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Screen Life di Flavio de Marco: la pittura come fi...

Screen Life di Flavio de Marco: la pittura come finzione speculativa

Benché di primo acchito pittura e immagine digitale sembrino afferire a due dimensioni antitetiche, la prima connessa ai tempi lunghi del lavoro manuale, alla fisicità dei materiali e a una secolare genealogia stilistica e iconografica che spesso si vuole esangue, la seconda alla smaterializzazione, alla planarità retroilluminata, all’automatismo inventivo e all’assenza di prospettiva storica, diversi pittori hanno focalizzato le loro ricerche sull’esplorazione delle reciproche influenze e delle possibili integrazioni tra queste due sfere.

Flavio de Marco, “Screen Life”, installation view at Villa delle Rose, 2026, ph. Ornella De Carlo, courtesy MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna and Galleria Studio G7, Bologna

Flavio de Marco, “Screen Life”, installation view at Villa delle Rose, 2026, ph. Ornella De Carlo, courtesy MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna | Settore Musei Civici | Comune di Bologna and Galleria Studio G7, Bologna

Tra le figure più consolidate del panorama internazionale, potremmo menzionare Dan Hays (Londra, 1966), autore di paesaggi a olio tratti da immagini a bassissima risoluzione provenienti da webcam o foto vintage scansionate in cui la bassa qualità dell’immagine sorgente diventa il soggetto del quadro, in un gioco tra sublime romantico e degrado digitale. Oppure Jacqueline Humphries (New Orleans, 1960), che da vent’anni lavora sull’intersezione tra pittura astratta e linguaggio digitale incorporando emoticon, codici ASCII e CAPTCHA nei suoi grandi dipinti a olio mediante stencil tagliati con il laser e, più di recente, elaborando texture ispirate al rumore bianco e sofisticate superfici fluorescenti evocative del bagliore dei monitor. Infine, per terminare questo rapido excursus, Wade Guyton (Hammond, Indiana, 1972), figura centrale nel dibattito sulla pittura post-digitale, i cui dipinti su tela di lino sono realizzati usando stampanti inkjet industriali deliberatamente alimentate in modo scorretto per generare glitch, sbavature e imperfezioni che diventano la materia stessa dell’opera. Si inscrive in questo filone di indagine la produzione di Flavio de Marco (Lecce, 1975), protagonista a Bologna di un’ampia mostra personale, intitolata Screen Life, che offre una visione d’insieme sull’evoluzione della sua vicenda creativa attraverso settanta opere, realizzate dagli esordi a oggi, suddivise in nove nuclei tematici (Autoritratto, Paesaggio, Orizzonte, Souvenir, Vedute, Fiction, Xenia, Virtual Reality e Avatar) che approfondiscono diverse modalità stilistiche e speculative del tema principale.

Flavio de Marco, “Screen Life”, installation view at Villa delle Rose, 2026, ph. Ornella De Carlo, courtesy MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna and Galleria Studio G7, Bologna

Flavio de Marco, “Screen Life”, installation view at Villa delle Rose, 2026, ph. Ornella De Carlo, courtesy MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna | Settore Musei Civici | Comune di Bologna and Galleria Studio G7, Bologna

La mostra ripercorre ventisei anni di lavoro di un artista, oggi mid-career, che con rara ostinazione ha sempre saputo dove guardare, anche quando il soggetto sembrava sottrarsi alla rappresentazione e il ragionamento pareva inerpicarsi in sentieri irti d’ostacoli e impossibili da percorrere a ritroso. Nei primissimi anni Duemila, de Marco esordisce dipingendo, in scala spesso ambientale, composizioni di schermate vuote in parziale sovrapposizione. Queste finestre di software aperte sul nulla, mute griglie di dialogo in attesa di un asettico comando, occupano il campo pittorico con un’ambigua austerità che, pur evocando certa astrazione minimalista, se ne discosta per una misteriosa inquietudine sotterranea. Nelle tele appartenenti a questa fase, quasi monocrome e dominate da toni neutri come grigio perla, azzurri slavati e bianchi luminosi, il gesto pittorico appare trattenuto, anzi scompare mimetizzandosi nella piattezza di una texture superficiale costruita con dissimulato virtuosismo affinché il dipinto si faccia dimenticare come tale. Fin da subito, i dipinti pongono come questione fondamentale della ricerca una riflessione sul diverso regime ontologico del quadro e dello schermo in relazione allo spazio. Se il primo lo rappresenta, il secondo lo simula, due operazioni che, pur somigliandosi al punto da confondersi, si distinguono per ciò che attiene la posta in gioco principale, ovvero la fisicità irriducibile della pittura, qui impegnata a impersonare l’interfaccia con la piena consapevolezza di tradirla nel momento stesso in cui la cita evocandone per via d’illusionismo pittorico impossibili suggerimenti di peso e profondità. In questa doppiezza di fondo risiede la prima intuizione di de Marco: il linguaggio digitale non è il nemico della pittura né il suo doppio, ma una condizione percettiva che la pittura ha il compito di metabolizzare.

Flavio de Marco, “Mediterraneo”, 2007/2025, acrilico su tela con inserto di acrilico su olio su tela già dipinta, 180 x 240 cm, courtesy l'artista e Galleria Studio G7, Bologna

Flavio de Marco, “Mediterraneo”, 2007/2025, acrilico su tela con inserto di acrilico su olio su tela già dipinta, 180 x 240 cm, courtesy l’artista e Galleria Studio G7, Bologna

A partire dalla seconda metà del decennio, qualcosa cambia: l’impenetrabile compattezza del desktop si incrina e dalla fessura irrompe il mondo. Le schermate iniziano a ospitare frammenti di paesaggio sotto forma di brandelli di figurazione inseriti come finestre aperte dentro ambienti digitali, in un gioco mentale di scatole cinesi che moltiplica i livelli di mediazione. In un primo momento questi inserti provengono perlopiù dalla storia dell’arte, poi compaiono paesaggi, persone, nature morte o interni ripresi dal vero, a loro volta filtrati dalla memoria o dal suo appunto visivo in forma di fotografia digitale. In Mediterraneo (2007/2025), ad esempio, il mare appare come un dettaglio estratto da un’immagine scaricata, mentre l’interfaccia occupa i tre quarti della tela con la sua vuotezza respingente e strutturata. In altri lavori le colline ondulate, il cielo carico di nuvole o i profili urbani emergono dagli spazi di risulta tra le finestre del browser come entità latenti che reclamano la propria esistenza attraverso le crepe del sistema. Questo momento è la sofisticata messa in scena di una crisi epistemica: il paesaggio ritrovato e rappresentato si propone come sineddoche del mondo nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, dove ogni elemento figurativo reca inscritta la storia della propria circolazione digitale fatta di compressioni, viraggi e ridimensionamenti e dove il diminuire della risoluzione indica il progressivo ritrarsi della presenza nel processo di rielaborazione operato da server e protocolli. A questo modo, il pittore colloca il proprio orizzonte epistemologico nel mondo-inganno delle immagini piuttosto che nella realtà, nella consapevolezza che il mondo è definitivamente scomparso dietro la propria rappresentazione. La pittura, di conseguenza, smette di riflettere sul paesaggio che la finestra inquadra per concentrarsi sulla struttura del dispositivo che media il vedere per analizzare il linguaggio digitale in quanto paesaggio culturale della contemporaneità.

Flavio de Marco, “Souvenir Schifanoia (luglio)”, 2007, acrilico e stampa digitale su tela, 152 x 106 cm, collezione Artus, Londra, ph. Ornella De Carlo, courtesy MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna and Galleria Studio G7, Bologna

Flavio de Marco, “Souvenir Schifanoia (luglio)”, 2007, acrilico e stampa digitale su tela, 152 x 106 cm, collezione Artus, Londra, ph. Ornella De Carlo, courtesy MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna | Settore Musei Civici | Comune di Bologna and Galleria Studio G7, Bologna

Un’ulteriore svolta avviene con il progetto site-specific Souvenir Schifanoia (2007), composto da sette tele e da una pittura in scala ambientale su muro, dedicato al Salone dei Mesi di palazzo Schifanoia a Ferrara, la cui decorazione nella seconda metà del Quattrocento fu commissionata da Borso d’Este ai migliori pittori della scuola ferrarese. Nella versione di de Marco frammenti del ciclo rinascimentale convivono con la struttura grafica di Photoshop e con vuoti post-it digitali in un risultato ibrido e fuori fuoco che sancisce la direzione della ricerca successiva. Da questo momento, infatti, de Marco accentua la prospettiva storica del suo lavoro, relazionandosi in modo sistematico con altri artisti e altre epoche attraverso una pittura che riesce a essere al tempo stesso personale e stilisticamente mimetica. Le schermate, dunque, non sono più un universo iconico autonomo, ma diventano il palinsesto di un montaggio di temporalità artistiche e di specificità formali eterogenee che giustappone la profondità materica della pittura a olio e l’uniformità superficiale dell’acrilico, il tempo lungo della tradizione e quello istantaneo dell’interfaccia, la ponderatezza manuale del gesto pittorico e l’automatismo del clic. Il moltiplicarsi delle finestre che delimitano ciascun frammento dichiara l’impossibilità della sintesi, assurta a paradigma del vedere contemporaneo offuscato da sovrastrutture e filtri che condizionano il nostro sguardo sul mondo.

Flavio de Marco, “Screen Life”, installation view at Villa delle Rose, 2026, ph. Ornella De Carlo, courtesy MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna and Galleria Studio G7, Bologna

Flavio de Marco, “Screen Life”, installation view at Villa delle Rose, 2026, ph. Ornella De Carlo, courtesy MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna | Settore Musei Civici | Comune di Bologna and Galleria Studio G7, Bologna

Tale posizione si radicalizza in invenzione dichiarata nel ciclo incentrato sull’isola di Stella, a cui è dedicata una delle sezioni della mostra, atollo immaginario del Mar Egeo costruito come un collage di differenti tipologie di paesaggio (deserto, montagne, litorale mediterraneo), di cui de Marco ha concepito un’articolata guida turistica, con tele acriliche, disegni a pennarello, grafite e pastello e un libro d’artista edito da Danilo Montanari. Questa divagazione ludica sancisce con ironico disincanto la morte dell’illusione che il paesaggio possa essere (e sia mai stato) una categoria naturale, affermando come da sempre sia un costrutto culturale, il prodotto instabile di un sistema di attese e convenzioni codificate dal tempo attraverso la pittura, la letteratura, la cartografia, la fotografia. Ne consegue che i panorami digitali, gli sfondi sostituibili delle videoconferenze, i software per cambiare a piacere gli scenari delle nostre vite nella loro ufficialità digitale appartengono alla stessa genealogia delle vedute olandesi o delle stampe di viaggio settecentesche: la differenza non è di natura ma di velocità e modalità esecutiva. De Marco, lavorando su un sistema di vasi comunicanti tra letteratura e pittura in cui l’isola inventata è più vera del paesaggio reale proprio perché si dichiara costruita e rinuncia all’inganno della naturalezza, afferma con precisione diagnostica che la finzione è oggi più che mai l’unica strada per provare ad accedere al vero.

Flavio de Marco, “Autoritratto nelle vesti di Georg Gisze”, 2022, olio e acrilico su tela, 96,3 x 85,7 cm, courtesy MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna | Settore Musei Civici | Comune di Bologna

Flavio de Marco, “Autoritratto nelle vesti di Georg Gisze”, 2022, olio e acrilico su tela, 96,3 x 85,7 cm, courtesy MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna | Settore Musei Civici | Comune di Bologna

Un aspetto che emerge visitando la mostra a Villa delle Rose è la disinvoltura con cui l’artista si muove tra registri stilistici radicalmente diversi senza perdere coerenza concettuale. Nelle grandi tele esposte nelle sezioni Vedute e Orizzonte, ad esempio, talvolta la pennellata è nervosa e materica, con impasti densi che citano l’espressionismo astratto e costruiscono superfici vibranti di energia cinetica, ma in porzioni contigue dello stesso quadro anche fusa e delicata, oppure scientificamente divisionista, e tutte queste diverse accezioni vengono allo stesso modo arginate dalla geometria piatta e acrilica dell’interfaccia. In Autoritratto nelle vesti di Georg Gisze (2022) il pittore si confronta invece in maniera dichiarata con il capolavoro cinquecentesco di Hans Holbein il Giovane replicandone l’impianto e alcuni elementi con una fedeltà stilistica che oltrepassa la citazione tecnica (impresa già di per sé non per tutti, specie nella resa del riflesso del velluto o della trasparenza di un’ampolla) per farsi dichiarazione d’amore. Ma, allo stesso tempo, il volto appare svuotato di caratterizzazione psicologica e fisiognomica, ridotto a maschera anonima, circondato da altri ritratti eseguiti da altre mani (ovviamente non è vero, la mano è sempre la sua) disseminati in piccolo su uno sfondo che ci accorgiamo essere nient’altro che il pannello livelli di Photoshop. Sussumere la tecnica di un’altra epoca è, dunque, per de Marco un modo per far sì che l’anacronismo digitale esploda sul piano pittorico, rivelando la sua contemporaneità per mezzo del suo stesso mascheramento. Dal punto di vista autoriale, quello che viene suggerito è un ego plurimo, assurto a condizione disgregata della soggettività tout court nell’era digitale, irretita in sovrapposizioni di temporalità, stili e maschere che rifiutano di consolidarsi in un’immagine definitiva.

Flavio de Marco, “Screen Life”, installation view at Villa delle Rose, 2026, ph. Ornella De Carlo, courtesy MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna | Settore Musei Civici | Comune di Bologna and Galleria Studio G7, Bologna

Flavio de Marco, “Screen Life”, installation view at Villa delle Rose, 2026, ph. Ornella De Carlo, courtesy MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna | Settore Musei Civici | Comune di Bologna and Galleria Studio G7, Bologna

La sezione Avatar porta questa riflessione alle conseguenze più speculative: figure come l’influencer digitale Lil Miquela o LaTurbo Avedon, artista avatar che realizza progetti artistici e curatoriali (entrambe vantano tra i propri followers nientemeno che l’account di Hans-Ulrich Obrist), assumendo nella pittura una consistenza fisica contrastante con la propria natura immateriale, compaiono sullo stesso piano di realtà delle effigi di persone esistenti. Robot-artisti, identità inesistenti, avatar di videogiochi e pagine Instagram si mescolano alla ritrattistica tradizionale in una galleria in cui la distinzione tra reale e virtuale ha smesso di essere pertinente. De Marco non registra questa indistinzione con allarme, ma la tratta come dato fenomenologico, come condizione del vedere che la pittura è chiamata a manifestare. Screen Life è dunque una mostra che raccoglie e rilancia la sfida dell’immagine dipinta come accertamento del mondo, traducendo nei termini del presente quello che è, in fin dei conti, il cimento principale della pittura fin dalle sue origini. Il risultato è un’opera che parla della contemporaneità dopo essersi creata attraverso l’artificio del dipingere la distanza necessaria per vederla e restituire allo sguardo la densità temporale che le interfacce, nella loro reciproca impermeabilità, tendono a dissolvere.

Info:

Flavio de Marco. Screen Life
A cura di Lorenzo Balbi
1/02/2026 – 29/03/2026
Villa delle Rose
Via Saragozza 228/230, Bologna
www.museibologna.it/mambo


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