Studio visit #7: Santissimi

Erika Lacava: Il format “Studio Visit” intende indagare l’aspetto metodologico del lavoro dell’artista e il suo rapporto con lo studio. Che tipo di studio avete e che funzione ha per voi? È solo un luogo di lavoro o anche di ritrovo?
Santissimi: Il nostro più che uno studio è una sala operatoria, un’officina, una sartoria. In sintesi un ambiente esecutivo, ed è per questo che sin da subito l’abbiamo chiamato laboratorio. Essendo una zona puramente lavorativa, non è un luogo aperto in cui poter dialogare con altre persone: è uno spazio asettico e funzionale alla realizzazione delle opere. Abbiamo aperto il laboratorio al pubblico ma in periodi in cui non stavamo lavorando. Occasionalmente sono venuti a trovarci amici, collezionisti e galleristi ma in questi casi lo spazio è più una zona franca, perché allestito con opere e angoli di riflessione che cerchiamo d’integrare all’ambiente di lavoro, piuttosto che il nostro habitat. Si trasforma in luogo di rappresentanza e curatela.

Nel vostro studio ci sono divani, zone di relax e progettazione o solo gli attrezzi utili alla realizzazione materiale dell’opera?
Essendo un laboratorio a tutti gli effetti, al suo interno non ci sono divani. C’è qualche sedia puramente funzionale e grandi tavoli che vengono spostati qui e lì per esigenze pratiche. Lungo le pareti scaffali con attrezzi da lavoro come silicone, colori, resina, gessetti, colori ad olio, ma anche viti, trapano, saldatore, troncatrice ecc. Cerchiamo di dedicare poco tempo al progetto e al pensiero delle opere. Tutto parte da una visione, da un’immagine che cerchiamo di seguire, ma puntualmente durante il processo di realizzazione tutto ciò che le parole avevano espresso, tutte le idee che avevamo deciso di riflettere vengono immancabilmente sottratte dalle esigenze pratiche. L’opera ha sempre avuto la meglio su di noi, è sempre un passo avanti, non c’è niente da fare. Quando iniziamo a metterci mano diventa sempre altro rispetto alle nostre intenzioni, permettendoci di conoscere nuovi mondi, compreso il nostro piccolo, e quell’urgenza che credevamo essere nostra in realtà è parte di un sistema più grande. Questa non è letteratura, è quello che realmente ci accade quando realizziamo un’opera: abbiamo sempre la sensazione di perderla di vista, di non averne il controllo, di avere qualcosa d’altro tra le mani che dobbiamo semplicemente assecondare. Per questo motivo abbiamo imparato a non definire in anticipo e nemmeno a dare alla tecnica la superiorità decisiva. Diciamo che gestiamo a metà quello che accade.

Avete un magazzino separato o le opere convivono con il processo di creazione delle nuove?
Non amiamo tenere le nostre opere in laboratorio: una volta terminate cerchiamo loro riparo dai nostri giudizi, che sarebbero ingombranti e prepotenti sia nello spazio fisico e sia in quello metafisico. Abbiamo un magazzino, mai abbastanza grande, che le contiene nei loro imballaggi, così da essere sempre pronte a partire.

Siete nati come duo nel 2009 da percorsi di studi differenti. Come si è evoluto nel tempo il vostro rapporto come soggetto unico di produzione? Frequentate lo studio sempre insieme o anche singolarmente? Siete più metodici o irregolari?
Sara Ranzetti: La nostra frequenza in laboratorio è costante e quotidiana; andiamo separatamente ma ci troviamo spesso insieme. Abbiamo un approccio molto diverso io e Antonello. Lui è più regolare e metodico, è un vero alchimista: riesce a trasformare la materia in sempre nuove soluzioni. Io invece sono più istintiva e meno disciplinata, astratta nelle mani del sensibile. Nel tempo, questo nostro esser così è stato sempre più chiaro e radicale: l’opera non è altro che la figlia legittima di queste alterità. È come se lei, confusa tra le parti, prendesse in mano la situazione portando a termine il compito e lasciando a noi la sensazione che si auto-generi.

Cosa ne è stato del vostro lavoro durante il periodo di lockdown?
Durante il lockdown ci siamo visti esattamente come prima: viviamo nello stesso paese ma in due case separate e il laboratorio era per noi il luogo d’incontro. Abbiamo parlato tanto in quel periodo e avevamo la sensazione di vivere in un posto più simile a noi per il fatto che fuori non c’era nessuno. La supremazia di tutto ciò che non era umano ci faceva sentire a casa. Gli alberi, le foglie, la polifonia degli uccelli, il silenzio del cielo, le strade come linee impercorribili, le distanze nuovamente lontane. L’uomo si era ridimensionato a essere una cosa tra le cose, e anche morire sembrava più normale che mai. Avevamo la sensazione di avere la legge morale sempre più dentro di noi e il cielo stellato sembrava essere sempre più prossimo. Eravamo sospesi. Tenuti dall’alto a guardare in basso, ritornare a esser tutti figli e non più padri, specie tra le specie e, a ripetermi, cosa tra le cose”.

I Santissimi sono un duo artistico di origini sarde costituito da Sara Renzetti (1978) e Antonello Serra (1977), formatisi a Firenze rispettivamente in Pittura e Architettura. I Santissimi definiscono le loro opere come possibili figure dell’eccesso, esercizi della mente, poesie visive, selfie percorribili sulla caducità dell’esistenza. È attualmente in corso, fino al 2 agosto 2020, la mostra “Ceci n’est pas un corps” al Musèe de la Boverie di Liegi (Belgio), con opere di Cattelan, Ron Mueck, Berlinde De Bruyckere, Duane Hanson. Tra le loro ultime esposizioni: “SANTISSIMI”, a cura di Simona Campus, Exmà, Cagliari, 2018; “Rebirth”, White Noise Gallery, Roma, 2018; “Limen”, bipersonale a cura di Alessandro Demma, Centometriquadri Gallery, Santa Maria Capua Vetere, 2018; “Asylum”, a cura di Roberta Vanali ed Efisio Carbone, Exmà, Cagliari 2017; “Art Wynwood”, Miami, Robert Fontaine Gallery, 2017; “Context Art Fire”, Miami 2017, “Space Appeal”, a cura di Francesca Canfora e Cristina Marinelli, Torino, 2016.

Info:

www.santissimi.com

Santissimi, Migrants (Self Portrait), silicone, resin, wood, iron, 2015, courtesy Whitenoise Gallery ph. Francesco Pruneddu

Santissimi working in their laboratory

Santissimi working in their laboratory

Santissimi working in their laboratory

Santissimi, W la vita, 2015Santissimi, W la vita, inflatable sculpture in silicone, iron, ropes, words on the wall, 2019


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