C’è un piccolo paese in Toscana, avvolto dalle curve morbide dell’Appennino e da una nebbia che profuma di carta scritta e parole dimenticate. Si chiama Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo, e potresti passarci in auto senza nemmeno saperlo – se non fosse per quell’edificio basso che custodisce un segreto grande quanto una nazione. Al suo interno, dentro a scaffali ordinati e stanze silenziose, riposano oltre diecimila vite, chiuse in quaderni, lettere, diari, foglietti stropicciati.

Francesco Petrone, “Se queste parole potessero parlare”, 2025, ph. courtesy Piccolo Museo del Diario
È l’Archivio Diaristico Nazionale. E adesso, grazie a un artista che si chiama Francesco Petrone, alcune di quelle vite hanno trovato voce. O forse respiro. Perché Petrone non scolpisce con scalpelli o ceselli, ma col fiato. Lo chiama “Respiro”, questo suo ciclo di opere, e non è un vezzo poetico. È davvero fiato quello che imprime sulle superfici, vapore che appanna il vetro, come quello di un bambino che disegna un cuore sul finestrino di un autobus. Ma qui il bambino è un adulto, e il cuore è la sintesi esatta di una vita scritta a mano da qualcuno che voleva solo lasciare un segno. Un appunto. Una preghiera. O anche solo un lamento.

Francesco Petrone, “Se queste parole potessero parlare”, 2025, ph. courtesy Piccolo Museo del Diario
Ora immagina una porta. Alta tre metri. Di vetro. Una porta che non divide, ma unisce. Una porta che parla. E non con altoparlanti o con sensori a infrarossi, ma con grafie vere. Quelle scritte in corsivo, tremolanti, storte, pulite, incerte. Ogni lettera un’impronta digitale. Ogni frase un pezzo d’identità, di qualcuno che ha attraversato la vita e l’ha raccontata.
Francesco Petrone, artista nato a Foggia ma trapiantato a Roma, non ha preso queste parole a caso. Le ha cercate. Le ha scelte. Quarantuno voci, dal Settecento a oggi, come gli anni dell’Archivio. Le ha incise nel vetro, appannate e poi rese eterne. In cima, come una benedizione, ci sono le parole di Saverio Tutino, il visionario che tutto questo lo ha inventato. In fondo, a chiudere il cerchio, quelle della madre di Petrone. Anche lei con un diario. Anche lei con un ultimo respiro. Uno vero. La porta – che pare una finestra gotica di cattedrale, con tanto di ogiva in cima e gradini a cornice – è leggera come una memoria che ti sveglia all’alba.

Francesco Petrone, “Se queste parole potessero parlare”, 2025, ph. courtesy Piccolo Museo del Diario
Dentro il vetro: frasi, disegni, appunti, confessioni, esistenze. Tutte lì, appese tra trasparenza e luce. Ma non in una galleria d’arte. No. Verrà collocata all’ingresso del Piccolo Museo del Diario, un luogo che già di suo sembra uscito da un racconto di Borges o da un episodio di Black Mirror con regia toscana. E se ti fermi ad ascoltare, potresti sentire davvero qualcosa. Perché, come dice Petrone «fin quando il vetro si appanna, lei è viva». Allora respiri. E il vetro respira con te. Il 20 settembre 2025, ore 15:30, inaugurerà tutto questo. E non solo. C’è anche un documentario diretto da Roberto Orazi. E un libro edito da Aguaplano. E un pezzo di legno fatto a mano da Massimo Candeloro, che non è un nome fittizio ma un artigiano vero. Tutti uniti per una cosa sola: dare voce a chi ha avuto solo la scrittura. E renderla leggibile, visibile, fragile ma eterna, come l’alito sul vetro d’inverno. Quindi, la prossima volta che parlate di arte contemporanea e uno dice “non la capisco”, portatelo a Pieve Santo Stefano. Fategli leggere le parole di uno qualunque, scritte col fiato. Poi chiedetegli se ha capito.
Info:
Piccolo museo del diario
Palazzo Pretorio
Piazza Plinio Pellegrini, 1 – Pieve Santo Stefano (AR)
www.piccolomuseodeldiario.it

Artista e curatore indipendente. Fondatore di No Title Gallery nel 2011. Osservo, studio, faccio domande, mi informo e vivo nell’arte contemporanea, vero e proprio stimolo per le mie ricerche.



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