studioconcreto, Lecce. In conversazione con Luca Coclite e Laura Perrone

In questo complicato periodo di semi-immobilità fisica – le restrizioni sono diminuite, ma gli spostamenti sono ancora molto limitati – musei, gallerie e spazi espositivi hanno ripensato e rimodellato i loro programmi. In attesa della loro riapertura – la data sarebbe quella del 18 maggio 2020 – molte delle attività sono state trasferite sulle varie piattaforme social e web. Nel panorama degli spazi e dei progetti indipendenti, studioconcreto, fondato a Lecce nel 2018, rappresenta certamente una delle realtà più innovative e intraprendenti: lo dimostrano le differenti iniziative partite con l’inizio del nuovo anno. Abbiamo intercettato i fondatori di questo progetto, Luca Coclite e Laura Perrone, per farci raccontare le novità, e insieme le modalità, con le quali hanno portato avanti la loro programmazione.

Antongiulio Vergine: Sembrerà banale, ma la prima cosa che vorrei chiedervi è: come avete trascorso questo periodo di quarantena?
Luca Coclite e Laura Perrone: Racchiusi nel nostro quotidiano che in buona parte corrisponde a quello di sempre, impegnati tra il lavoro in remoto, e rapiti da una fisiologica preoccupazione per una cronica incertezza sul futuro che rivela la nostra scarsa resistenza di fronte allo stato d’eccezione. Dopo una prima fase di smarrimento abbiamo cercato, per quanto possibile, di comprendere l’accaduto. Ciononostante, più volte ci siamo ritrovati disorientati di fronte a una realtà schizofrenica che ha generato una gestione confusa e contraddittoria dell’emergenza, e creato un flusso eccessivo di informazioni dissonanti che hanno contribuito a una polarizzazione dell’opinione pubblica e intellettuale.

Studioconcreto, progetto artistico e curatoriale da voi fondato a Lecce nel 2018, ha rinnovato la sua veste in concomitanza con l’inizio dell’anno. Quali sono le iniziative che avete avviato?
Abbiamo chiuso il 2019 con una bella notizia che ci ha permesso, nonostante questa fase di rottura, di configurare dei progetti che avevamo in mente da tempo. Risultiamo, infatti, vincitori del premio “Creative Living Lab – II Edizione” promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea e Rigenerazione Urbana, che ci permetterà di sviluppare Scuola Popolare – performance di parola tra gesto e architettura. Nei primi giorni di gennaio, invece, siamo stati impegnati nella realizzazione di un progetto corale BAITBALL (01), il primo episodio di una serie periodica e nomadica dedicata alle pratiche collaborative nell’arte contemporanea. Promosso da Like a Little Disaster e Pane Project, questa grande mostra collettiva ha avuto luogo nello storico Palazzo San Giuseppe di Polignano a Mare. In questo contesto abbiamo invitato l’artista campana Maria Adele Del Vecchio, a cui abbiamo chiesto di presentare un display narrativo del suo lavoro Beat Meierei (2017 – 2018), una “scultura sociale” itinerante che fonde arti visive e performance con la club scene della città di Napoli e che si avvale della collaborazione di artisti, dj, promoter e realtà che promuovono il contemporaneo come Untitled Association. Il progetto presentato a Polignano a Mare è composto da alcune immagini di documentazione e da un lavoro testuale in cui si sottolinea la carica interdisciplinare e comunitaria espletata dall’idea di “contatto”, inteso come coinvolgimento relazionale, a cui siamo particolarmente legati. Negli ultimi anni, infatti, la nostra attenzione è ricaduta su alcuni temi che mettono al centro le relazioni tra corpo, danza e architettura, in rapporto con lo spazio sociale considerato come luogo flessibile e polifunzionale. Proprio da questo lungo percorso di studio, che ci accompagna ormai dal 2017, nascono i progetti Performance di parola tra gesto e architettura ed exscenario, realizzati grazie al supporto del MiBACT. Facendo base nel nostro quartiere popolare Ina-Casa a Lecce, i progetti andranno a consolidare collaborazioni con artisti e con realtà territoriali come Collettiva, Take Care, Casa a Mare, Post Disaster Rooftop e Plasticity, con cui ci interfacciamo da diverso tempo.

Raccontateci nel dettaglio Scuola Popolare – Performance di parola tra gesto e architettura ed exscenario.
In un testo di qualche settimana fa abbiamo dichiarato che Scuola Popolare – performance di parola tra gesto e architettura è prima di tutto un incontro di corpi, un ritorno al ruolo eroico della strada, indispensabile al risveglio della necessità oggettiva del fare comunità. Sostanzialmente, il progetto mira a convogliare un ciclo di azioni perfomative all’interno del nostro quartiere con il tentativo di stimolare una relazione tra linguaggio artistico contemporaneo e vicinato. Abbiamo coinvolto nel progetto figure autoriali che inseriscono la parola al centro della propria ricerca, e ispirandoci alle metodologie di pedagogia radicale, proveremo a rafforzare il rapporto dialogico e di prossimità che caratterizza la nostra pratica. Inoltre, mirando alla funzionalità della dispensa accademica, i punti focali di ogni performance saranno riassunti e editati in mappe concettuali così come in altre tipologie di formati editoriali, ma anche attraverso restituzioni installative pensate per la strada e il nostro studio. exscenario, invece, è stato pensato come un canale speciale del progetto, uno strumento con cui raggiungere un pubblico più ampio grazie alla diffusione online delle live performance prodotte da studioconcreto. Ma l’idea nasce molto prima, dalla necessità di sperimentare un’interazione dinamica tra spazio fisico e spazio virtuale, anche attraverso contenuti estemporanei realizzati appositamente per il dispositivo. Ci piace pensare a exscenario come un omaggio silenzioso a Experimental Intermedia Foundation a cui siamo molto legati nell’ambito della ricerca. Questa pagina, situata all’interno del nostro sito www.studioconcreto.net, è a tutti gli effetti una “Gray zone”, un intermezzo tra White Cube e Black Box (cfr. Claire Bishop), uno spazio per l’immateriale che ri-configura il rapporto con la visione, dove intendiamo esplorare – almeno in questa prima fase – la centralità del desktop, ora più che mai spazio della relazione, dell’informazione, del lavoro, dell’istruzione.

Per via delle restrizioni introdotte a inizio marzo, i vostri progetti hanno subìto una temporanea sospensione. Avete però rimodulato il tutto adattandolo alle vetrine del web e dei canali social. Com’è nata la prima esperienza di ANTIPODES di Frédéric Acquaviva? E quali saranno le successive?
A seguito dell’emergenza sanitaria, parole come prossimità, corpo, contatto, sono entrate nella sfera del tabù; il linguaggio stesso si è fatto vettore del virus designando una nuova prossemica e un generale stato di sospensione. Abbiamo così pensato di riconfigurare l’avvio del progetto con un ciclo di “desktop performance” pensate appositamente per exscenario. Ad inaugurare questo spazio è stata la première di ANTIPODES, opera composta da Frédéric Acquaviva, artista sonoro e compositore di musica sperimentale, che dal 1990 esplora le relazioni tra voce e linguaggio. Con ANTIPODES Acquaviva si fa mediatore della ricerca dell’artista e poeta Joël Hubaut, che fin dai primi anni Settanta pone le nozioni di virus, di epidemia e contaminazione al centro di una riflessione su arte e società, sviluppando un processo rizomatico di segni e di “scritture epidemiche”. ANTIPODES è una sorta di parafrasi sonora che rimanda alla partizione narrativa (Inferno – Purgatorio – Paradiso) della Divina Commedia e che in questo momento storico assume un significato premonitore. Agisce in funzione di una diegesi schizofrenica che ritroviamo nelle parole che la compongono e che ci riportano a una lettura frammentata del dato, alternando screenshot di ricerche Google per immagini a lunghe pause visive composte da tre colori simbolici che identificano le diverse fasi della narrazione. La prossima collaborazione sarà con Claire Fontaine, collettivo artistico femminista fondato a Parigi nel 2004. Con loro ci concentreremo su alcune questioni legate al concetto di “trasmissione” andando a indagare il valore attuale dell’esperienza condivisa.

Riguardo l’attuale situazione, mi hanno colpito le vostre parole circa l’improvvisa interruzione delle attività. Una frase in particolare recita così: “Gli esiti della sospensione non sono mai scontati, perciò passibili di fallimento”. Vi chiedo allora: cosa vi aspettate dal futuro e quali conseguenze comporterà secondo voi questo complicato momento storico?
Riflettendo sulla sospensione, ci colpisce in particolar modo l’eccesso di considerazioni e analisi predittive dettate a caldo, che vengono un po’ da tutte le parti. Probabilmente il significato di quella frase è da ricercare proprio in questa sovrabbondanza di informazioni che ci suggeriscono la volontà di adottare un atteggiamento più prudente per evitare, in situazioni di stress emotivo come queste, di elaborare frettolosi scenari più sensazionalistici che verosimili. Ciononostante, le possibilità che nasconde il fallimento e le potenzialità rivoluzionarie della caduta, ci insegnano a mettere in discussione ogni nostro pensiero, a indagare con consapevolezza i problemi, sperimentando inversioni e slittamenti di significato. Per il futuro ci auguriamo di proseguire con la ricerca e la curiosità di sempre, di recuperare presto le possibilità dello stare insieme e, parafrasando una frase del contributo testuale che Frédéric Acquaviva ha scritto per exscenario, di continuare a interfacciarci con piccoli gruppi di curiosi e outsider. In tal senso ci auspichiamo di tornare presto ad attivare tramite le pratiche performative i luoghi simbolici, le architetture fragili e gli “spazi riconfigurati” che per l’occasione diventano approdi temporanei in cui sperimentare nuove consapevolezze, provando ad abitare tutti i possibili scenari che questo mondo ci riserverà.

Per chiudere: cosa pensate del recente spostamento della fruizione dell’arte sulle piattaforme social e sul web? Sarà il format del futuro?
In realtà pensiamo che questo slittamento sia un fenomeno che fa parte del nostro presente più che del nostro futuro. Il discorso sulla digitalizzazione e sull’appaltamento delle nostre vite al virtuale, ai social network, ci accompagna ormai da diversi anni.

Frédéric Acquaviva, ANTIPODES, Stockholm, EMS, 2015Frédéric Acquaviva, ANTIPODES, Stockholm, EMS, 2015

Frédéric Acquaviva, ANTIPODES, frame video, 2019Frédéric Acquaviva, ANTIPODES, frame video, 2019

Frédéric Acquaviva, ANTIPODES, record at 120 copies, 2019

studioconcreto, Performance di Parola tra Gesto e Architettura, 2020

Claire Fontaine, Untitled (Lament), 2018 Industrial frameless LED lightbox with pearl vinyl digital print. 277 × 156 × 10 cm

Maria Adele Del Vecchio, Beat Meierei, BaitBall, installation view, 2020. Photo Like a Little Disaster

Maria Adele Del Vecchio, Beat Meierei, BaitBall, installation view, 2020. Photo Like a Little Disaster

Le dicotomie reale/virtuale, astratto/concreto, materiale/immateriale, acquistano solo più vigore in una situazione che ci costringe alla clausura. Lo stato di eccezione in cui viviamo ci introduce in un mega test collettivo dove si accelera un processo che viene da lontano, in particolar modo quello del distanziamento sociale, rafforzato solo in ultima battuta dall’utilizzo di tablet e smartphone. Più volte abbiamo notato, visitando le mostre, l’asimmetria comunicativa che intercorre tra opera fruita dal vero e la stessa fruita sui social. In tal senso, stando alla progressiva e tendenziale scarsa importanza che si ha nella scelta dei materiali – divenuti sempre più effimeri, fragili e obsolescenti – abbiamo l’impressione che le opere siano studiate più per poter sopravvivere sul web che per vivere nella realtà. Pensiamo dunque che lo spazio del virtuale non debba essere una replica del già esistente ma la creazione di qualcosa ad esso dedicato e che di conseguenza comporta il coinvolgimento di una serie di professionalità, competenze e tecniche da cui non si può prescindere, soprattutto nel momento in cui si ha a che fare con l’opera d’arte. In questo periodo abbiamo realizzato che – come avviene da tempo in altre aree geografiche – bisogna sviluppare una cultura dell’immateriale e del digitale, necessaria per riconoscere e apprezzare l’importanza e il significato scaturito da un gesto artistico, anche se questo è semplicemente un link da aprire o un’immagine oleografica da fruire – come direbbe Georges Perec – in una nuova “specie di spazio”. Ciononostante, siamo convinti che, il giorno in cui su Instagram proveremo la stessa esperienza emotiva che si ha quando un raggio di luce naturale filtra dalle finestre dell’hangar del Dia Art Foundation di Beacon, New York (tra i musei più incredibili che abbiamo visitato) e colpisce una Torqued Ellipses di Richard Serra, allora potremo dire di essere davvero nel futuro.

Antongiulio Vergine

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