Saturno Buttò: corpi e visioni sacre

L’arte sacra al giorno d’oggi può fare scalpore e dare vita a polemiche sterili e sciocche; è il caso dell’artista veneto Saturno Buttò che cerca di sviscerare l’animo umano attraverso la pittura, sottolineando gli aspetti più sgradevoli e inquietanti che straniscono chi guarda con gli occhi rivolti alle “figurine” di un Beato Angelico o di un Annibale Carracci.

Annalina Grasso: Quali artisti hanno maggiormente influenzato il suo percorso?
Saturno Buttò: L’arte ellenistica, il nostro Rinascimento e in qualche modo il glamour hollywoodiano sono stati un grande stimolo per la mia ricerca. Devo aggiungere anche alcuni fotografi contemporanei, come Joel Peter Witkin, Robert Mapplethorpe, Andres Serrano. Non trovo invece riferimenti nella pittura del ‘900. Fatta eccezione per Francis Bacon non mi sono mai sentito particolarmente interessato verso altri artisti figurativi. In sintesi il modello sul quale baso il mio lavoro è un connubio tra l’arte classica (supporto tecnico) e una ricerca fotografica non documentaristica (parte concettuale).

L’arte contemporanea che ha successo è solo quella riproducibile e concettuale?
Io direi proprio di sì. Ed è giusto che sia così. Lo affermo mio malgrado, dal momento che la mia ricerca va in direzione opposta. Ritengo cioè un punto alto l’unicità e non riproducibilità dell’opera. Purtroppo il problema di questi media (mi riferisco a pittura e scultura) è, quasi sempre, la totale mancanza di originalità, di contemporaneità della rappresentazione. Una sorta di anacronismo che permea il lavoro di pittori e scultori tradizionali, concentrati perlopiù a dimostrare la loro bravura tecnica piuttosto che rischiare l’impopolarità inseguendo percorsi più originali. Ci sono delle eccezioni (almeno lo spero, naturalmente), ma è un po’ come è successo nel secolo scorso con Lucian Freud, Balthus, e lo stesso Bacon. Pochi artisti di grande personalità semplicemente “non allineati” e dunque ingestibili dal mercato artistico.

Ne “La sposa ebbra” sembra consumarsi un rito laico dove il vino rende possibile l’estasi cristiana delle sante che però assume risvolti bizzarri…
In un qualche modo lo si potrebbe leggere anche così. Del resto è mia opinione che molti siano i punti in comune tra Paganesimo e Cristianesimo. In questo caso, dal sacramento del matrimonio, la sposa e le due damigelle si trasformano in sacerdotessa e baccanti di chissà quale rituale, proprio grazie al vino. Il mio intento era quello di manifestare una idiosincrasia verso le regole in generale. Per dirla in maniera sintetica: il caos dionisiaco che prende il sopravvento sull’ordine apollineo. Si tratta di un caos verso cui ci ha ben indirizzati anche Hermann Nitsch.

L’arte contemporanea esprime poetiche complesse proprio nel superamento interdisciplinare delle dicotomie tra uomo e tecnologia. Lei come si pone di fronte a questo fenomeno?
È prerogativa dell’arte anticipare cambiamenti e mutazioni di ordine sociale. Sempre di più siamo testimoni di un percorso nuovo intrapreso dall’umanità che ci porterà a convivere con situazioni dove la dicotomia uomo-tecnologia non sarà più tale. È una riflessione che mi accompagna da molto tempo, tuttavia non credo di avere gli strumenti tecnici adatti per esprimere compiutamente tale fenomeno. Decisamente i media extrapittorici sono più adatti. Con l’arte figurativa, per non scadere in “banali soluzioni illustrative”, bisogna porre l’attenzione a piccoli dettagli capaci di far intuire tali poetiche. Un percorso più difficile, ma non improbabile… In fondo è proprio questo il problema delle arti tradizionali rispetto ai nuovi media. Se non si è capito, io sono decisamente critico nei confronti dell’arte figurativa. Compresa la mia s’intende.

Ma questo non suona come un controsenso? Che cosa vuol dire essere contro qualcosa di cui si è testimoni?
È una mia consapevolezza e non mi turba il fatto che suoni come una contraddizione. Il mio è un discorso in generale. E comunque non sono affatto contro l’arte figurativa, sono solo contro l’arte decorativa fine a sé stessa. Io non ho certezze sulla qualità delle mie opere, e ho una posizione critica a priori. Questo dovrebbe servire per crescere artisticamente.  

I protagonisti delle sue opere sembrano essere spiati più che accompagnati o guardati con amorevolezza da Dio, è in parte così?
Ma certamente! Questo è un retaggio della religione cattolica che ci ha inculcato l’idea del peccato. Cosa che trovo stimolante sia ben chiaro. Anche perché poi viene contemplato il perdono, seppur dopo un sincero pentimento e qui si potrebbe discutere… Comunque sia, le mie rappresentazioni hanno, molto spesso, a che fare con un rituali considerati peccaminosi o comunque con pratiche decisamente intime legate sia alla religiosità e sia alla sessualità.

Quale sua mostra ricorda con maggior piacere?
Ci sarebbero più esposizioni personali a cui sono particolarmente legato, per esempio a Roma, Los Angeles e San Francisco. Ma citerò la personale di Spinea del 2018, perché il luogo era davvero magico. Non una galleria ma una chiesetta del ‘600 dove le mie opere dialogavano con gli affreschi del luogo. Inoltre, per l’occasione, ho realizzato quella che per me potrebbe rivelarsi come l’unica pala d’altare possibile Paradise Decadence (giusto perché si trattava di una chiesa sconsacrata).

Che cosa pensa dia più fastidio o irriti delle sue opere?
Credo che le persone, ancora oggi, si aspettano di osservare in un dipinto figurativo temi conformi alla tradizione pittorica. Dunque, soggetti come il paesaggio, la natura morta e il ritratto. E nel caso di quest’ultimo, che esso sia sostanzialmente “composto”, delegando alla fotografia o ad altri media extrapittorici, diciamo così, “tematiche diverse”. A me invece diverte l’idea di toccare corde più profonde, dipingendo! Escludendo paesaggi e nature morte che non mi appartengono, perché nel rappresentare la figura umana voglio entrare nel profondo dell’anima e mettere in rilievo aspetti del tutto personali, intimi, sottolineando la transitorietà e caducità dell’aspetto fisico. E, soprattutto, desidero ribadire quanto siano vicine tematiche come la sessualità e la spiritualità. Basti pensare alla Santa Teresa del Bernini: l’opera è un esempio perfetto del mio modo di vedere. È del tutto normale che qualcuno trovi disturbante il mio modo di rappresentare il mondo, ma a me sta bene così! In ogni caso sono consapevole di quanto qualsiasi affermazione sia estremamente relativa.

Info:

Agnani (FR):  21 – 31 agosto 2021, Palazzo Bonifacio VIII “Tra inferno e Paradiso” a cura di Michele Citro  
(michele.citro87@gmail.com)

 Padova: 30 ottobre 2021 – 31 gennaio 2022, Museo Eremitani  “A riveder le stelle” a cura di Barbara Codogno
(anubi31@gmail.com)

Saturno Buttò, The Sacrifice, 2013, olio su tavola, cm 160 x 125, proprietà dell’artista, courtesy Simard-Bilodeau Contemporary di Los Angeles

Saturno Buttò, Leda-ctonia, 2018, olio su tavola, cm 70 x 70, proprietà dell’artista, courtesy Mishin fine art di San Francisco

Saturno Buttò, O-RH negative, 2019, olio su tavola, cm 70 x 70, proprietà dell’artista, courtesy Mishin fine art di San Francisco

Saturno Buttò, Pietas, 2020, olio su tavola, cm 70 x 70, courtesy The Bank Contemporary Art Collection


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