Nel suo lavoro più recente, Stephanie Temma Hier indaga il confine poroso tra pittura e scultura, facendo dialogare immagini dipinte e strutture ceramiche in composizioni ibride che mettono in crisi la bidimensionalità dell’immagine. Swan Song si configura come un percorso unitario, in cui cornici, oggetti domestici e figure ricorrenti concorrono a costruire un immaginario sospeso tra quotidiano e straniamento. Attraverso una pratica che intreccia temporalità differenti – l’immediatezza della pittura e la lentezza irreversibile della ceramica – la mostra riflette sui temi della trasformazione, del consumo e del passaggio del tempo, evocando una fine che non coincide con una chiusura, ma con l’apertura verso nuove possibilità narrative e formali.

Stephanie Temma Hier, “Swan Song”, installation view at Anton Kern Gallery, photo by Izzy Leung, courtesy Stephanie Temma Hier and Anton Kern Gallery
Margherita Artoni: In Swan Song, le cornici non si limitano a racchiudere i dipinti: sembrano piuttosto contribuire attivamente alla loro esistenza. In che modo questo cambiamento influisce sul tuo modo di concepire la pittura come spazio autonomo?
Stephanie Temma Hier: Mi piace pensare al mio lavoro in maniera olistica. Per me, i confini tra pittura e scultura si sono dissolti e oggi i due linguaggi risultano del tutto integrati. Anche quando emergono momenti di tensione, nei materiali o nei soggetti, sento che la pittura viene intensificata dalla cornice, così come la scultura diventa un canale di dialogo con l’immagine. L’unione di questi materiali eterogenei genera una terza presenza, ed è proprio questo che mi affascina di più. È come se vibrassero l’una sull’altra. Mi riesce difficile immaginare i miei dipinti privi della loro controparte scultorea. In studio, prima dell’assemblaggio definitivo, i dipinti mi appaiono quasi esposti, vulnerabili, finché non vengono fissati nella ceramica.

Stephanie Temma Hier, “Something Sweet for Afterwards I”; “Something Sweet for Afterwards II”; “Something Sweet for Afterwards III”, 2025, oil on linen with glazed stoneware sculpture, each: 12 3/4 x 18 1/4 x 3 1/2 inches, (32.4 x 46.4 x 8.9 cm), photo by New Document, courtesy Stephanie Temma Hier and Anton Kern Gallery
La ceramica impone una temporalità propria, fatta di attesa, cottura e trasformazioni irreversibili. In che modo questo tempo lento dialoga con l’immediatezza della pittura?
La lentezza della ceramica e la maggiore immediatezza della pittura sono in realtà complementari e creano un ritmo naturale in studio. Mentre attendo che le sculture asciughino o vengano cotte, posso concentrarmi sulla pittura. Se sento il bisogno di distanza per riflettere su un’opera o sperimentare una nuova smaltatura, so che esistono molte altre attività, in entrambi i media, capaci di assorbire il mio tempo e la mia energia. Lavorando su numerosi pezzi in parallelo, emerge un ritmo di creazione che rafforza l’interconnessione dell’intero corpus di lavori, facendo sì che le diverse temporalità finiscano per sostenersi a vicenda.
Il tuo lavoro si colloca costantemente tra due e tre dimensioni, senza mai risolversi del tutto. Consideri questa tensione centrale nella tua pratica?
Assolutamente. Viviamo costantemente al confine tra la bidimensionalità – online, su schermi o su carta – e la piena tridimensionalità dell’esperienza vissuta. Mi sembra quindi naturale portare questa tensione anche nel mio lavoro. Voglio che le opere restino ancorate all’esperienza quotidiana, ma che allo stesso tempo producano un senso di straniamento, assumendo un’atmosfera lievemente surreale.

Stephanie Temma Hier, “Something Sweet for Afterwards II”, 2025 (detail), oil on linen with glazed stoneware sculpture, each: 12 3/4 x 18 1/4 x 3 1/2 inches (32.4 x 46.4 x 8.9 cm), photo by New Document, courtesy Stephanie Temma Hier and Anton Kern Gallery
Il cigno attraversa l’intera mostra, ma non si stabilizza mai in maniera definitiva. Lo pensi come un’immagine archetipica o come un dispositivo che struttura l’esperienza espositiva?
In un certo senso, entrambe le cose. L’immagine del cigno è emersa in modo spontaneo durante la realizzazione della mostra ed è diventata una sorta di punto di riferimento simbolico. Ho realizzato per prima She Has Good Bones e mi sono sentita energizzata dalla forza del cigno e dalle sue profonde connessioni con la storia dell’arte e la mitologia, ricche di significati trasversali alle culture. Con lo sviluppo di nuove opere, il cigno si è rivelato un’immagine archetipica capace di veicolare una sensazione precisa. L’ho utilizzato come metafora di trasformazione e, anche nei lavori in cui non appare in maniera esplicita, spero che ne resti la carica emotiva. Lo stesso vale per il titolo della mostra: tradizionalmente una Swan Song indica un atto finale o una morte trionfale; qui, invece, allude a un nuovo inizio, a una conclusione silenziosa che apre a possibilità inedite e accenna a qualcosa di invisibile e indicibile.
In Swan Song molti oggetti domestici perdono la loro funzione originaria, senza però ridursi a meri simboli. Come pensi il rapporto tra funzione, significato e forma?
Raffiguro spesso oggetti funzionali resi impropri, strani. Mi piace partire dagli elementi quotidiani – sedie, scarpe, piatti, vestiti – e congelarli nel tempo. Abbiamo relazioni estremamente intime con gli oggetti che abitano le nostre case, anche quando non ne siamo del tutto consapevoli. Molti di questi oggetti, che tendiamo a dare per scontati, possiedono forme scultoree notevoli, con cui è stimolante lavorare. Ricontestualizzandoli, alterandoli con la smaltatura e mettendoli in relazione con immagini talvolta contrastanti, emerge qualcosa di nuovo e inatteso. Questo slittamento può generare un senso di straniamento affine alla logica del sogno. Mi affascina il modo in cui la nostra psiche attribuisce valore e significato a oggetti e immagini, spesso prodotti in serie. Nel modellare o dipingere questi elementi con attenzione meticolosa entro in uno stato meditativo, quasi ipnotico, che consente all’oggetto di diventare al tempo stesso familiare e radicalmente altro.

Stephanie Temma Hier, “She has good bones“, 2025, oil on linen with glazed stoneware sculpture, 42 x 23 x 24 inches (106.7 x 58.4 x 61 cm); “We slept with the lights on“, 2025, oil on linen with glazed stoneware sculpture, 26 x 20 x 6 inches (66 x 50.8 x 15.2 cm), courtesy Stephanie Temma Hier and Anton Kern Gallery
In opere come Something Sweet for Afterwards 1–3 restano tracce del consumo. In che modo il tempo diventa un materiale, accanto alla pittura o alla ceramica?
Sono profondamente ispirata dal cinema e desideravo creare un lavoro in tre parti che evocasse fotogrammi o cel d’animazione, suggerendo il passaggio del tempo. I temi del consumo sono centrali nella mia pratica e, in Something Sweet for Afterwards 1–3, vediamo un piatto di dolci consumati da una figura assente o solo immaginata. I dipinti inseriti nelle cornici – tovagliette mostrano un’inversione del soggetto: mentre il cibo scompare, i fiori iniziano a sbocciare, suggerendo come crescita e decadimento convivano in un equilibrio costante. Si tratta, in fondo, di un time-lapse in forma di trittico: fioritura e decomposizione, nascita e morte. Ma con una torta.
Swan Song evoca una fine, ma più come trasformazione che come chiusura. In che modo questa mostra ridefinisce le direzioni del tuo lavoro futuro?
Swan Song rappresenta un momento decisivo nella mia pratica. C’è una sottile ironia nel fatto che il titolo evochi un gran finale, mentre io mi trovo in una fase di nuovi inizi. In questa mostra ho raggiunto una forma di poesia narrativa che intendo portare avanti. Il percorso futuro resta aperto e non tracciato: lascio che siano l’intuizione e l’esplorazione psicologica a guidare le mie scelte artistiche. Ma è certo che ci sia ancora molto da sviluppare.
Margherita Artoni
Info:
Stephanie Temma Hier. Swan Song
14/01/2026 – 21/02/2026
Anton Kern Gallery
16 East 55th Street – New York, NY 10022
www.antonkerngallery.com

Margherita Artoni è critica e curatrice d’arte contemporanea attiva tra Italia e Stati Uniti. Ha iniziato collaborando con Flash Art e scrive per Segno, Juliet, Artribune, Exibart, Inside Art, ArteIN, part of cult(ure), The Art Fuse e Whitehot Magazine. Ha diretto gallerie a Torino (NEOCHROME, EDGE ArtSpace) e a New York (TEAM Gallery), e ha curato progetti e mostre con artisti internazionali quali Rashid Johnson, Theaster Gates, Ali Banisadr, Angel Otero, Tim Rollins & K.O.S., Laura Owens e Mika Tajima. Ha inoltre curato progetti per NADA New York e MIART.



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