Ricordo di Jannis Kounellis

L’improvvisa scomparsa di Jannis Kounellis, avvenuta il 16 febbraio scorso, proprio quando era nel pieno della sua attività e lo chiamavano ad esporre specialmente all’estero, ha colpito profondamente l’ambiente culturale internazionale.
Kounellis è stato uno dei maggiori operatori visuali del nostro tempo, tra i principali esponenti dell’Arte Povera, pur essendo rimasto a distanza dal gruppo di Torino. A partire dagli anni Sessanta, con la sua forte identità, ha contribuito a sostanziali cambiamenti linguistici.

Kounellis era coerente e rigoroso; legato alla storia dell’arte da cui derivava l’energia per andare oltre con autonomia e spirito rigenerativo. Un intransigente che rifiutava le mediazioni per stabilire un confronto dialettico con l’esistente ed essere alternativo. Procedeva sostenendo con passione e fermezza le ragioni fondanti del suo lavoro e, nonostante ci avesse abituati a scioccanti invenzioni fin dalla sua irruzione nel contesto propositivo della seconda metà degli anni Sessanta, continuava a sorprenderci con le sue realizzazioni plastiche. In sostanza intendeva ridare all’arte la centralità conquistata dai maestri del passato, prospettando una linea di sviluppo autentica dall’elevato profilo estetico ed etico. Compiendo un liberatorio gesto di rottura con l’introduzione di una specificità non assoggettata ai canoni tradizionali, veicolata da significativi elementi naturali e del quotidiano, è stato uno dei primi a uscire dagli schematismi e dalla staticità delle esperienze bidimensionali; a interagire con lo spazio espositivo, costruendo capolavori site-specific. In altre parole è stato un modello di Pittore della terza dimensione e dello spazio pubblico difficile da eguagliare per modernità e mobilità, intensità e qualità.

Certe costanti del suo lavoro non sono ripetizioni: esprimono la continuità e la circolarità di un processo che si espande da un nucleo propulsore. I suoi interventi in loco – rapportati fisicamente e culturalmente a spazi espositivi differenti – ogni volta offrivano novità spiazzanti. Ovviamente egli non trascurava la percezione e conferiva all’opera una giusta valenza lirica, capace di ricongiungere la forma-oggetto alle peculiarità pittoriche e di bilanciare la densità dei contenuti.
Impegnato a compiere un’efficace azione di rinnovamento con principi antiaccademici, antiromantici e antiborghesi, evitava la retorica e la decorazione; inglobava nella produzione altri generi sconfinando in territori inesplorati. Di conseguenza dava all’artefatto un’insolita connotazione multisensoriale. Nel contempo tentava di contaminare il presente per promuovere un futuro più illuminato dalla ragione e dagli ideali. Non tendeva all’astrazione, al concettuale asettico: perseguiva con tenacia esiti visivamente tangibili, finalizzando impulsi provenienti dal vissuto e dall’osservazione dei comportamenti all’interno del sistema socio-economico-politico.
Negli anni i suoi mezzi espressivi erano divenuti più chiare e affinati.
A Kounellis va riconosciuto il merito di aver saputo offrire visioni fresche, libere e intenzionali, peraltro senza rinnegare la Storia. Sfruttando potenziale creativo, pensiero divergente e tensione vitale, era riuscito a compiere un’epica impresa poetico-politica, un atto rivoluzionario che ha segnato un cambiamento epocale. Fino all’ultimo, con la radicalità della sua strategia, si era opposto con forza contestativa allo stereotipo e alle esteriorità.

A parte la fase iniziale delle opere con lettere, numeri e segni direzionali, quando ancora non si comprendeva bene l’immediatezza della loro efficacia comunicativa, si era imposto all’attenzione del sistema dell’arte nel gennaio 1969 con la dirompente mostra dei dodici cavalli vivi, nella galleria-garage L’Attico di Roma diretta da Fabio Sargentini (in seguito riproposta alla Biennale di Venezia, a Londra e a New York). Come è stato evidenziato anche recentemente, l’altro intervento determinante per lo sviluppo ideologico del suo percorso, fu quello del luglio dello stesso anno all’VIII Biennale d’Arte Contemporanea di San Benedetto del Tronto sul tema “Al di là della pittura” (evento interdisciplinare a cura di chi scrive, di Gillo Dorfles e Filiberto Menna). Lì aveva chiuso l’ingresso della stanza a lui riservata con pietre di travertino dall’insolita valenza pittorico-plastica. Con quella operAzione trasgressiva aveva voluto compiere un gesto concettuale contestativo nei confronti delle modalità rappresentative correnti e degli spazi istituzionali, con forti richiami al mondo del lavoro. Da allora aveva impiegato spesso le pietre in grandi installazioni e, con varianti, aveva replicato quella provocatoria chiusura a Palazzo Fortuny di Venezia, a Roma, Baden Baden, Londra, Colonia.

Per quella sua partecipazione alla mostra ci incontravamo a Roma, a volte anche nella sua abitazione dove il tavolo da ‘salotto’ era una comune cassa da imballaggio e sul pavimento un cumulo di carbone delimitato da una striscia di colore bianco. I rapporti amichevoli con lui erano rimasti immutati negli anni e più volte ho approfittato della sua disponibilità per intervistarlo. Da ultimo il 16 luglio scorso al Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro, diretto da Ludovico Pratesi, in cui aveva presentato una dinamica installazione performativa, con un cavallo che trainava un convoglio funebre evocando un ineluttabile, luttuoso rito, quasi premonitore…

Con la scomparsa di Jannis abbiamo perso il corpo (che, per sua volontà, ora riposa nel Cimitero Acattolico della Piramide Cestia) ma, anche per quelli che verranno, rimarranno sempre vive le sue straordinarie opere di grande creativo, in continua tensione innovativa e ideologica, che aveva un concetto alto e insieme popolare dell’arte.
Il 20 febbraio alle esequie – scarne, emozionanti e drammatiche come la sua opera – tenutesi nella Chiesa degli Artisti in Piazza del Popolo a Roma, hanno partecipato tanti amici ed estimatori, anche venuti da lontano, per essere vicini alla compagna Michelle Coudray e al figlio Damiano con la famiglia.
Oltre ai sacerdoti officianti ha preso la parola Tiziana D’Acchille, direttrice dell’Accademia di Belle Arti di via Ripetta, che ha ricordato l’ultimo incontro del Maestro con gli studenti, avvenuto pochi giorni prima, quando gli era stato conferito il riconoscimento di professore emerito. Al termine il critico Bruno Corà – suo intimo amico e profondo conoscitore del suo lavoro – gli ha reso omaggio con un affettuoso e dotto intervento del quale vengono riportati alcuni stralci:

Per Jannis Kounellis

Kounellis ci ha lasciato. Davanti alla sua spoglia siamo storditi e increduli. Ci ha lasciato rapidamente, come soleva agire negli ultimi anni, rapidamente, sempre più rapidamente, poiché pensava che la realtà e il nostro stesso tempo mutassero con una rapidità mai prima concepita. Questo spiega molto delle fasi più recenti della sua azione artistica. […]
Kounellis è uno dei più grandi pittori che abbiano avuto l’Italia e l’Europa moderna, un grandissimo poeta dell’immagine, un uomo straordinariamente sensibile e delicato, fortissimo e fragilissimo, con una facoltà immaginifica unica che ne ha fatto l’artista dalle capacità associative visionarie eccezionali; uno strenuo amante della libertà, sempre rivendicata, a tutti i costi. Una libertà che attraversava esplicitamente il suo lavoro e i suoi pensieri, come pure le sue parole, calibrate, essenziali, cruciali, dritte al giusto e al vero delle cose.
Kounellis ha amato la verticalità, il dramma, la forma, ha amato il viaggio, i luoghi dove incontrare nuove realtà, altre persone con logiche diverse dalla propria.
Ha amato la dialettica, ha amato la storia e l’ideologia, senza le quali pensava non si può fare un quadro.
Kounellis ha ricercato nei frammenti l’unità e la storia dispersa, ha amato l’utopia, ha amato il sogno, per trarne sempre un’opera. Questa era la sua ossessione, irriducibile, radicale, estrema. […]
Se si osservano attentamente le composizioni presenti nell’opera di Kounellis e se si leggono le pagine del suo pensiero teorico e poetico, se ne traggono insegnamenti ed esortazioni di grande intensità e apertura.
Kounellis si considerava “un conservatore. Un custode”. E in quanto tale intollerante all’accesso approssimativo ai segreti mistici custoditi nell’opera. Diceva che l’origine della composizione sta nel conservare nell’ordine e nell’unire il presente al passato. Egli perciò si considerava un pittore moderno e un uomo antico. […]
Kounellis è una grande anima del nostro tempo, un uomo che – come ha acutamente osservato Damiano, suo figlio – ascoltava perfino il respiro e il sospiro dell’altro, sentendosene coinvolto, pur mantenendo le sue opinioni e un naturale sentimento di solidarietà che Damiano non esita a definire “cristiano”.
Kounellis non si stancava di ripetere che la sua logica nel fare pittura era l’aver costruito una lingua che gli consentisse di viaggiare avventurosamente ovunque andando incontro ad altri che con le loro diversità dovevano essere considerati interlocutori credibili.
Negli ultimi anni, l’insistenza sulla forma evocativa tanatologica è divenuta impressionante. È chiaro che la sua meditazione è stata più vasta della semplice considerazione della sua sorte. […]
Ripeteva che, nonostante non ne ignorasse l’importanza, era divenuto insofferente nei confronti di Mondrian. Si domandava come poter dipingere un quadro di fronte a tragedie come quelle in costante accadimento nel Mediterraneo. Già nel 1991 aveva scritto:
«Noi stiamo lentamente scivolando verso la dura prova di quelli che hanno molto, di fronte a quelli che non hanno niente.» […]
Se si è pensato che fosse finita l’epoca dei Goya, dei Delacroix, dei Courbet, dei Picasso e dei Burri, si è compiuto un errore: oggi Kounellis è l’erede di quella famiglia, con la stessa dirompente vis poetica ed eversiva che fu la loro.
Caro Maestro, caro amico Kounellis, incontrarti, conoscerti, seguirti è stato un grandissimo privilegio, un’esperienza unica e indimenticabile.

Luciano Marucci
con testo commemorativo di Bruno Corà

Jannis Kounellis, Pesaro, 16 luglio 2016 (ph L. Marucci)

Jannis Kounellis, Senza titolo, 1962, vernice su cartoncino, 70 x 50 cm

“carbone”, 1968 (Archivio fotografico Luciano Marucci)

Senza titolo, gennaio 1969, Galleria L’Attico, Roma (courtesy Archivio L’Attico; ph Claudio Abate)

Progetto dell’installazione (modificato in corso d’opera), VIII Biennale d’Arte Contemporanea, “Al di là della pittura”, San Benedetto del Tronto, luglio 1969


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