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Seminare fermento nello splendore dello scaltro e ...

Seminare fermento nello splendore dello scaltro e ardente corpo della pittura

Nel 1917 la scrittrice americana Mary MacLane pubblicò il suo ultimo volume autobiografico, tra i frammenti di parole che si susseguono come un flusso di coscienza, il corpo è descritto come portatore di simboli ossimorici: è familiare e al contempo misterioso, separato e individuale, fragile e salutare, è come un libro di poesie che andrebbe letto continuativamente.[1] Da tale visione emerge come il corpo risulti captatore di forze e raccoglitore dell’inestimabile soffio vitale che ci mantiene vivi, ma anche strumento di verifica identitaria verso il mondo, ponendosi in quell’interstizio tra la fisicità, priva di freni inibitori, e ciò che lo circonda. Proprio da questi spunti che nasce la mostra intitolata Between my flesh and the world’s fingers, parafrasi di un documentario dedicato della già citata scrittrice americana, con le opere di Grgur Akrap, Loren Erdrich, Katarina Janeckova, Jay Miriam, Marlon Wobst in programmazione presso la galleria Richter Fine Art di Roma fino al 24 gennaio 2022.

Sebbene i livelli transitivi degli artisti in mostra siano diversi, punto di comune matrice generativa è la natura imperfetta che anima il corpo, in particolare, il progetto espositivo appare esplicativo di una teoria secondo cui il mistero della scintilla creativa che risiede nell’artista si svela nell’opacità libidica-corporea, che si fa tutt’uno con i processi sensoriali, a loro volta radicati nella carne del mondo.[2] È evidente che secondo questa insolita visione l’opera diventa una rotta di contrasto tale da essere un prodotto lontano dall’armoniosa quiete, addentrandosi invece nell’avamposto più vero dell’uomo, dove le parole non si possono più esprimere. Un simile approccio fa tornare alla memoria quanto evocato dall’insurrezionale scrittore Henry Miller, il quale auspicava nel mondo un artista capace di «rovesciare i valori costituiti, fino a fare del caos che lo circonda il suo ordine, per seminare fermento e discordia».[3] Idee e pensieri questi in parte rintracciabili nell’intenso testo che accompagna la mostra, redatto dal filosofo Giuseppe Armogida, dal quale emerge il punto di un gruppo di artisti che hanno saputo «captare e tradurre in immagini […] il silenzio, che il mondo mormora, che il pensiero comune preferisce ignorare, e che essi, invece, ascoltano».

Con una figurazione visionaria, basata sull’estetica dello shock[4] intesa come processo straniante sull’immagine, le opere in mostra di Grgur Akrap (Zagabria, 1988) sono caratterizzate da una vena narrativa pregna di simbolicità. Sembra che le figure ritratte in situazioni misteriose provengano da un sogno latente a occhi aperti tali da essere volutamente imperfette, con parti incomplete sulla tela grezza e caratterizzate da lacerti di colore puro e impuro, assieme a notazioni cromatiche che in alcuni casi dividono e in altri fondono gli spazi. Tutto ciò costituisce un buon motivo per considerare l’artista come portatore di uno spiritus phantasticus[5],il cui pneuma è nello strumento dell’immaginazione di sogni e incubi. Visi in primissimo piano con vertiginosi zoom metafisici, strane creature alate che piombano sulla natura matrigna o inesplicabili atti di gruppo: in tutti i casi i dipinti sono fenomeni iniziatici di un artista che combatte con i propri demoni e la cui lingua pittorica designa lacerazioni di una emergenza soggettiva.

L’idea che il corpo possa essere misurato, tastato nella sua fisicità viene elusa nelle opere di Loren Erdrich (New York, 1978) e così il metrocorpo[6] si disfa, superando i confini fisici, restituendo una corporeità amplificata, disorganica, dispersa che rimbomba senza fine. Nelle opere di Erdrich l’Io-pelle si sfalda senza mai perdere l’essenza per scomporsi e liquefarsi: rappresentazione originata da un metodo di lavoro in cui i pigmenti grezzi e i coloranti vengono miscelati direttamente sulla tela con acqua, talché in questo modo le immagini emergono attorno al nodo del colore come dei sussulti capillari, da cui sguardi acquosi e sinceri affiorano come una confessione.

Di notevole interesse, in quanto riflessione sulla figura legata a una configurazione identitaria, sono le opere in mostra di Katarina Janeckova (Bratislava, 1988), capace di un’accanita e passionale ricerca d’amore verso il proprio corpo. La pittura di Janeckova testimonia un’energia spiazzante, dimodoché il corpo diventa portatore di una mappatura di segni determinati, quali falli e seni turgidi che spargono latte materno. La natura che anima il lavoro dell’artista risiede nel mistero della propria femminilità, sublimata a godimento e deprivato dal valore enigmatico, una esposizione schietta, ma anche affabulatoria, in altri termini, che non si discosta dalla visione della citata Mary MacLane, specie quando afferma «amo il mio corpo, come vive, respira e si muove, amo il mio corpo in quanto donna per la sua complessità sessuale».[7] Dalle opere in mostra emerge, con iconica efficacia, il loro carattere autobiografico, cifra esplicativa, ad esempio, la presenza di personaggi che indossano i tipici stivali dei cowboy in riferimento alle tradizioni del Texas, luogo dove l’artista tutt’ora vive e lavora. Tutto ciò si esprime con una pittura dallo stile distintivo, senza precedenti né eredi, volontariamente pastosa, corposa e bituminosa e accecante per la sua vitalità espressiva, mediatamente strutturata nella fantasia immaginativa dell’artista, che lascia attonito il visitatore.

Diversamente, l’opera di Jay Miriam (New York, 1990) si allontana dalla lingua libidica del corpo parlante, contraddistinguendosi per una intelaiatura di energie modellizzanti che mormorano storie dell’essere umano. Così la pittura è uno strumento utile a sondare l’attività spaziale: le figure si aprono e schiacciano come se fossero compresse tra magli potenti, sino ad assumere proporzioni geometriche. Dall’unica opera in mostra emerge un movimento della protagonista in quanto portatrice di un ritmo che si pone come una image[8], una sorta di vortice, un nodo raggiante, un grappolo visivo in cui precipitano le torsioni e tensioni di un corpo emotivo. Così il personaggio si inserisce in una spazialità basata su un sistema curvilineo, che in alcuni casi è caratterizzato da linee spezzate e sghembe, e nel cui sfondo si suturano punti di vista differenti. Questa particolare strategia visiva di uno spazio scheggiato ed esploso si esplica secondo una prospettiva bidimensionale che inghiottisce il soggetto, tale da risultare sempre asse principale della scomposizione, qui definita da pennellate ampie, e il cui contorno funge da elemento isolante.

Infine, le opere di Marlon Wobst (Wiesbaden, Germania, 1980) derivano da un atteggiamento ravvisabile secondo i dettami di una strategia ironica[9]verso la realtà, frutto indiscusso di un’intima consapevolezza volta a considerare la vita umana una parodia scherzosa. Le figure dalla corporeità statuaria, aleggiando nella magia bianca della fascinazione, spiccano quali metaforiche apparizioni monolitiche e smaglianti, racchiudendo la loro potenza rappresentativa nel gesto che assume un carattere fortemente ironico, al punto tale da essere derisorio delle ossessioni dell’uomo contemporaneo. Inoltre, le opere di Wobst trovano origine dalla percezione, che si sviluppa in uno spazio tattile-ottico, stabilendo costanti relazioni tra il corpo della figura e l’attenzione del visitatore, giacché è in esposizione un’opera dal supporto in lana infeltrita, disseminata da silhouette corporali cadenti.

Non sorprende che tali approcci abbiano toccato un simile grado di alterità la cui tenuta d’insieme risiede nella sola riflessione acuta di una pittura che ragiona sul valore del corpo in quanto materia viva, scaltra, ardente e seminatrice di fermento e splendore anche nella sua imperfezione. Così fanno eco di sonante armonia le parole di Mary Mc Lane, secondo cui il corpo è composto da organi come eterne speranze, pelli lisce come emozioni e gocce di sangue scintillanti come pensieri.[10] Sì, pensieri di una artisticità incarnata tra le dita del mondo e le cui figure se non esprimono i sussurri della mente, sono due volte morte.

Maria Vittoria Pinotti

[1] Mary MacLane, I, Mary MacLane: A Diary of Human Days, (1917), Good Press, 2019, pp. 5-6
[2] Guido Bartorelli, Lo sguardo opaco: dall’image di Ezra Pound alla visione di Stan Brakhage, in Il corpo parlante. Contaminazioni e slittamenti tra psicoanalisi, cinema, multimedialità e arti visive, a cura di Guido Bartorelli, Giovanni Bianchi, Rosamaria Salvatore e Federica Stevanin, Quodlibet Studio, Scienze della cultura, 2021, p. 320
[3] Henry Miller, Tropico del cancro, (1934), Feltrinelli, 2013, p. 211
[4] Enrico Pitozzi, Decostruire l’immagine del corpo: figure della contemporaneità, in Il corpo parlante. Contaminazioni e slittamenti tra psicoanalisi, cinema, multimedialità e arti visive, a cura di Guido Bartorelli, Giovanni Bianchi, Rosamaria Salvatore e Federica Stevanin, Quodlibet Studio, Scienze della cultura, 2021, p. 59
[5] Giorgio Agamben, Stanze, La parola e il fantasma nella cultura occidentale, Piccola Biblioteca Einaudi, 2011, p. 109
[6] Giorgio Cipolletta, Metrocorpo: una metrica del corpo fuori misura, in Il corpo parlante Contaminazioni e slittamenti tra psicoanalisi, cinema, multimedialità e arti visive, a cura di Guido Bartorelli, Giovanni Bianchi, Rosamaria Salvatore e Federica Stevanin, Quodlibet Studio, Scienze della cultura, 2021, pp. 267-269
[7] Mary MacLane, Op Cit. p. 6
[8] Guido Bartorelli, Op Cit., p. 325
[9] Jean Baudrillard, Le strategie fatali, SE edizioni, testi e documenti, 2007, p. 67
[10] Mary MacLane, Op Cit. p. 6

Info:

Between my flesh and the world’s fingers | Grgur Akrap, Loren Erdrich, Katarina Janeckova, Jay Miriam, Marlon Wobst
Galleria Richter Fine Art, Vicolo del Curato, 3, 00186, Roma
14 dicembre 2021 – 24 gennaio 2022
Orari: dal lunedì al venerdì dalle 15.00 alle 19.00, o su appuntamento
galleriarichter.com | info@galleriarichter.com | Ig: @galleriarichter

Richter Fine Art, Between my flesh and the world's fingers, installation view, Photo Credits Giorgio Benni, Courtesy the GalleryRichter Fine Art, Between my flesh and the world’s fingers, installation view, Photo Credits Giorgio Benni, courtesy the Gallery

Grgur Akrap, Boy with a golden fish, 55 x 65 cm, olio su tela, Ph. Credit Giorgio Benni, courtesy Richter Fine Art

Katarina Janeckova, Untitled, acrilico su tela, 2021, 50 x 40cm, Ph. Credit Giorgio Benni, courtesy Richter Fine Art

Loren Erdrich, Leak, tecnica mista su tela, 40 x 48 cm, 2020, Ph. Credit Giorgio Benni, courtesy Richter Fine Art

Marlon Wobst, Selfie, olio su tela, 60 x 50 cm, Ph. Credit Giorgio Benni, courtesy Richter Fine Art


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