Reverie: librosogni

“Come ti chiami?
Buio. Tu?
Quanti anni hai? Il doppio delle tue paure”.
Reverie (Sogno 6. Firenze Milano 9 gennaio 2019)

La giovane artista Reverie deve il suo nome a La poetica della rêverie di Gaston Barchelard. Assecondando questa fatale predestinazione, il suo lavoro da sempre indaga il labile confine tra pensiero razionale e sogno mettendo a nudo i suoi stati emotivi e psichici nel corso di azioni performative o poetiche. Uno dei suoi ultimi progetti è librosogni, un libro d’artista (edito da Skira) concepito come diario onirico in cui per mesi ha annotato le sue visioni notturne, catalogandole per data e luogo di manifestazione. Il risultato è una sorta di autoritratto psichico, crudele e dolce allo stesso tempo, in cui pagine vergate con una grafia manuale sensibilissima e quasi illeggibile si alternano a fotografie sfocate e modificate a mano, in cui le parole diventano un elemento strutturale e grafico. Nei sogni complessi e labirintici dell’artista si mescolano disagi biologici, sentimenti, allucinazioni e amori, ma questi residui della sua esperienza personale vengono spontaneamente ricondotti dal lettore a concetti universali (come vita, morte e rinascita) che racchiudono la fragile vicenda esistenziale umana.

Emanuela Zanon: Ricordarsi con regolarità i sogni non è affatto facile perché solitamente la loro impressione dura solo alcuni istanti dopo il risveglio. Per realizzare librosogni (in cui racconti 99 sogni esperiti nell’arco di 8 mesi) hai dovuto seguire qualche disciplina particolare o la memoria onirica è un tuo dono naturale?
Reverie: librosogni è nato esattamente come un personale esercizio mnemonico. Non solo nomen omen, il tema del sogno è sempre stato per me campo fecondo di indagine che ho esplorato attraversando i più diversi studi e discipline. Due anni fa decisi, in parallelo con altre produzioni, di elaborare un personale alfabeto in relazione all’onirico ritenendo quest’ultimo il più sincero specchio della realtà, della società, dell’uomo. Così col passare del tempo, mentre lavoravo a nuovi bronzi e ceramiche e a nuove performance pubbliche che rappresentassero sogni collettivi, mi resi conto che da mesi non riuscivo a ricordare i miei sogni. Approfondendo gli studi, decisi di applicare a me stessa una serie di tecniche utili a registrare l’attività mentale frammentaria durante il sonno. Insieme quindi a queste pratiche, aprii il mio taccuino sulla cui copertina incisi “librosogni” e, malgrado alcune difficoltà iniziali, l’eccezione divenne un’abitudine: con ricorrenza riuscii a ricordare almeno qualche dettaglio o sensazione sensibile o persone coinvolte… Trascrivevo qualsiasi tipo di sogno così come nasceva; che si trattasse di un sogno a occhi aperti, di un incubo o di una memoria tattile lo riportavo di getto. Andando avanti ho capito che questo esercizio stava diventando un corpo di lavoro che poteva avere una funzione catartica e maieutica per tutti. Se infatti per le performance chiedevo al pubblico di mettersi a nudo, mi sarei sentita in difetto se anche io non mi fossi messa sullo stesso piano: questa è stata la prima ragione che mi ha indotto a condividermi senza censure. Progressivamente ho compreso che l’esperienza del singolo può essere un’esortazione collettiva a raccontarsi di più, a viversi di più senza nascondersi nemmeno a sé stessi. Tematica, quest’ultima, ancora più attuale in una realtà che è prettamente virtuale e fatta di maschere, sia a livello di imposizioni esterne e sia per scelte interiori. Il riflesso del sogno è il nostro vero specchio e non dobbiamo avere paura a guardarci davvero. A oggi alcuni di quei sogni sono diventati “sogni di seta”, grandi leggere bandiere che ho stampato su stoffa pregiata e fermato tra due vetri, chiuse in una particolare cornice a specchio: per riflettere ogni giorno su una visione onirica che può rappresentare un passato, un futuro, un presente. In generale, tornando al ricordo dei sogni come “dono”, solitamente mi accade di avere sogni anticipatori del quotidiano che mi portano a vivere in apparente anticipo le giornate che da lì a poche ore dovrò affrontare, o appuntamenti o incontri che si dovranno verificare. Risultano così veri che al risveglio a volte mi è capitato di pensare che fosse già tutto accaduto… In questo recente periodo di quarantena, ti confesso che non sono riuscita a sognare se non alcune recenti “illuminazioni” oniriche a partire dalla seconda fase dopo il lock down. E i tentativi di riprendere un esercizio di riscrittura sono stati frustranti. Nel letargo del Tempo che abbiamo vissuto, il mio rapporto sogno-veglia si è ancor più destabilizzato e non ho ritrovato nel suono delle ambulanze una dolce melodia che cullasse il sonno…

La percezione frammentaria del corpo che si ha in sogno si traduce nelle fotografie di librosogni in inquadrature di dettagli, come volto o mani, o in surrogati del corpo come la sua ombra, il cibo che lo nutrirà o le sue impronte nell’ambiente. Pensi che possa esistere una percezione veritiera del sé corporeo o che tutto sia una nostra proiezione mentale ed emotiva?
Da un lato sono convinta che i sogni siano in senso assoluto il più concreto specchio del nostro essere interiore. Per altro, ci raccontano il nostro vivere attraverso simbologie e rappresentano una chiave di lettura che apre non solo le porte universali delle nostre esistenze, ma anche di quanto di più personale si possa vivere. In sintesi credo che siano la proiezione di noi stessi: specchi assoluti e univoci dell’universale e del soggettivo. Per quanto riguarda nello specifico le immagini del libro a cui accenni, i “sogni fisici” sono opere uniche che realizzo a mano da cinque anni modificando stampe da pellicola in bianco e nero di grandi dimensioni (50×75). Per me rappresentano veri e propri sogni, catturati con uno scatto rubato. Questi lavori si configurano senza una definizione del tempo e del luogo in cui ho realizzato e modificato lo scatto; privi inoltre di uno specifico titolo diverso da “sogno fisico”. Penso che la percezione nel sogno, così come la visione di un’immagine in generale, rappresenti la verità di uno sguardo al di là della superficie, determinato dal momento, dalla sensibilità, dalle circostanze appena vissute, dal background… è assolutamente soggettiva e non risponde a verità assolute. Proprio in relazione a quest’ultima riflessione, solo alcuni dei miei scatti sono diventati “sogni fisici”; ho utilizzato una scrittura di getto che li modificava, rappresentando un pensiero del momento; istintivamente capivo di doverlo così esprimere in quell’istante immaginifico, senza legarlo al significato dell’immagine nel momento della sua realizzazione… Come un doppio gioco di creazione onirica: matrioske di sogni guidati.

L’introduzione della grafia manuale, che richiama certi aspetti performativi della Narrative Art e che qui a tratti si avvicina al disegno, corrisponde a una ricerca di autenticità. Come si riesce a conciliare la spontaneità con l’estetica?
Non ponendosi l’obbiettivo di conciliarla. L’estetica che prediligo nel mio lavoro di ricerca è quella del quotidiano, dell’apparentemente antigrazioso, dell’errore, del non perfetto… del vero. Ritengo che l’agire coerentemente, rispetto al proprio essere e pensare, conduca a un fare arte nelle più diverse direzioni in cui esso si riveli. Per quanto riguarda la mia esperienza, la cacografia, il brutto canto o lo scatto rubato, con la loro valenza concettuale e istintiva al tempo stesso, rappresentano una visione del mondo che sento significativa come sfera dell’arte vissuta e intensamente autentica.

In librosogni ricorrono alcuni simboli, tra cui la rosa che ti accompagna come un attributo, parafrasando la mitologia classica. Quale significato ha per te questo elemento e perché è così importante nel tuo lavoro?
Reverie dalla rosa eburnea? L’idea dell’attributo alla greca mi fa sorridere… Per quanto riguarda il significato emblematico in senso stretto, questo fiore mi accompagna fisicamente da cinque anni. Ho deciso infatti di indossare una rosa ogni giorno come dedica simbolica ad Arte, la donna che ho sposato [ndr: una performance privata, 6 luglio 2016, Prato, Archivio Carlo Palli]. Come Lei, la rosa è il fiore più abusato a tutti i livelli, portatore di molteplici significati. La rosa come l’Arte è multiforme e tale è la qualità più sintetica con cui descriverLa. In realtà quindi la rosa è come un’ombra in rapporto al mio lavoro. Penso sia paradossalmente corretto parlare di “epiteto” anche se spogliato dall’epicità ma per puro senso di praticità poetica. Ne fa parte in modo costante anche se silenzioso. Dalla rosa è nato un innesto: il “rosagiglio”. Ho donato infatti ad Arte la mia vita in purezza e quest’ultima parola rappresenta una parte importante di me e del mio percorso. Malgrado infatti il mio essere immersa nella vita, nella società e nel mondo di oggi e il mio impegno a realizzare opere attuali, posso nuotare in commistioni, visioni e incontri mantenendo però sempre viva un’intrinseca nota di purezza. Così la rosa bianca col petalo verde acerbo si è unita al giglio. Sono solita regalare rose come attimi: come le clessidre, anche il fiore scandisce il tempo e lo rappresenta e lo ricorda, diventando memoria una volta appassita. In casastudio a Milano ho una collezione di ricordi, ovvero di rose essiccate. Al momento la rosa che ogni giorno porto al collo è un mio test in bronzo (per una mia opera realizzata tempo fa) insieme ovviamente al profumo di rosa, la mia ombra-fisica-intangibile appunto…

Trascrivere in parole le evanescenti visioni dei sogni implica un processo di rielaborazione del vissuto onirico che nel libro si traduce in un’elastica simbiosi tra sogno e poesia. Quale rapporto intercorre secondo te tra questi due elementi?
Non ho un modo di scrivere immediatamente leggibile né dal punto di vista puramente grafico, come si può vedere nel “librosogni” stesso, né a livello di fraseologia e composizione del discorso. Anche in un semplice messaggio di saluto mi perdo nel neologismo, nella non-convenzione della punteggiatura, nell’armonia disarmonica di inversioni di parole, nella sinestesia usata con semplicità…

Tendo l’elastico
Tra sogno e poesia
E sorrido giocando a vivere
Guardo specchi deformanti: allungano, rimpiccioliscono, fanno enormi le estremità e piccolissima la testa, il sorriso o il broncio diventano infiniti… e così mi guardo me.
Senza più deformazioni. Mi informo di me.
Senza rielaborazioni. Ti informo di te.

Così è come ti avrei voluto rispondere di getto se non fosse stata un’intervista pubblica ma solo un nostro scambio intimo. Anche se scrivo di getto, scrivo poesia. È così per quanto riguarda queste immediate scritture dei sogni appena avuti in dono e memoria non c’è stato alcuna traduzione: come sono apparsi così li ho riportati di getto nei minuti successivi e allo stesso modo sono andati in stampa. Non c’è stato nemmeno il tramite tecnologico di una scansione. Erano già file pdf che non potevano essere modificati: sin dall’inizio mi sono imposta di non censurarmi mai o di non cambiare nessuna parte dei contenuti anche se si trattava di visioni negative come stupri o inferni dell’anima… Dovevo essere io, nuda davanti all’occhio collettivo. Solo mantenendomi pura nell’intero percorso avrei potuto davvero raccogliere un corpus che non fosse altro che specchio per altri corpi. La rielaborazione di cui tu mi chiedi e che io interpreto nell’intrinseco rapporto di trasformazione da immagine a parola è stato naturale e vivo. Se volessimo parlare invece in senso generale del rapporto tra sogno e poesia allora potremmo piacevolmente deliziarci all’Infinito con citazioni di questa intensa storia d’amore…

Negli ultimi mesi attraverso un apposito format sul tuo sito stai invitando le persone a raccontarti per iscritto i loro sogni. Come utilizzerai questa preziosa collezione di nuove visioni oniriche?
Due anni fa ho sognato un luogo di Milano che mi attrae fortemente a sé e che si trova vicino alla mia casastudio: su un palco della poesia potevo realizzare un lungo canto con un unico corpo-voce che a cappella facesse risuonare i sogni, gli incubi, i sogni a occhi aperti di singole persone in un canto collettivo. Quando ho iniziato a voler fare del mio personale linguaggio onirico una serie di performance (“Sogni”) e opere (“oggetti da sogno”), è nata “The Sleeping Muse”. Ogni mio lavoro ha un testo e un gesto originario. In questo caso è nato tutto dalla trascrizione di quel sogno e dalla realizzazione di una mia “musa dormiente”: un’opera unica in bronzo, attualmente in collezione privata, che non è altro che un innesto tra elementi naturali e un calco al vivo del mio volto. Dalla perfezione di Brancusi, una delle sue opere che più accompagna il mio vedere onirico, all’umanità di un volto e alla caducità della natura fino al desiderio di cogliere proprio nel sonno profondo il momento del sogno più intenso che c’è, il viaggio nel nostro sé. Ecco spiegato il titolo. Da gennaio 2020 sto raccogliendo, attraverso il format che citavi (http://www.reverieinarte.com/coro-di-sogni/), i sogni di chi vorrà far parte di questo prossimo lavoro. Ci tengo a dire che fino ai primi del prossimo settembre l’invito è caldamente rivolto ed esteso a tutti. È possibile inviare il proprio sogno anche in forma anonima e va benissimo riempire solo gli spazi che si desidera: obbligatoria infatti è soltanto la trascrizione del ricordo. La seconda parte di questa raccolta vedrà la luce a settembre quando, per la prima volta, leggerò gli scritti e canterò in libertà i sogni ricevuti. Sarà un momento intenso. Come per ogni mia performance, lavorando con l’empatia e credendo che l’azione debba essere un momento di vita vissuta col pubblico, non ci saranno prove ma tutto accadrà così come deve in quel preciso istante. Come avrai intuito dalle mie precedenti risposte, anche l’errore, la stonatura, la voce rotta, il respiro che manca saranno forme di una nuova melodia. E come ogni mia performance, anche questa verrà sintetizzata in un’opera finale. Sto lavorando affinché possa essere di più facile fruizione possibile come “librosogni” appunto, il mio secondo libro d’artista che – a differenza del primo, che si trova solo in collezioni private e archivi d’arte – può potenzialmente raggiungere lo sguardo di tutti. Ora mi rendo conto che quest’ultima frase può essere interpretata davvero come un giovane sogno… ma lasciatemi le mie rêverie.

For all the images: Reverie, librosogni, 2019 courtesy dell’artista e di Skira Editore

image_pdfimage_print

RELATED POST

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.