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Sostare sulla soglia: l’arte liminale di Moh...

Sostare sulla soglia: l’arte liminale di Mohammed El Hajoui allo Studio la Linea Verticale

Nella sottile intercapedine che separa un luogo da un altro si manifesta qualcosa di essenziale: il sorgere di quella tensione trasformativa tra appartenenza e distacco che prelude l’atto di aprirsi all’ignoto, a sua volta premessa ineludibile di ogni incontro autentico. Se la soglia – atba in arabo – segna il confine tra ciò che conosciamo e ciò che potremmo scoprire[1], la porta si configura come diaframma simbolico per eccellenza, oltrepassando il quale l’identità accetta di lasciarsi contaminare dal mistero dell’alterità. Emblema universale di accoglienza, la porta rimarca anche la separazione tra un dentro e un fuori potenzialmente ostili, ricordandoci come ogni attraversamento implichi l’accettazione dell’imprevisto. Per Mohammed El Hajoui, cresciuto tra Italia e Marocco, l’interrogazione della soglia intesa come dispositivo di trasformazione è il nucleo generativo di un processo concettuale di matrice autobiografica alimentato dall’incessante rielaborazione della sua doppia appartenenza culturale, che utilizza tale condizione interstiziale come fondamentale risorsa espressiva. Queste riflessioni sono anche al centro della mostra Finito-Atba-Infinito, la sua prima personale alla giovane galleria di ricerca Studio la Linea Verticale di Bologna.

Mohammed El Hajoui, “Finito-Atba-Infinito”, installation view, courtesy Studio la Linea Verticale, Bologna

Mohammed El Hajoui, “Finito-Atba-Infinito”, 2025, installation view, courtesy Studio la Linea Verticale, Bologna

Le opere su carta e tela che accolgono il visitatore nella prima sala appaiono come prodigiose architetture di luce e vuoto intagliate a mano con un bisturi che non ammette errori, inseguendo gli andamenti di una grafica geometrica esponenziale in cui convergono rigore matematico e scansione del tempo interiore. I pattern astratti riprodotti dall’artista, desunti dalla tradizione decorativa islamica del Maghreb e del Medio Oriente, non sono mai citazioni didascaliche, ma libere riscritture personali, dove motivi provenienti da culture diverse si intrecciano per dare forma a un linguaggio sincretico. All’origine delle scelte cromatiche di questi lavori troviamo impressioni visive cariche di valenza affettiva, come il celeste delle pareti delle case marocchine della sua infanzia, il giallo di un altro appartamento in cui l’artista ha vissuto, il nero che custodisce il segreto dei santuari islamici visitati da bambino. La virtuosistica tridimensionalità degli spessori ritagliati istiga lo sguardo a penetrare oltre la griglia di quegli intrecci delicati e conduce il ragionamento a interrogarsi sul loro duplice statuto di aperture e barriere. Le porte di El Hajoui sono elegantissimi miraggi a bassorilievo capaci di cristallizzare l’imminenza di un attraversamento da compiere in solitudine e il senso di sospensione che lo precede.

Mohammed El Hajoui, “Finito-Atba-Infinito”, installation view, courtesy Studio la Linea Verticale, Bologna

Mohammed El Hajoui, “Finito-Atba-Infinito”, 2025, installation view, courtesy Studio la Linea Verticale, Bologna

Il cuore pulsante della mostra si svela nella seconda sala della galleria, uno spazio raccolto, assimilabile in questo nuovo assetto provvisorio a una cripta luminosa. Qui l’artista trasforma il pavimento in un grande tappeto effimero realizzato con polveri colorate, al centro del quale una porta monumentale (la versione scultorea dei trafori della prima sala) si erge come un monolite inaccessibile. L’installazione, intitolata Radici, richiede ai visitatori un atto di fede: camminare ai margini accettando di essere messi alle strette nel risicato corridoio dove il colore non è stato depositato, sfiorare il perimetro del lavoro senza potervi accedere, negoziare a distanza la propria relazione con l’opera. Qui il lavoro di El Hajoui rivela appieno la sua natura paradossale e utopica: la perfezione dei pattern geometrici creati dal pulviscolo cromatico, risultato di ore di lavoro meticoloso e della reiterazione di gesti codificati come quelli di un rituale, trova il proprio compimento proprio nella dissoluzione finale. La polvere, materiale povero e volatile, è infatti destinata a essere progressivamente scomposta dal passaggio del pubblico, che per tutta la durata della mostra diventerà agente attivo dell’opera modificandone la configurazione.

Mohammed El Hajoui, “Finito-Atba-Infinito”, installation view, courtesy Studio la Linea Verticale, Bologna

Mohammed El Hajoui, “Finito-Atba-Infinito”, 2025, installation view, courtesy Studio la Linea Verticale, Bologna

Oltre alla preziosità della sua bellezza, il rarefatto paesaggio mentale evocato da quest’installazione esprime nei suoi elementi costitutivi una complessa stratificazione simbolica. Anzitutto, nella cultura marocchina il tappeto è il luogo dove si dorme, si prega e si accolgono gli ospiti: più che un oggetto è un testimone che attraversa le generazioni incorporandone le memorie. In secondo luogo, il movimento circolare attorno alla porta centrale non può fare a meno di evocare il tawaf, la circumambulazione rituale della Kaaba, qui secolarizzata come esperienza estetica e concettuale. I visitatori, inconsapevoli pellegrini laici, girando intorno all’enigmatico fulcro scultoreo, creano una coreografia collettiva involontaria, dove la dimensione individuale e quella comunitaria si sovrappongono. Infine, l’attitudine meditativa richiesta dall’opera ha origine nel suo stesso processo di realizzazione, compiuto attraverso gesti che ricordano la prosternazione rituale della preghiera: abbassarsi, posizionare gli stencil con precisione millimetrica, agitare il setaccio per spargere la polvere, alzarsi, spostarsi di pochi centimetri, abbassarsi ancora.

Mohammed El Hajoui, “Finito-Atba-Infinito”, installation view, courtesy Studio la Linea Verticale, Bologna

Mohammed El Hajoui, “Finito-Atba-Infinito”, 2025, installation view, courtesy Studio la Linea Verticale, Bologna

Il finito nella circoscrizione ossessiva del dettaglio, l’infinito nella moltiplicazione inarrestabile del modulo, e tra questi due estremi tra cui l’artista fa la spola, atba, lo spazio liminale dove tutto è possibile e il confine tra sé e l’altro si fa permeabile. Le opere di Mohammed El Hajoui aprono coinvolgenti interrogativi su questioni di appartenenza e autorappresentazione, sulla dialettica tra controllo e abbandono, sulla continuità delle forme nel tempo. Sono inviti a sostare sulla soglia, a guardarsi intorno prima di decidere se entrare o restare fuori, suggerendo che forse è proprio su quella linea di confine che si gioca l’esistenza. In occasione dell’ultima settimana della mostra, dal 26 al 28 novembre 2025, il pubblico sarà invitato a partecipare, camminando sul tappeto effimero, all’attivazione dell’opera Radici di Mohammed El Hajoui, un intervento che porterà alla sua trasformazione finale.

[1] *La parola “Atba” prova a trasferire in una sonorità italiana l’espressione “3atba”, con cui nel linguaggio digitale o nel parlato arabo informale viene traslitterata la parola عـــــــــتـــــبـــــة, cioè “soglia”. Il numero 3 viene usato per rappresentare la lettera araba ع’) ʿAyn), un suono gutturale senza corrispettivo in italiano.

Info:

Mohammed El Hajoui. Finito-Atba-Infinito
24/10/2025 – 29/11/2025
Studio la Linea Verticale
Via dell’Oro, 4, Bologna
www.studiolalineaverticale.it


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