Il “Museo del Genio” (Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio) di Roma non poteva cogliere migliore occasione per riaprire le porte al grande pubblico. Fino al 15 febbraio 2026, infatti, ospita “Vivian Maier. The Exhibition”, mostra dedicata ad una delle più grandi “fotografe di strada” del secolo scorso. Il percorso espositivo è un viaggio itinerante fra New York e Chicago, i cui vivaci quartieri catturati da Maier sono i protagonisti indiscussi.

Vivian Maier, “Armenian woman fighting on East 86th Street”, New York, NY, September 1956. Gelatin silver print, 2012, 40×50 cm, © Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof. Collection and Howard Greenberg Gallery, NY
Nata a New York nel 1926 da padre austriaco e madre francese, Vivian Maier trascorre gran parte dell’infanzia nella campagna francese, tra Saint-Julien e Saint-Bonnet-en-Champsaur. Dopo la separazione dei genitori, a 12 anni si trasferisce di nuovo a New York con la madre e il fratello. È proprio durante l’adolescenza che nasce e si consolida la passione che l’accompagnerà per tutta la vita, la fotografia. Numerosi concittadini, sia francesi sia americani, ricordano Vivian con una macchina fotografica al collo fin da ragazzina, ma solo nel 1951, dopo la vendita della tenuta di famiglia in Francia, potrà acquistarne una professionale, la Rolleiflex TLR (esposta in mostra). A New York, inizia a immortalare innumerevoli scene di vita quotidiana, votandosi alla fotografia di strada.

Vivian Maier, “Untilted”, September 1961. Gelatin silver print, 2020, 40×50 cm, © Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof. Collection and Howard Greenberg Gallery, NY
È infatti tra le vie dei quartieri suburbani che trova la maggior parte dei propri soggetti, di cui riesce silenziosamente a catturare le colorate espressioni nell’istante prima che si accorgano di lei, grazie alla fedele Rolleiflex stretta al petto. In questo periodo lavora come bambinaia per diverse famiglie americane e, durante le lunghe passeggiate nella caotica città, ritrae persone di tutte le estrazioni sociali, prediligendo le classi umili, ai margini del sogno americano, di cui racconta le abitudini attraverso l’obiettivo. Nel 1956 si trasferisce a Chicago, vicino al lago Michigan, dove lavora per la famiglia Gensburg, a cui resterà legata negli anni successivi. Qui inizia anche a sperimentare con la fotografia a colori e il suo linguaggio artistico si fonde sempre più con quello cinematografico, riuscendo a incapsulare, attraverso fulminei scatti ravvicinati, il movimento fugace delle scene riprese. La mostra, che racchiude più di 200 foto, permette di avvicinarsi alle diverse fasi del lavoro di Maier, dagli svariati ritratti ambientati nella New York anni ʽ50, ai paesaggi invernali (e non solo) catturati con sapiente occhio tecnico, dagli intensi autoritratti, al crescente interesse per dettagliati primi piani di svariati oggetti, come scarpe, giornali, cappelli, indumenti, ma anche di elementi naturali, come fiori, alberi, laghi.

Vivian Maier, “Central Park”, New York, NY, September 26, 1959. Gelatin silver print, 1959, 25,3×20,4 cm, © Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY
Nel periodo newyorkese, ospitato dalla prima sala, troviamo Vivian agli angoli delle strade, nascosta tra la gente, che rivolge la propria macchina fotografica verso donne in pelliccia, uomini col cilindro in completo da lavoro, bambini che giocano spensierati, ma anche verso alcuni simpatici anziani. Dei vari personaggi riesce a cogliere la naturalezza, la serenità delle loro attività ordinarie, attraverso istantanee che non si intromettono nelle loro vite ma vi si accostano in silenzio. Ciò che conta è provare a catturare quegli attimi che passano inosservati al ritmo frenetico della città, quel brusio di sottofondo che accomuna le vite di milioni di uomini e che pure resta indecifrabile. Attraversando i quartieri più movimentati e giovanili, Vivian fotografa coppie innamorate di cui trattiene la vivacità e la complicità degli sguardi, decidendo spesso di valorizzare alcuni dettagli, come le mani che per un attimo si sfiorano, o un braccio che cinge la vita. Ogni gesto immortalato, in un delicato equilibrio tra timidezza ed esuberanza, permette di accostarsi alle storie inespresse e misteriose delle persone, di cui si percepisce la densità emotiva. Proprio l’impossibilità di svelarle le rende interessanti, fa sì che guardarle non sia mai banale.

Vivian Maier, “New York”, NY, October 18, 1953. Gelatin silver print, 2012, 40×50 cm, © Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY
Nella sezione dedicata agli scatti a colori, perlopiù del periodo a Chicago fra gli anni ʽ60 e ʽ70, i luoghi privilegiati da Maier sono i quartieri operai, i parchi pubblici e diverse spiagge, dove passa molto tempo insieme ai bambini, accompagnata dalla nuova Leica 35mm, pure esposta in mostra. Ogni colore veicola sensazioni differenti, permettendo quasi di percepire l’intensità delle atmosfere e di ascoltare le voci della città animata. Una delle sezioni più evocative del percorso espositivo ospita invece gli autoritratti, oltre a essere particolarmente interessante dal punto di vista delle tecniche di composizione fotografica. In quasi tutti gli scatti, infatti, soprattutto in quelli del periodo newyorkese, Maier riesce a sfruttare i giochi di luce e ombra creati dagli specchi di fronte ai quali si ritrae, ruotando il viso a seconda dell’effetto chiaroscurale che intende ottenere. La maggior parte di questi è ambientata in strada, spesso sono le vetrine dei negozi a riflettere la sua immagine in abiti da lavoro, sempre molto ordinata. Anche le espressioni della diretta interessata, così come quelle della gente da lei immortalata, appaiono misteriose, ci illudono per un attimo di poter carpire qualcosa della sua personalità, che rimane però racchiusa in sguardi indecifrabili. Durante gli anni ʽ70 e ʽ80 gli autoritratti si fanno ancora più enigmatici, spesso mostrando solo l’ombra della sua figura accompagnata da alcuni oggetti. È verso la fine della vita di Maier, infatti, che la sua fotografia inizia a incupirsi, riflettendo la sua difficile condizione psichica. Sono sempre più frequenti gli scatti a diversi oggetti, che immortala in modo compulsivo. Verso la fine degli anni ʽ80, infatti, inizia a soffrire di un disturbo d’accumulo che la porterà a isolarsi sempre di più, fino alla morte nel 2009. Tutti i suoi scatti, più di 120.000, alcuni dei quali non sviluppati, nonostante i diversi tentativi di Maier di fare della fotografia un mestiere rimarranno ignoti per tutta la sua vita, fino a quando, nel 2007, lo studente di storia John Maloof, appassionato di fotografia, acquistò all’asta una serie di rullini e negativi contenuti in un magazzino di Chicago, ridando nuova vita alla sua opera.

Vivian Maier, “Self-Portrait”, New York, NY, 1953. Gelatin silver print, 2012, 40×50 cm, © Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY
Nonostante alcune fonti abbiano descritto Maier come distaccata e fredda, è impossibile non notare il trasporto con cui si accosta alle scene che sceglie di immortalare. Viene spontaneo chiedersi se quella sua passione così totalizzante non fosse altro che un tentativo di ridurre la distanza fra sé stessa e gli altri. È come se avesse cercato, per tutta la sua vita, di mettere insieme il puzzle del reale, di provare a comprenderne l’enigma, ed è forse stata proprio la sua condizione di persona qualunque a permetterle di vedere ciò che altri non riuscivano. Osservando queste fotografie e passeggiando per le sale della mostra, tuttavia, non si ha mai la sensazione che Vivian fosse soltanto una semplice bambinaia. Ci si ritrova ad ascoltare una sinfonia multiforme che scaturisce dall’urbano e dall’ordinario, in cui ogni scena raccontata e vissuta, ogni dettaglio caratteristico, ogni personale emozione, contribuiscono a rendere più ricca la composizione sonora, restituendoci un quadro peculiare della pulsante vita urbana, un’immagine unica e profondamente umana del reale.
Giulia Minenna
Info:
Vivian Maier. “The Exhibition”
A cura di Anne Morin
31/10/2025 – 15/02/2026
Istituto storico e di cultura dell’arma del Genio
Lungotevere della Vittoria 31, Roma
www.arthemisia.it

is a contemporary art magazine since 1980



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