Nella fotografia di Santi Caleca c’è una donna bionda quasi quarantenne che sorride con un paio di infradito in mano in via Giulia a Roma: è Letizia Battaglia e siamo nel 1972. Può sembrare una semplice fotografia ed è invece un’immagine che reca in sé un elemento che contraddistinguerà le vicende umane e professionali di Letizia Battaglia: un coraggio tipicamente femminile (nomen omen). Santi Caleca è in quegli anni il compagno della fotografa che aveva (primo atto di coraggio) divorziato dal marito e anche, in via temporanea, da Palermo, per iniziare una nuova vita sotto il segno dell’ottava arte (secondo atto di coraggio che ripeterà sempre: «sono diventata fotografa a trentanove anni» e «finalmente mi appartenevo»).

Santi Caleca, “Letizia in via Giulia”, 1972, © Santi Caleca, courtesy Museo Civico San Domenico, Forlì
L’opera 1970-2020 è, infatti, il titolo della grande retrospettiva dedicatale dal Museo Civico San Domenico di Forlì che ripercorre tutta la carriera di Letizia Battaglia, grazie a un percorso cronologico integrale e soprattutto sorprendente perché si scopre che Letizia Battaglia fu Palermo ma non fu soltanto Palermo. Realizzata con la curatela di Walter Guadagnini e in collaborazione con l’Archivio Letizia Battaglia, l’esposizione si snoda attraverso più di 200 immagini che compongono un luminoso mosaico dell’attività professionale e delle esperienze più personali della fotografa. Un mosaico totalmente in bianco e nero suddiviso in sette capitoli (più una stanza divulgativa) che, tra le costanti riconoscibili, hanno quella di avvicinarci alle sue fotografie seguendo un suo mantra: tutto deve essere fotografato «da molto vicino, a distanza di un cazzotto o di una carezza».

Letizia Battaglia, “L’opera: 1970-2020”, installation view at Museo Civico San Domenico, 2025. Ph. Emanuele Rambaldi, courtesy Museo Civico San Domenico, Forlì
Chi è legittimamente abituato agli scatti di Letizia Battaglia ambientati a Palermo durante le guerre di mafia, rimarrà sorpreso nel vedere che la fotografa abbia iniziato come giornalista e reporter dei costumi sociali. L’esordio fotografico, avvenuto come si è visto ben più che trentenne, riguarda scatti e articoli, realizzati a quattro mani con il suo compagno Santi Caleca anch’egli fotografo, soprattutto a Milano. È un passaggio importante nella vita di Letizia Battaglia, ben al di là del dato di cronaca e anagrafico: a Palermo, la giovane e bella adolescente era reclusa in casa da un padre geloso e protettivo e quindi una via di fuga negli anni ʽ50 poteva essere il matrimonio. Ma, come racconta in prima persona la fotografa, il matrimonio fu un fallimento in termini di costruzione della coppia e, pertanto, Letizia Battaglia raggiunge l’agognata libertà personale con un altro uomo (Caleca) e in un’altra città (Milano). Non manca, nello stile fotografico e anche negli articoli redazionali, la critica al perbenismo sociale e l’auspicio di una vera e propria rivoluzione al femminile dei costumi. E ancora, come si può vedere nella striscia di immagini dedicate alle assemblee operaie o ai circoli culturali milanesi, in presenza di Dario Fo, Franca Rame o Pier Paolo Pasolini, il fascino che su di lei emanano le idee culturalmente progressiste unite a quella sensazione di dover vivere controcorrente.

Letizia Battaglia, “Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile, sul luogo di un omicidio a Piazza del Carmine. Palermo”, 1978, © Archivio Letizia Battaglia, courtesy Museo Civico San Domenico, Forlì
L’esordio nella fotografia di stampo giudiziario avviene a Genova nel 1974 (a trentanove anni, come già ricordato), con alcune immagini del processo a Nico Azzi, militante milanese della galassia terroristica di estrema destra. L’anno successivo una grande svolta: il rientro a Palermo nella redazione de L’Ora, quotidiano progressista e fortemente impegnato sul tema dell’antimafia. A proposito di questo ruolo, così dichiarava: «Vado incontro alla città, alla Palermo dei vicoli, con tutte le sue contraddizioni e con la mia Pentax da duecentomila lire al collo». Iniziano a essere pubblicate le prime foto stile Battaglia, che raffigurano gli abitanti delle case fatiscenti e povere del centro storico di Palermo, con presenti anche tanti bambini smagriti dalla fame e dalla povertà, madri umili e scapigliate da una quotidianità impregnata di degrado, bambini lavoratori che non hanno mai conosciuto una classe scolastica, neonati con le dita morse dai topi, tutti fotografati da Letizia Battaglia che entra nelle loro case, «facendosi sempre riconoscere». Dalla Milano dell’affermazione culturale e della avanzante rivendicazione di libertà sessuale, Letizia Battaglia è catapultata nella sua infanzia, vista però con lo sguardo, il diaframma, la luce e il tempo di una donna matura. Se la posa dei protagonisti delle sue fotografie ambientate a Milano è quella di chi sorride e rivendica con sguardo irriverente le conquiste sociali, a Palermo l’attitudine di chi è ritratto in foto è contrassegnata da assenza di futuro. Eppure, la fotografa strappa da sé la vanità e si avvicina a queste persone a distanza di carezza, come affermato nei suoi principi.

Letizia Battaglia, “L’arresto del feroce boss mafioso Leoluca Bagarella”, Palermo, 1979, © Archivio Letizia Battaglia, courtesy Museo Civico San Domenico, Forlì
La terza sezione di questa mostra, comprendente le fotografie di mafia a cavallo tra la decade ʽ70 e quella ʽ80 è di sicuro la parte di percorso professionale di Letizia Battaglia più conosciuta. Scorrono come in un film al rallenty i corpi immobili e a terra dei tanti morti ammazzati durante le ripetute guerre di mafia che hanno sconvolto Palermo. «Non solo ero l’unica donna fotografa al giornale L’Ora, ma anche l’unica fotografa donna e, quando mi recavo sulla scena dei delitti, il cordone mi bloccava impedendomi di passare», dichiara nel video che, poco prima della fine del percorso espositivo, accompagna la mostra. «Mi mettevo a urlare e mi facevano passare. Dopo un po’ di tempo, passavo grazie alla complicità di Boris Giuliano», che divenne un po’ soggetto involontario di numerose fotografie di Letizia Battaglia, fino a quando anch’egli fu ucciso da Leoluca Bagarella (a sua volta fotografato con espressione rabbiosa). Si sa da altre testimonianze in presa diretta che Letizia Battaglia non volle fotografare il corpo del Capo della Squadra Mobile di Palermo «per non voler mostrare alla mafia quel corpo indebolito dall’assassinio»

Letizia Battaglia, “Il giudice Giovanni Falcone ai funerali del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia”, Palermo, 1982, © Archivio Letizia Battaglia, courtesy Museo Civico San Domenico, Forlì
La professione incrocia l’impegno diretto nel mondo dell’antimafia con Giovanni Falcone, il giudice Cesare Terranova, con riferimenti a Peppino Impastato, la cui madre Felicia ha sempre dichiarato fosse una donna molto coraggiosa (ritorna l’aggettivo un po’ leit motiv) per essere stata capace di lasciare l’universo mafioso, e soprattutto con la fotografia dell’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella che solleva il corpo dell’allora presidente della Regione Sicilia, e fratello, Piersanti. Usa il grandangolo e quindi ad alcune fotografie conferisce un’inattesa connotazione artistica, richiamando – senza volere – elementi dell’estetica di Mario Giacomelli e di altri fotografi d’arte, anche grazie al sempiterno uso del bianco e nero. La documentazione di questa mattanza quotidiana è impreziosita da didascalie – di prima mano – che sono tutti tasselli di un mosaico storico, sociale e politico che sembra senza speranza.

Letizia Battaglia, “Quartiere Cala. La bambina con il pallone”, Palermo, 1980, © Archivio Letizia Battaglia, courtesy Museo Civico San Domenico, Forlì
Infatti, la quarta sezione della mostra si allontana dalle immagini di mafia per esaltare la capacità di Letizia Battaglia di raccontare Palermo e la Sicilia, attraverso scatti che riprendono momenti di devozione popolare e religiosa, festosi, grotteschi (del resto, è di lunga data la sua amicizia con Franco Moresco, regista palermitano del bianco e nero surreale insieme ), personalità famose come Leonardo Sciascia, Goffredo Fofi, Mauro Rostagno e, persino, esponenti della Palermo bene dal vago sapore gattopardesco. Ma l’impronta della fotografa torna di nuovo vigorosa nelle fotografie che ritraggono gli amati vicoli fatiscenti del centro storico. I ragazzini con in mano pistole o palloni da calcio diventano i soggetti preferiti dal suo sguardo, e le fotografie riprendono la tragica luminosità degli anni precedenti. «Nessuno buttava mai la palla verso di loro, io lo feci molte volte e in una occasione il pallone fu preso da una magnifica ragazzina con il sogno del futuro impresso nei suoi bellissimi occhi»: nasce così la superba fotografia della bambina del quartiere della Cala con un pallone nella mano destra mentre il braccio sinistro si erge orizzontale al di sopra della testa. L’attività da fotografa, in questo periodo, è accompagnata dalla fondazione di una rivista di cultura, Grandevu, il cui sottotitolo era “Grandezze e bassezze della città di Palermo” che riassume splendidamente il rapporto tra la fotografa e l’amata e odiate città (oltre che il gusto per i giochi linguistici, grandeur + rendez-vous).

Letizia Battaglia, “Via Pindemonte. Festa di Carnevale all’ospedale psichiatrico”, Palermo, 1986, © Archivio Letizia Battaglia, courtesy Museo Civico San Domenico, Forlì
«Gli innocenti e i bellissimi pazzi di Palermo» sono i protagonisti di un progetto fotografico e umano molto interessante, portato avanti dalla fotografa sempre nel tentativo di allontanarsi dal timbro di fotografa di mafia. Come aveva sempre fatto in passato entrando nelle case dei vicoli del centro storico, analogamente Battaglia entra nelle stanze e negli spazi comuni della Real Casa dei Matti di Palermo, regalandoci fotografie dalla prossimità elevata a suprema potenza. I volti e i corpi dei pazienti della struttura sono catapultati verso lo sguardo dell’osservatore con un carico di sofferenza misto a stupore involontario, con risultati che riescono a includere elementi estetici e artistici richiamando calde figure felliniane.

Letizia Battaglia, “Lizzie in uno shelter nella 47th. New York, USA”, 1985, © Archivio Letizia Battaglia, courtesy Museo Civico San Domenico, Forlì
Iniziano ad arrivare i primi, meritati riconoscimenti internazionali e, in concomitanza, la fotografa si dedica a nuovi progetti, fotografici, politici e culturali. Turchia, Egitto, Jugoslavia, URSS, Madrid, Scozia, Irlanda, New York e Texas sono alcune mete dei viaggi internazionali degli anni ʽ80, eppure lo stile rimane inconfondibile: i bambini raffigurati ricordano gli angoli meno fortunati di Palermo e le persone ritratte nei momenti felici richiamano la gioia delle feste siciliane. A Palermo, la sua radice invincibile, Letizia Battaglia si immerge in politica durante il cosiddetto periodo della primavera di Palermo, crede fortemente nel progetto di un Centro Internazionale di Fotografia nel cuore della Zisa, fonda un’altra casa editrice, interamente al femminile, Mezzocielo (di cui sono esposti alcuni volumi editoriali nella sala che include anche un intenso video sulla fotografa).

Letizia Battaglia, “L’opera: 1970-2020”, installation view at Museo Civico San Domenico, 2025. Ph. Emanuele Rambaldi, courtesy Museo Civico San Domenico, Forlì
Siamo in piena decade duemila e Letizia Battaglia continua a documentare la sua città e soprattutto i suoi protagonisti, oscillando tra una rinnovata passione civica, il consueto sguardo sui più piccoli e un ritorno alle origini milanesi con nuovi nudi femminili. È impossibile dimenticare da dove si proviene e, dunque, la fotografa ci regala un superbo ritratto di Rosaria Schifani, la vedova dell’agente Vito morto nell’attentato a Giovanni Falcone e divenuta mediaticamente celebre per la sua commovente ‘omelia’ durante i funerali dei cinque martiri di Capaci. Verticale e quasi sezionato in due, lo sguardo pieno di silenzioso dolore e soprattutto di luminosa dignità della signora Schifani può suggellare i cinquant’anni di attività di Letizia Battaglia. La mostra è accompagnata dall’omonimo catalogo edito da Dario Cimorelli Editore.
Info:
Letizia Battaglia. L’opera 1970-2020
18/10/2025 – 11/01/2026
Museo Civico San Domenico
Piazza Saffi, 8 – Forlì
mostrefotograficheforli.it

Sono Giovanni Crotti, classe 1968, e mi sento in dovere di ringraziare la scrittura perché sospinge la mia vita. Coltivo dentro di me moltitudini che mi portano a indagare, conoscere, approfondire ogni espressività culturale e creativa, per poi scriverne cercando sempre di essere chiaro e documentato nei contenuti.



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