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Studio Visit zero. Un tour nel passato

Studio Visit zero. Un tour nel passato

Ecco la seconda puntata di “Studio visit”, una rubrica che nasce al tempo delle restrizioni agli spostamenti imposte dal Coronavirus, quando tutti, artisti compresi, sono obbligati a vivere con maggiore intensità il proprio spazio privato.

In questo difficile periodo il caso è stato più clemente con gli artisti che usano abitualmente un home-studio, e meno con chi ha lo studio separato, specie se distante da casa. Qui sarà interessante indagare l’impatto che l’arte ha avuto sulla quotidianità degli artisti, come ha rivoluzionato il loro spazio domestico in funzione dell’arte, in attesa di tornare, più o meno come prima, a produrre in studio.

In questi giorni in cui possiamo tornare a una libertà parziale si può ripensare con maggior lucidità all’importanza che riveste per noi lo spazio, sie esso luogo di studio, lavoro o abitazione, e interrogarci sul modo in cui questo influenzi il nostro stile di vita. Già McLuhan aveva rivelato che il medium è il messaggio, intendendo che ogni informazione viene nativamente condizionata dal mezzo di comunicazione attraverso cui passa.

Ogni nuovo mezzo di comunicazione diventa, a lungo andare, a noi connaturato, una nostra “estensione” tecnologica pari alle nostre stesse braccia e alle nostre orecchie. E perché lo spazio in cui siamo immersi non dovrebbe allora condizionare il nostro modo di vivere o di pensare? Il feng shui risponde, da secoli, a questa domanda allo stesso modo in cui risponde casa Rietveld Schröder, funzionale al pensiero di De Stijl. Semplificando molto il concetto, è naturale pensare che pulizia visiva generi pulizia mentale, così come il caos genera energia vitale. Uno spazio piccolo fa concentrare sull’intimo e il dettaglio, allo stesso modo in cui uno spazio più grande apre a nuovi orizzonti.

Cosa sarebbe del nostro attuale stile di vita e del nostro lavoro se potessimo avere a disposizione una casa o uno studio completamente diverso da quello attuale? “Non avere uno studio, così come averlo” dice Daniel Buren “automaticamente implica la produzione di un certo tipo di lavoro”.

La casa in legno a Long Island comprata da Peggy Guggenheim per Pollock gli ha permesso infatti di restare distante da New York e di dedicarsi veramente allo sviluppo del dripping, come gli ampi spazi della Factory hanno consentito a Warhol di attivare quelle dinamiche di produzione collettiva e seriale che l’hanno reso l’artista che tutti conosciamo. E le pareti dello studio di Rothko, e la pulizia che lo contraddistingue, di realizzare opere così grandi ed essenziali.

Cosa sarebbe stato invece dell’opera di Samaras se all’inizio della sua carriera avesse avuto uno studio enorme, al posto della piccola stanza di 8 metri quadri che era la sua camera da letto? Come sarebbe stato il suo lavoro se la cucina non fosse stata così stretta da non poter ospitare più di una sedia accanto al tavolo, costringendo l’artista a posizioni contorsionistiche pur di fotografarsi tutto intero contro il muro bianco? Di Samaras possiamo ricostruire idealmente tutta la cucina grazie alle miriadi di polaroid che vi ha scattato, come fosse uno studio, così come grazie alle foto dell’installazione “Room #1” possiamo vedere il laboratorio ospitato nella sua camera da letto.

Di altri artisti, più fortunati, lo studio è invece stato conservato intatto o ricostruito successivamente come memoria e omaggio al luogo d’origine in cui l’opera d’arte è nata. Parliamo in particolare dello studio di Brancusi ricostruito dallo Stato francese nella piazza del Centre Pompidou, così lindo e perfetto perché l’artista vi ha passato gli ultimi anni a spostare e riposizionare le opere come se fosse una galleria d’arte. O di quello di Francis Bacon che è stato trasferito da Londra alla Hugh Lane Gallery di Dublino tutto intero, compresi il pavimento, le pareti piene delle pennellate di prova dei colori e persino la polvere, che l’artista prendeva direttamente da terra per applicarla sul colore ancora umido.

Elemento essenziale per molti artisti, la polvere rappresenta qualcosa di vivo e di autonomo, un elemento non controllabile per l’artista nel luogo supremo del suo autocontrollo. Emblematico in questo “l’allevamento di polvere” fotografato da Man Ray sul Grande vetro di Duchamp. Anche lo studio di Giacometti era pieno di polvere, che l’artista impediva a chiunque di togliere per mantenere il segno del reale trascorrere del tempo, della fragilità della vita in mezzo a cui si muove l’eternità senza tempo delle opere d’arte.

Ed ecco una suggestione affascinante: essendo gli studi d’artista un insieme di opere diverse, la stratificazione fisica di tempi e stili passati, di tentativi ed errori, di incertezze e intuizioni… il luogo dove ha luogo la sua performance perenne, dove si costruisce da sé i propri spazi e li abita, dove produce e ascolta musica, dipinge, scolpisce, legge, scrive… in una parola, vive la sua essenza… allora non possono essere gli studi la personificazione di quella Gesamtkunstwerk tanto cercata, quell’opera d’arte totale di wagneriana memoria?

Non era forse lo studio di Mondrian a Parigi la sua casa e insieme il suo quadro più perfetto, in cui riproduceva la stessa struttura geometrica e gli stessi colori primari e puri che usava per le tele? Una sorta di Merzbau abitato, o di “galleria” moderna, intesa come spazio omnicomprensivo di esposizione installativa? E le assi del pavimento in legno di Pollock non sono forse una delle sue opere più belle? E gli “Étant donnés” di Duchamp non sono forse la sua opera segreta costruita dentro lo spazio del suo studio, quando tutti, per vent’anni, pensavano avesse smesso di creare?

Pollock-Krasner House, Long Island, East Hampton, NY

Francis Bacon’s 7 Reece Mews studio, London 1998

Kurt Schwitters, Reconstructions of the Merzbau, Tate Papers © Tate

Mark Rothko in his 69th Street studio, New York, ca 1964, Photo Hans Namuth

Giacometti nel suo studio, ph. Ernst Schei

Marcel Duchamp, Étant donnés, 1969, Philadelphia Museum of Art

Piet Mondrian studio recreation at Tate-Liverpool, 2014

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