di Portia Zvavahera (1985, Harare), presentate da Stevenson (Città del Capo, Sudafrica), ne sono un esempio emblematico: tele cariche di simboli e figure oniriche, dense di sovrapposizioni cromatiche che sembrano affiorare da un sogno rituale, distintesi anche per un successo commerciale immediato, con vendite superiori ai 400.000 dollari. In modo trasversale, dunque, la pittura è stata eletta da linguaggio anacronistico a strumento di potere: la tela torna a essere il luogo dove si giocano le narrazioni del contemporaneo, in una studiata combinazione di tradizione e innovazione, accessibilità visiva e profondità teorica. Questa centralità della pittura si collega perfettamente alla funzione di Art Basel come spazio di consacrazione, più che di scoperta: le opere pittoriche presenti non sono esperimenti, ma statement visivi capaci di coniugare forma, contenuto e prestigio collezionistico.

Pace Gallery booth, Art Basel 2025, ph. courtesy of Art Basel
Da tenere d’occhio in quanto osservatorio sul nuovo che avanza la sezione Premiere, inaugurata in questa edizione e dedicata a opere realizzate negli ultimi cinque anni. Tra le proposte che ci hanno incuriosito, i dipinti fotochimici multimediali di Antonia Kuo (Taiwan, 1981) e le ceramiche di Erin Jane Nelson (Chicago, USA, 1983) nello stand di Chapter NY (New York, USA. Magician Space (Pechino, Cina) ha invece proposto l’installazione concettuale Survivors (2025) di Liu Ding (Changzhou, Cina, 1976), una riflessione sulla sopravvivenza umana negli sconvolgimenti sociali e storici della contemporaneità. Al centro dell’installazione, Waiting for Orders di Liu Ding, un ready-made multiplo dalla forte carica simbolica, in cui un fattorino di cibo a domicilio è seduto a terra, appoggiato a uno schermo rotto che proietta in loop le immagini di una notte di luna. Durante la sua breve pausa tra un incarico e l’altro, il personaggio scorre brevi video nazionalisti sul suo telefono: l’opera affronta senza edulcorazioni le realtà contemporanee, fungendo al contempo da (anti)monumento ai nostri tempi.

Sprüth Magers booth, Art Basel 2025, ph. courtesy of Art Basel
Il panorama fin qui descritto per sommi capi (abbastanza variegato da suscitare la giusta dose di piacere estetico ed emozionale, ma non davvero diversificato e interessato al dibattito) si inserisce in un sistema di potere fondato su gerarchie rigide, in cui le mega-gallerie internazionali operano come veri e propri oligopoli culturali, funzionando come arbitri degli orientamenti estetici contemporanei. Questo sistema si fonda su meccanismi di legittimazione che vanno ben oltre la semplice intermediazione commerciale: le mega-gallerie operano come istituzioni culturali de facto, con programmi editoriali, progetti curatoriali e strategie di comunicazione capaci di influenzare in modo determinante la percezione critica degli artisti rappresentati. La loro capacità di posizionare opere in musei internazionali, di organizzare mostre istituzionali e di influenzare la critica specializzata le rende attori fondamentali nella costruzione del canone artistico contemporaneo. Art Basel diventa così il teatro privilegiato dove si rappresenta questa gerarchia del potere, dove le decisioni estetiche si intrecciano con strategie commerciali sempre più sofisticate, e dove si definiscono i parametri che orienteranno la storia dell’arte dei decenni a venire.

Perrotin booth, Art Basel 2025, ph. courtesy of Art Basel
In questo contesto, si inserisce anche la presenza italiana, non numericamente imponente, ma strategicamente significativa, per il fatto di rispecchiare nel microcosmo nazionale le stesse modalità di sistema di cui Art Basel è la consacrazione globale. Tra le venti gallerie italiane presenti citiamo: Mazzoleni (Torino/Milano, Italia), che ha portato in fiera una selezione rigorosa di artisti del secondo Novecento, tra cui Agostino Bonalumi (1935, Vimercate – 2013, Milano), Alberto Burri (1915, Città di Castello – 1995, Nizza), Lucio Fontana (1899, Rosario – 1968, Comabbio), Piero Manzoni (1933, Soncino – 1963, Milano) e Fausto Melotti (1901, Rovereto – 1986, Milano), con un allestimento pulito e di grande impatto che ha riaffermato il valore museale di queste opere. Cardi Gallery (Milano, Italia / Londra, Regno Unito) ha scelto invece un taglio più materico e installativo, esponendo tra gli altri Mario Merz (1925, Milano – 2003, Torino), Mimmo Paladino (1948, Paduli) e Dadamaino (1930, Milano – 2004, Milano), dimostrando come l’eredità dell’Arte Povera e della Transavanguardia italiana continui a esercitare una forte attrazione internazionale, tanto per collezionisti privati quanto per musei. Un ruolo diverso ma altrettanto significativo lo ha avuto M77 (Milano, Italia), che nella sezione Feature ha costruito un intenso dialogo tra due figure chiave del pensiero visivo italiano: Grazia Varisco (1937, Milano) e Nanda Vigo (1936, Milano – 2019, Milano), attraverso opere storiche capaci di riflettere su luce, struttura e percezione. Raffaella Cortese (Milano, Italia) ha invece puntato su un’intelligente combinazione di nomi consolidati e presenze trasversali, da Anna Maria Maiolino (1942, Scalea) a Simone Forti (1935, Firenze – 2024, Los Angeles), evidenziando una ricerca che abbraccia il gesto, il corpo e la memoria. In questo quadro la pittura italiana ha avuto un ruolo preciso, sia come valore storico (Varisco, Vigo, Bonalumi, Fontana) sia come territorio di riflessione transgenerazionale, grazie a figure come Valerio Adami (1935, Bologna), presente nello stand di Galleria Continua (San Gimignano, Italia / Parigi, Francia / Pechino, Cina) con opere recenti dal tratto netto, colori saturi e riflessioni politiche, oltre che nella sezione Unlimited.

Lia Rumma booth, Art Basel 2025, ph. courtesy of Art Basel
Lia Rumma (Napoli, Italia / Milano, Italia) ha confermato la sua leadership storica nel settore dell’arte concettuale, risalente alla sua fondazione nel 1971 con la mostra di Joseph Kosuth (Toledo, USA, 1945). La galleria ha presentato, tra l’altro, quattro stampe della serie With Eyes Closed I See Happiness (2012) di Marina Abramovic (Belgrado, Serbia, 1946) e due sculture in vetro di Murano di Wael Shawky (Alessandria d’Egitto, 1971) s, artista sul quale la galleria, a ragion veduta, punta già da tempo, prima del suo conclamato successo alla Biennale Arte 2024. Massimo De Carlo (Milano, Italia / Londra, Regno Unito / Hong Kong) ha mantenuto il suo approccio curatoriale sofisticato, spaziando dalle griglie misurate di McArthur Binion (Macon, Mississippi, 1946) alle narrazioni stratificate di Alvaro Barrington (Caracas, Venezuela, 1983); dall’arguzia scultorea di Elmgreen & Dragset (Michael Elmgreen: Copenaghen, Danimarca, 1961; Ingar Dragset: Trondheim, Norvegia, 1969) all’inquetante lessico visivo di Jamian Juliano-Villani (Newark, nel New Jersey, 1987), alla forza gestuale di Xiyao Wang (1992 a Chongqing, Cina) e alla sovversione di Maurizio Cattelan (Padova, Italia, 1960). Tornabuoni Arte (Firenze, Italia / Londra, Regno Unito / Parigi, Francia) ha portato avanti la sua specializzazione nei maestri italiani del Novecento, mentre Alfonso Artiaco (Napoli, Italia) ha proposto un progetto bilanciato tra ricerca contemporanea e consolidamento storico, con artisti come Jana Schröder (1980, Hannover, Germania), Giulio Paolini (1940, Genova, Italia), Jannis Kounellis (1936, Il Pireo, Grecia – 2017, Roma, Italia), Ann Veronica Janssens (1956, Folkestone, Regno Unito). Citiamo infine l’essenziale stand monografico dedicato da Massimo Minini (Brescia) a Peter Halley (New York, 1953) e quello di Franco Noero, con i suoi artisti di punta: Mark Handforth (1969, Hong Kong), Francesco Vezzoli (1971, Brescia, Italia), Jason Dodge (1969, Newton, Pennsylvania, USA) e Hassan Sharif (1951, Dubai, Emirati Arabi Uniti – 2016, Dubai, Emirati Arabi Uniti).

Galleria Massimo Minini booth, Art Basel 2025, ph. courtesy of Art Basel
Queste gallerie operano in un segmento intermedio del mercato globale, posizionandosi tra le mega-gallerie internazionali e le realtà locali e fungendo da ponte tra il sistema italiano e quello mondiale. Anche se le gallerie italiane non dominano la scena per quantità, il loro ruolo si conferma cruciale nell’introdurre artisti italiani nel circuito globale e, allo stesso tempo, nel portare in Italia artisti internazionali di primo piano. Tuttavia, la loro influenza rimane subordinata alle decisioni delle grandi istituzioni commerciali anglosassoni, che continuano a dettare le tendenze principali del mercato. Gli artisti italiani più rappresentati, come Mario Merz (1925, Milano, Italia – 2003, Torino, Italia), Grazia Varisco (1937, Milano, Italia – 2024, Milano, Italia), Nanda Vigo (1936, Milano, Italia – 2020, Milano, Italia), Agostino Bonalumi (1935, Vimercate, Italia – 2013, Desio, Italia), Piero Manzoni (1933, Soncino, Italia – 1963, Milano, Italia) o Dadamaino (1930, Milano, Italia – 2004, Milano, Italia), delineano un profilo coerente: si tratta di autori legati a pratiche radicali, spesso astratte o spaziali, e a riflessioni sul medium che trovano nel contesto di Art Basel una cornice di legittimazione e valorizzazione. La presenza nella sezione Unlimited dell’installazione Rispetto (2016) di Michelangelo Pistoletto (Biella, Italia, 1933) con specchi frantumati a rivelare la parola “Respect” in diverse lingue, sagomata come il Mar Mediterraneo, e dell’iconico igloo di Mario Merz Evidenza di 987 (1978) ha confermato il persistente prestigio dell’Arte Povera, mentre opere più o meno recenti di altri maestri afferenti alla stessa corrente, come Giuseppe Penone (Garessio, Italia, 1947) e Giulio Paolini (Genova, Italia, 1940) negli stand delle gallerie internazionali, ne conferma lo statuto di brand italiano.

Madragoa booth, Art Basel 2025, ph. courtesy of Art Basel
Ma se queste presenze attestano un riconoscimento già consolidato, la vera posta in gioco resta il sistema di potere sotteso alla fiera: le scelte espositive delle gallerie, la disposizione degli stand, la gestione del mercato e delle trattative istituzionali delineano una gerarchia silenziosa ma stringente, in cui il prestigio si costruisce tanto con le opere quanto con la loro visibilità. È in questo clima, tra codici estetici e strategie simboliche, che si definiscono le coordinate del sistema dell’arte. Una produzione che non è mai neutra, ma modulata sulle aspettative di collezionisti, musei, fondazioni e advisor, e che trova in Art Basel non solo la vetrina, ma il luogo di messa in scena e contrattazione di un gusto globale condiviso. Qui si consacrano non solo gli artisti, ma soprattutto le logiche che decidono chi e cosa valga la pena vedere, ricordare, acquisire.
[i] https://www.ilgiornaledellarte.com/Articolo/Le-opere-piu-costose-vendute-ad-Art-Basel-
Info:
Laureata in storia dell’arte al DAMS di Bologna, città dove ha continuato a vivere e lavorare, si specializza a Siena con Enrico Crispolti. Curiosa e attenta al divenire della contemporaneità, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.



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