Stefano Serretta. Svuotare tutto è un atto d’amore

In occasione della mostra Shoegaze, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma, Stefano Serretta si concede a Juliet per un’intervista.

 Se vuoi, inizia ad accennarmi qualcosa su come nasce questo progetto.
Il progetto è cominciato con una lunga immersione nel mondo delle piattaforme di comunicazione online usate da comunità eterogenee spesso raggruppate sotto l’etichetta di alt-right. Questa infosfera scivolosa, spesso sottovalutata a causa della sua apparente innocuità, rappresenta un luogo di incubazione di discorsi e pratiche che, a partire dalle periferie di internet, si insinuano nel cuore della comunicazione politica contemporanea. Dopo averne masticato l’immaginario visivo e verbale – prodotto di una cultura pop mescolata a esoterismo nerd – ho cercato di restituire con maggiore immediatezza espressiva le mie sensazioni relative a quello che è oggi lo spazio egemonico di formazione del sentimento pubblico contemporaneo. Per far questo ho recuperato tattiche e strategie stradaiole e antagoniste che fanno parte del mio background, da un certo tipo di approccio al disegno all’uso visivo della parola, alla lettura dello spazio architettonico. Il giornale funziona tanto come strumento per intervenire ambientalmente sull’architettura quanto come supporto sul quale offrire un apparato visivo in bilico tra reale e verosimile.

Potere e comunicazione sono uniti da cavi non del tutto invisibili, dove viaggiano forze di varia natura e messaggi. Condutture, che forse hai attraversato esplorando zone ombrose del web. È da qui che prende avvio Relapse?
Si è trattato più che altro di risalire la corrente per indagare la relazione causale tra azioni online e conseguenze offline. La mia è ancora una generazione di nativi-analogici ed è cresciuta parallelamente alla rivoluzione digitale. Seppure vicino, mi sento molto lontano dal modo di pensare e interagire con la macchina di un nativo-digitale, e questo non manca di crearmi un notevole spaesamento. Allo stesso tempo, si tratta di un medium per me più interessante in relazione all’uso che ne viene fatto, ai contenuti visivi e testuali che crea, non c’è giudizio etico a priori. I terremoti mentali e le psicosi che l’avvento dei social hanno generato a livello collettivo sono sotto gli occhi di tutti, ormai da tempo. La cosa meno evidente è che molte delle immagini che finiscono per essere riprodotte memeticamente sui social più mainstream e che hanno un ruolo attivo nella creazione di consenso sono sviluppati in luoghi alla portata di tutti (vedi le discussioni board /pol/ di 4chan e 8chan tra i tanti) ma ancora non così esplorati. Comunità che vivono dell’adagio «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.». Viviamo nell’epoca del verosimile pirandelliano, più vero del vero, e le conseguenze sono allo stesso tempo politiche e economiche. Andrew Anglin festeggiava il ruolo dei troll nell’ascesa di Trump, Gianluca Lipani faceva soldi diffondendo il panico attraverso bufale.

Ci stai parlando di un fallimento?
Il fallimento è più che altro un pretesto per instaurare un rapporto dialettico con l’edificio da un punto di vista architettonico e istituzionale. Lo svuotamento che crea e di cui è conseguenza è solo presunto e apparente, diventa quasi subito, osservando l’intervento dall’interno, spazio di riflessione entro cui strutturare una distanza (o una vicinanza) con il pieno della narrazione che si sviluppa sulle vetrate.

Come ti sei rapportato con lo spazio, una struttura progettata da Gio Ponti?
Durante il primo sopralluogo sono rimasto subito affascinato dalle diverse anime che popolano la splendida struttura fortemente voluta da Carlo Maurilio Lerici, dentro la quale è condensato un po’ tutto il meglio della produzione di Ponti fino a quel momento. Dalla superleggera ai mobili creati su misura per arredare le stanze, dalla biblioteca all’auditorium, è stato fortemente ispirante percepire un’aura di sospensione che situa quello spazio su una incerta linea temporale, e che mi ha permesso di riflettere sulle sue possibilità perdute. Ricollegandomi alla tua domanda precedente, il fallimento è quello della mitologia di cui (e in cui) viveva Ponti. Un fallimento insito in ogni epoca e pensiero, disciplina o filosofia che si confronti con l’incessante scorrere della Storia. Da qui la decisione di svuotare tutto, di asciugare all’osso, un gesto che è anche in un certo senso un atto di cura e d’amore, come l’eviscerazione di un corpo da mummificare.

Provocato dall’affermazione del discorso del capitalista, l’uomo del presente appare sprovvisto di un centro e poco, se non per nulla, in grado di ereditare. Intendo questo termine non nel senso di un ripiegamento sul passato, ma di una ripresa, come Kirkegaard spiegava che si trattava di “retrocedere avanzando”. Ritieni che oggi sia in corso una codificazione di un linguaggio nuovo, di una diversa struttura simbolica priva dei supporti morali e ideologici presenti nei periodi storici che ci hanno da poco abbandonato? E in che modo il disegno è stato utile allo sviluppo delle tue ultime analisi?
Sicuramente è forte la tentazione di intravedere in questo ciclo politico un ritorno in forma di serissima farsa di ideologie del secolo scorso. In Relapse ho posto particolare attenzione su un punto: quando parliamo di comunicazione sviluppata sulle piattaforme sociali il mezzo è realmente il messaggio. Il messaggio del mezzo digitale è che le reti si formano individualmente e altrettanto individualmente vengono smantellate o ristrutturate. Il cinismo nichilista – codificato in umorismo più malvagio che nero – è la cifra di una comunità che si autorappresenta come “agente del caos nella società contemporanea”. Le pagine del giornale sono popolate di personaggi ritratti in pose grottesche e in risate estreme, ai limiti del pianto, come fossero intrappolati in una sorta di allucinazione collettiva. Si tratta di sciami eterogenei in cui il risentimento identitario ha sostituito la solidarietà sociale e il cui unico volatile fondamento è la volontà individuale. Il disegno è stata una reazione immunitaria, come se dopo tanta ricerca sentissi la necessità di fare un passo indietro (o in avanti) rispetto all’analisi.

Info:

Stefano Serretta. Shoegaze
a cura di Vasco Forconi
13 giugno – 27 settembre 2019
Istituto Italiano di Cultura Stoccolma
Gärdesgatan 14, 115 27, Stoccolma

Shoegaze. Stefano Serretta, IIC, 2019

Shoegaze. Stefano Serretta, installation view. Foto Jean-Baptiste Béranger, courtesy Italian Cultural Institute of Stockholm

Shoegaze. Stefano Serretta, installation view. Foto Jean-Baptiste Béranger, courtesy Italian Cultural Institute of Stockholm