C’è un punto, nel cielo, in cui il colore smette di essere azzurro e diventa pensiero. Andrea Mastrovito, con la sua nuova mostra, intitolata Quando il cielo finisce, sembra aver trovato proprio quella soglia: un confine sottile dove la visione incontra la memoria e l’immagine si fa narrazione. Nel rinnovato spazio della Galleria Michela Rizzo a Palazzo Palumbo Fossati, le opere di Mastrovito si dispiegano come pagine di un racconto che non procede in linea retta, ma per cerchi concentrici. Disegni, intarsi, pitture e frottage si richiamano l’un l’altro come voci di un coro che parla del tempo, della formazione, dell’infanzia che non smette mai di interrogare il mondo. Il cielo, dice il titolo, finisce. Eppure, in questo finire c’è una promessa di continuità. Come se ogni limite, lungi dall’essere una fine, fosse un’apertura verso un altrove.

Andrea Mastrovito, “Quando il cielo finisce”, 2025, installation view, courtesy Galleria Michela Rizzo, ph. credit Enrico Fiorese
È il paradosso che Mastrovito indaga: ciò che appare infinito, come il cielo, la memoria, la giovinezza, si rivela finito, concreto, tangibile. Ma è proprio questa finitezza a renderlo abitabile, nostro. Camminando tra le sale, ci si imbatte in bambini che marciano come piccoli crociati, che si nascondono dietro libri e cataloghi, che giocano in mezzo a frammenti di linguaggio. Queste figure sembrano provenire da un’epoca sospesa, dove il gesto è ancora istinto e il pensiero non ha ancora preso forma. Sono i giovani protagonisti di una fiaba moderna, dove la ribellione diventa atto educativo e la diseducazione al reale un modo per riapprendere la realtà. Intorno a loro, come spiriti benevoli o inquieti, si affacciano gli artisti del passato: Vito Acconci, Fabio Mauri, Roman Opalka, Nanni Balestrini e molti altri. Non sono citazioni, ma presenze: si muovono tra le opere come personaggi di un romanzo corale, suggerendo che la storia dell’arte è una trama che non si chiude mai, un dialogo continuo tra generazioni.

Andrea Mastrovito, “Quando il cielo finisce”, 2025, installation view, courtesy Galleria Michela Rizzo, ph. credit Enrico Fiorese
Ogni opera è una soglia: tra visibile e invisibile, parola e disegno, lutto e gioco. Nei frottages di fiori commemorativi, ad esempio, il gesto del ricordo si fa materia viva, trasformando il dolore in gesto, e il gesto in pensiero. Nelle lavagne finali, le piccole scene di guerriglia urbana diventano parabole sulla conoscenza: libri e cataloghi usati come scudi, come se l’arte stessa potesse ancora proteggere dal caos del mondo. Mastrovito, che da sempre lavora sul linguaggio del disegno come un artigiano del tempo, costruisce qui un cosmo fatto di materiali leggeri e significati profondi. La sua non è una pittura che rappresenta, ma una scrittura che riporta alla luce: ogni linea, ogni figura sembra dire che il cielo, in fondo, finisce solo per poter essere di nuovo immaginato.

Andrea Mastrovito, “Quando il cielo finisce”, 2025, installation view, courtesy Galleria Michela Rizzo, ph. credit Enrico Fiorese
Si esce dalla mostra con la sensazione di aver attraversato un racconto di formazione: non solo dell’artista, ma dell’arte stessa, che continua a chiedersi chi siamo, da dove guardiamo, e dove finisce il nostro orizzonte. Forse, suggerisce Mastrovito, il cielo finisce dentro di noi, ogni volta che smettiamo di cercarlo.
Info:
Andrea Mastrovito. Quando il cielo finisce
15/11/2025 – 7/02/2026
martedì – sabato: 10:30-13:00 / 15:00-19:00
GMR. Palazzo Palumbo Fossati
Fondamenta S. Biagio, 800/q, Venezia VE
galleriamichelarizzo.net

Artista e curatore indipendente. Fondatore di No Title Gallery nel 2011. Osservo, studio, faccio domande, mi informo e vivo nell’arte contemporanea, vero e proprio stimolo per le mie ricerche.



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